Translate

domenica 14 aprile 2013

Giovanni Guidi: City of Broken dreams


Il jazz oggi non può fare a meno di vivere luoghi comuni del passato: tuttavia si è passati da una ricerca della novità stilistica all'ampliamento della gamma espressiva e delle dinamiche sonore. Molto spesso non si cercano nuovi orizzonti che possano condurre a chissà quali modificazioni, ma solo espedienti per attuare e portare a conoscenza un proprio linguaggio. Il pianista italiano più affermato internazionalmente assieme a Bollani, Giovanni Guidi a soli 28 anni è un emblema della situazione descritta e allo stesso tempo un fortunato inserimento in quella serie di pianisti che ha tutto un mondo interiore da captare attraverso la sua musica. In questo trio organizzato per l'esordio ufficiale in Ecm, "City of broken dreams", Guidi in compagnia di musicisti sensitivi (il contrabbassista Thomas Morgan e il batterista Joao Lobo) esprime tutta la sua "interiorità" che è fatta di molti elementi. Sebbene ne sia capace, Guidi ha quasi sempre accantonato qualsiasi virtuosismo pianistico, per esaltare quella funzione che può creare un percorso fatto di ombre e luci: questa sua primaria caratteristica è una rimembranza della sua Foligno, che in inverno al mattino è continuamente immersa in una nebbia fittissima, un agente atmosferico che sconta una specie di gemellaggio artistico con la nostalgia "nordica", fattori che in molti momenti sembrano aleggiare sul suo piano; stilisticamente nell'ascolto viene impresso un idioma che sta in tutta la zona temporale che pascola tra il classicismo e l'impressionismo, ma con quel quid in più che cerca "redenzione" (ed in questo pochi pianisti nel jazz sono riusciti a raggiungere questo risultato) e, pur essendo completamente diverso da mostri sacri come Evans e Jarrett, Guidi si organizza tra perdite di coscienza costruite su un pianismo itinerante, come in un fisico "cammino" trasposto sulle note (vedi la splendida title-track anche nella sua versione in Variation o "The way some people" e "Ocean view"), composto da una tessitura di suoni armonici a raggiera. La seconda caratterizzazione è basata sul tema: Giovanni imbastisce un jazz "cantabile" sommessamente velato di un classicismo melodico che con adeguato sforzo di compenetrazione ci riconduce alle origini della melodia del canto operistico ed in particolare ad alcune strutture melodiche autenticamente italiane rese in forma preludica da compositori come Rossini (si pensi alle analogie tra il Prelude Inoffensif o al Prelude Semi-pastorale del compositore italiano tratti dai suoi "Peches de Vieillesse" e i cameo di Guidi in "Leonie" o nella ridotta esposizione al piano di "Just one more time"), che approfondisce nell'incanto profumato di novecento di "The impossible divorce" in cui sembra di immergersi nel movimento lento della Sonata in F minor di Respighi. Solo al massimo della dinamicità ("No other possibility") Guidi dimostra di avvicinarsi in maniera più esplicita ai modelli statunitensi di base (Monk o Evans).
"City of broken dreams" dunque è un disco di jazz che scatta diapositive affascinanti, tutte da esplorare, con riferimenti profondamente "italiani", circostanza che di questi tempi può far solo piacere coltivare.

Nessun commento:

Posta un commento