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sabato 16 febbraio 2013

Wayne Shorter: Without a net

 Per quanto concerne l'attività pluriennale del famoso sassofonista Wayne Shorter, la costituzione del quartetto con il pianista Danilo Perez,  il contrabbassista Patitucci e Brian Blade alla batteria ha rappresentato una inaspettata boccata d'ossigeno per tutti coloro che lo avevano amato nel periodo pre-"Native Dancer": nel sodalizio intrapreso per tutta una serie di concerti posti in essere dal 2002 (parte dei quali costituiva la materia delle registrazioni discografiche), Shorter riacquistava quella raffinatezza che aveva contraddistinto il suo stile, filtrata in maniera più intelligente con le esperienze "latine" o "classico-romantiche". In questa versione alcuni suoi vecchi brani del periodo "fusion-funky" vennero rivestiti di nuova linfa jazzistica, dimostrando come Shorter avesse ripreso in mano (sebbene dopo moltissimi anni) la rotta di un jazzista a cui non faceva certamente difetto la capacità organizzativa: il gusto improvvisativo di "Beyond the sound barrier" può essere considerato come uno dei suoi migliori di sempre. Molti ricordano uno Shorter più effervescente nelle formazioni storiche di Blakey e soprattutto di Miles Davis, ma la carriera solistica dell'americano acclara un'omogenea struttura del suo pensiero musicale; Shorter affrontò la inevitabile etichettatura coltraniana cercandò di scavare nell'armonia e nella melodia del suo sax tenore e i suoi famosi albums per la Blue Note sono nettamente esplicativi di questa sua capacità; a dire il vero, i primi tre lavori con McCoy Tyner e Elvin Jones, oggi sembrano obsoleti se rapportati agli sviluppi odierni, specie quando si dimentica che essi furono i primi mattoni rappresentativi di un genere: Shorter era un melodista che a quei tempi era espressione delle allora vigenti evoluzioni del jazz: si trovò ad affrontare il passaggio tra bop e hard bop, la modalità e di lì a poco l'avvicinamento con la musica rock; su "Night dreamer", "Juju" e "Speak no evil", che appaiono quasi sempre nei dischi più importanti della storia del jazz, forse oggi si dovrebbe cambiare pensiero anche alla luce del fatto che Shorter già in quegli anni era comunque alla ricerca di uno spazio "diverso" da quello strettamente melodico: purtroppo il suo capolavoro "The all seeing eye" rimane quasi un caso isolato soffocato da una discografia che lo vedeva come estensore di generi non focalizzato sul comporre; "The all seeing eye" resiste con molta più efficacia ai segni dei tempi mostrando una vena compositiva impostata su una struttura musicale che considerava l'allargamento delle prospettive melodiche solo un aspetto del tutto, volendosi portare ai confini con quella contestuale libertà jazzistica che già in quegli anni (1965 circa) stava accompagnando la storia del jazz. La finestra aperta da "The all seeing eye" si farà sentire anche nella triade finale Blue Note ("Supernova", "Moto grosso feio" e "Odissey of Iska") dove Shorter, cominciando ad alternare la scrittura al soprano, era attento alle "colorazioni", un aspetto caro ai contemporanei; lavori bellissimi, dimenticati dal tempo (e che grazie a marimbe, percussioni e bassi accademici nascondono un feeling misterioso), gli stessi chiudevano il cerchio sulla capacità del sassofonista di sviluppare i dettami armonici e melodici dell'improvvisazione jazz tenendo presente anche l'approccio compositivo. Gli anni alla Columbia Records lo videro al contrario virare nella prospettiva più vicina al pubblico del pop e del rock: Shorter fu presente in molte operazioni oltre le sue, e non c'è dubbio che avesse sviluppato anche un adeguato e robusto suono stilisticamente adatto a queste nuove operazioni (pensate per esempio al miglior disco degli Steely Dan, "Aja" dove Shorter contribuisce in maniera decisiva).
"Without a net", registrazioni live europee di fine 2011 con la usuale carica del quartetto è un'altro romantico episodio di interposizione jazz che non ha niente da approfondire perchè vuole solo farsi ascoltare, lasciato così come è alla propensione dei partecipanti: dinamicità ampia e melodie estese per un concerto a cui manca il requisito della "profondità".

Discografia consigliata: (solo solista)

-Speak no evil, Blue Note, 1965
-The soothsayer, Blue Note, 1965
-The all seeing eye, Blue Note, 1965
-Adam's apple, Blue Note 1966
-Schizophrenia, Blue Note 1967
-Supernova, Blue Note 1969
-Moto grosso feio, Blue Note 1970
-Odissey of Iska, Blue Note 1970
-Native dancer, Columbia 1974
-Footprints Live!, Verve 2002
-Beyond the sound barrier, Verve 2005

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