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sabato 27 aprile 2013

Hem: Departure and farewell

Completamente fuori da qualsiasi moda o tendenza dei loro tempi, nel 2002 gli Hem, gruppo folk  di New York principalmente basato sulla scrittura del pianista Dan Messé e la cantante Sally Ellison, vennero alla ribalta dalla scena indie con "Rabbit songs": immerso in una evidente stato di autocritica e solo in modo molto blando accolto dalla critica più esigente, le canzoni semplici del gruppo risuonavano nel gioco delle essenze: una folk band in realtà atipica per via di una serie di prerogative di altro genere: la voce fiabesca della Ellison che sta di mezzo al bisbiglio alla Margo Timmins e il modello delle vocalità delle cantanti pop-jazz, echi ridimensionati di Simon & Garfunkel, piccole escursioni nella country music anni settanta grazie all'uso misurato di violini, mandolini e banjo, un'assaggio metrico del jazz, archi organizzati come in un pezzo da camera classico: tutti elementi "non prevalenti", poichè l'impianto di base rimane incredibilmente folk. Un risultato che a molti poteva sfinire, data la sua "lentezza", ma di cui io ne rimanevo affascinato, attratto dalla solida calibratura data agli strumenti (una di quelle caratteristiche che ha reso vincente certa musica rock del passato) quasi come in una composizione, di un tono leggero che pur avendo i suoi temi musicali sbilanciati nel passato era assolutamente originale; nel rock non mi era mai capitato di ascoltare una serie di "ninna-nanne" o "cartoline di vita subconfezionate" così ben costruite: il ricordo (dal punto di vista musicale) era ad un incrocio stilistico tra gruppo inglesi, tra i Dream Academy dell'omonimo datato 1985 e il trasversale tentativo di porre orchestrazione degli Everything but the girl di "Baby, the stars shine bright", sebbene le coordinate musicali soffrissero di una naturale differenziazione. In "Evengland" e soprattutto "Funnel Cloud" (forse allo stato attuale la loro migliore registrazione)  si avverte una piena maturità di Messé nella scrittura che è di coloro che sono coscienti delle proprie qualità con vere e proprie gemme sommesse (in "Funnel Cloud" si pensi alla iniziale "We'll meet along the way", alla successiva "He came to meet me" o all'orgogliosa "Great houses of New York"); le canzoni degli Hem vi accompagnano in un trasognato mondo di bellezze musicali, di quelle che vi conquistano anche senza la ragione: tra echi del dolce Neil Young, del senso di strutturazione di Rickie Lee Jones (colei che ha insistito sulla necessità di un certo pop d'autore) e delle melodie vincenti in stile wolf king alla John Phillips, "Funnel cloud" dimostrava come era possibile fare musica folk/pop nel duemila in maniera creativa e convincente senza dover scomodare fantasmi del passato, in barba a tanti esperimenti post-moderni sul genere.
Dopo l'estemporanea esperienza da colonna sonora di "Twelfth night", gli Hem si ripresentano con "Departure and farewell" senza perdere un briciolo dell'originario impianto, anzi sembrano ritornare alle canzoni del coniglio, con qualche concessione forzata ad una visione cinematografica degli eventi narrati che non agevola la lettura di un bellissimo trombone posto in "Walking past the graveyard, not breathing". La delicatezza certo non manca, ma forse per la prima volta il quadro sembra da rifinire.

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