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giovedì 7 febbraio 2013

Verso una visione politica e scientifica dell'improvvisazione


La decisione di chiudere il Paris Transatlantic fatta da Dan Warburton dopo anni di onorata carriera è uno di quegli eventi che fa pensare: lasciare un settore in cui le conoscenze e le competenze musicali fanno fatica ad essere comprese e divulgate richiedendo solo una "innata" passione per quello che si ascolta e si scrive, è una circostanza che potrebbe far pensare ad un appiattimento della cosiddetta improvvisazione libera in un qualcosa che in circa settant'anni di storia si è codificato; in realtà la situazione è più complessa e vive di una serie di novità che sono intervenute negli anni e nelle nuove generazioni di sperimentatori liberi:; nell'àmbito dell'argomento dell'improvvisazione free di stampo elettro-acustico, la situazione attuale è costellata da un rapidissimo evolversi delle tecnologie e degli strumenti su cui sperimentare: se da una parte vi è stato un ritorno di fiamma per l'improvvisazione elettro-acustica ricavabile dall'incrocio tra strumenti e sintetizzatori (con nuove e più efficienti creazioni di software e synths in grado di coniugare la complessità e il lascito accattivante dei suoni), dall'altra il computer costituisce ancora una delle armi fondamentali per portare avanti il processo di infiltrazione nei meandri del mondo strumentale tradizionale (il laptop, i turntables e tutte le manipolazioni rientrano in questo campo); altri invece stanno tentando di creare nuovi apparati sonici tramite mezzi non utilizzati a pieno regime (vedi l'uso delle pedaliere, dei circuiti elettrici, ecc.). Si parla di free improvisation ma in realtà siamo di fronte ad una esplicazione sub-genere delle teorie provenienti dal mondo accademico classico; anzi, si può affermare che una distinzione con la musica contemporanea di estrazione classica sia ormai impossibile. Senza voler affrontare il vasto e complicato tema che proietta considerazioni nell'àmbito della "comprovisazione" e degli strumenti tecnologici con cui può esplicarsi, si può affermare che personaggi seminali come Evan Parker possano essere messi sullo stesso piano di tanti compositori che operano nei centri di ricerca o nelle scuole di composizione universitarie. Uno dei più interessanti compositori inglesi incline al genere di "inquinamenti" compositivi è Richard Barrett, di cui la Nmc Records ha appena pubblicato "Dark Matter", una registrazione ufficiale di una installazione, memore di certi esperimenti di Xenakis, in cui i partecipanti vengono sistemati tra i tubi catodici della struttura in modo da poter costruire un proprio immaginario sonoro che è funzione anche della posizione rivestita; Barrett è un vero e proprio elemento di raccordo tra musicisti jazz di stampo improvvisativo e compositori "sperimentali", poichè il suo attraversamento obbliquo ha avuto modo di creare una vera e propria filosofia di pensiero che implicitamente sostiene la sua composizione; se con Parker ha affrontato l'esperimento della Electro-Acustic Ensemble dove il ruolo di improvvisatore è costruito su spasmodiche note sintetiche (esperimento approfondito sempre nell'etichetta di Parker, la PSI Record, anche assieme a Paul Obermayer come progetto FURT), come compositore ha creato una delle più oggettive trasposizioni di quella teoria cosmopolitana di cui vi ho già parlato in un'articolo qualche tempo fa*: le sue composizioni si caratterizzano per il loro livello di complessità, con l'utilizzo di un'orchestra che accoglie suoni sintetici e/o ricavati da vasi percossi a mò di percussioni, con la prerogativa voluta dall'autore di costruire un corpus musicale in cui tutti i musicisti si impegnano per raggiungere uno scopo comune di soddisfazione, come dovrebbe capitare negli organici di qualsiasi organizzazione umana; è qui che viene fuori lo spirito "politico" dell'inglese che non ha mai nascosto il suo impegno a favore di ideali socialisti e che sicuramente informa anche il tipo di lavoro effettuato sull'orchestra. Sebbene la politica nella musica non sembra essere un elemento centrale per la creazione di un'opera, il tentativo di Barrett è quello di eliminare qualsiasi banalità compositiva rifacendosi ad un modello di composizione sonora direi disponibile solo ad un dialogo costruttivo. 

Il magnifico esperimento nella band elettro-acustica di Parker (in cui figuravano capostipiti dell'improvvisazione e misconosciuti personaggi dell'elettronica) specie in "The elevent hour", era una dimostrazione di quanto si potesse fare nel creare nuove sensazioni da produrre in funzione estetica, così come composizioni come questa "Dark Matter", un ensemble di 19 musicisti + live electronics che cerca di esorcizzare i fantasmi religiosi dei testi egizi e greci rivisti in chiave scientifica, sono espressioni di questo approccio che tende sistemare l'improvvisazione in un "involucro" compositivo. Barrett non è nuovo a questo tipo di operazioni poichè già con opere come la notevole "Transmission" (per chitarra elettrica ed eletronics), "Construction" o "Mesopotamia" (con voci e orchestra più elettronica) se ne era occupato, ma quello che colpisce è la vicinanza artistica con Parker e il suo gruppo di musicisti che ha avuto ancora modo di farsi sentire discograficamente in "Hasselt", episodio in cui il FURT è ufficialmente entrato dentro l'ensemble affiancandosi al computer processing o al signal instrument processing, determinando una democrazia "tecnologia" tra elettronica sintetica e digitalizzazione dei suoni.


Note:

3 commenti:

  1. Si parla di free improvisation ma in realtà siamo di fronte ad una esplicazione sub-genere delle teorie provenienti dal mondo accademico classico; anzi, si può affermare che una distinzione con la musica contemporanea di estrazione classica sia ormai impossibile.
    Ecco, questa frase non l'ho capita molto bene...

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  2. Ovvero: "una distinzione con la musica contemporanea di estrazione classica sia ormai impossibile" per chi? per quale musica?

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  3. Ciao Rodolfo, mi fa piacere il tuo commento (seguo il tuo bel blog); in effetti la mia frase non è stata delle migliori: quella distinzione a cui facevo riferimento era riferita a quello che parte della stampa specializzata sta tentando di mantenere in vita: in questa vi sono ancora persone che non riescono a digerire una uniformità di vedute: coloro che provengono dal mondo della musica studiata nelle sedi tradizionali rivendicano una paternità dei metodi e dei sistemi della musica "contemporanea" (termine che non apprezzo molto perchè fuorviante anche se è difficile trovarne un'altro sintetico ed espressivo)e quindi la free improvisation ne sarebbe applicazione pratica; altra tesi che arriva da una parte della stampa jazz molto addentrata nella improvvisazione libera, la quale rivendicherebbe invece la sua paternità poichè ottenuta sul campo, attraverso la sperimentazione quotidiana, sottolineando come l'improvvisazione (fattore che viene solo dal jazz) sia stato l'elemento su cui lavorare. Quello che voleva dire la mia frase era che sostanzialmente non era possibile fare suddivisioni, anche perchè oggi la composizione si proietta nell'improvvisazione in quantità variabili e pluristilistiche.

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