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martedì 16 aprile 2013

Anat Cohen: Claroscuro


La forza di sopravvivenza del jazz tradizionale (tonale e modale per intenderci) sta nella bravura dei nuovi interpreti: è considerazione fatta molte volte quella che la qualità musicale (intesa come capacità tecniche indicative di un percorso estremo) si sta abbassando con l'età, perciò oggi assistiamo nel mondo a piccoli geni strumentali in rapporto ad essa, maturi da questo punto di vista, ma completamente a corto di un progetto compositivo, o se c'è che non fa gridare al miracolo. Un'eccezione a questa regola sembra avverarsi nell'àmbito del settore del clarinetto, dove sono anni che la nata israeliana Anat Cohen vince quasi sempre i referendum della critica dedicata allo strumento, soprattutto quelli statunitensi, ma la ragazza è validissima anche nelle due modalità principali del sax (tenore e alto): il salto di qualità è avvenuto con "Notes from the village" nel 2008, in cui la Cohen ha messo in luce al meglio le sue caratteristiche: uno straordinario legato ai sassofoni che è memore di una perfezione che si avvicina ai migliori episodi di Parker e Coltrane, un taglio stilistico al clarinetto che esala dinamiche e situazioni spumeggianti riportando alla memoria l'influsso di esponenti illustri del clarinetto jazz come Benny Goodman o Woody Herman, appiccicati anche ad un classico risalto impressionista, ed in generale una passione per la musica sudamericana (brasiliana soprattutto) non banale, scavata nella ricerca di emotività. Una proposta jazz molto elastica, condivisa con facilità dal pubblico degli appassionati e allo stesso tempo poco pericolosa negli intenti, senza dubbio aiutata anche dal suo pianista accompagnatore, Jason Lindner, che taglia abiti perfetti per l'evoluzione dei suoi strumenti. In "Claroscuro" le situazioni si ripetono, sebbene ci troviamo a livelli di inferiorità complessiva (ossia per la consistenza del numero dei brani) rispetto a "Notes from the village" a causa di alcuni evidenti riempitivi specie nel finale: se lo standard è quello di un'artista stupefacente negli assoli che rinfresca memorie di un lontano passato jazzistico che sembra coinvolgere quell'asse delle Americhe che va dalle orchestrine di New Orleans, passa in volo sullo swing e approda a Paquito d'Rivera, si deve solo capire se Anat avrà la forza di superare indenne questa "piattaforma" musicale da lei creata quasi come un giocattolo, che possa evitare di farla cadere nelle usuali trappole della melodicità distribuita nel tempo. 

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