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venerdì 22 febbraio 2013

Poche note sul jazz italiano (4°parte): tromba


L'impossibilità di condurre un tema realmente originale è stato probabilmente il motivo di una certa stagnazione negli sviluppi della tromba, strumento direi principe del jazz ancor prima del sax che poi effettuò nel tempo il sorpasso in termini di importanza. L'Italia non è stata chiaramente risparmiata da questo processo di ripensamento e si nota sia dalla dipendenza di stile impressa nelle nuove generazioni, sia in termini di quantità di attori che intraprendono quel percorso. Allo stato attuale si può ancora ragionevolmente affermare lo status quo internazionale di artisti come Enrico Rava, vero catalizzatore della tromba in Italia, in grado di costruirsi una seconda giovinezza dopo il suo rientro nell'etichetta discografica di Eicher. Lo stile di Rava, ormai votato sempre più al lato compositivo, è stato micidiale nell'accogliere tutte le maggiori proiezioni stilistiche storiche del jazz, da Miles Davis a Chet Baker, da Dizzy Gillespie a Wadada Leo Smith; nell'arco della sua carriera Rava ha sperimentato tanto, fornendo un ventaglio di soluzioni aventi il requisito dell'adattabilità e dell'effetto sonoro; accanto a lui, in àmbiti più spinti nel confine "free", indiscutibilmente importante è ancora la presenza di Guido Mazzon, che per decenni, si è sobbarcato il peso di un jazz più intellettuale e aperto alla contaminazione "classico-avanguardista": sebbene le uscite discografiche si siano un pò diradate rispetto al passato, a suo favore gioca il fatto di essere ancora un faro dell'Italian Instabile Orchestra e la vena profusa nelle recenti prove discografiche (specie quelle distribuite grazie alla Ictus R.) che confermano la coerenza di un musicista che non ha perso un minimo del suo interesse nel progredire stando al passo con i tempi. Una caratteristica comune ai trombettisti, che si fa notare come molto pressante, è il desiderio di portare la tromba oltre i suoi confini naturali, una sorta di ricerca della sovraesposizione musicale, attuabile o tramite l'aggregazione dei musicisti oppure tramite tecniche di sovraincisione o di relazione all'elettronica.

Riprendendo la nostra solita partizione sul versante "mainstream" si sottolineano una serie di grandi talenti un pò sprecati nel minestrone della musica jazz "leggera" che spesso preme in termini di audience: Fabrizio Bosso, a 26 anni suonava incredibilmente maturo in "Fast flight" in ossequio ai grandi trombettisti del bop; con Flavio Boltro condivise il "Trumpet Legacy", quintetto con due leader alla tromba con enfasi cool e post-bop; ma ne escono imbarazzanti gli episodi latini di Bosso e la molta leggerezza musicale profusa da Boltro, solo in parte riscattata da una intensa attività live; uno strano modo di condurre le carriere che spesso confina con operazioni piuttosto riciclate: l'"Opera" di Boltro con il pianista Danilo Rea vuole recuperare una certa liricità impegnandosi nel viaggio tutto italiano da Monteverdi a Puccini; ancora Andrea Tofanelli, altro talento sprecato, registrò per la Splasch "Mattia's walk", omaggiando un concerto di Maynard Ferguson: suonando sui registri acuti così bene non può che essere affiancato allo stile di Gillespie. Un'altro trombettista sulla cresta dell'onda sembra essere Giovanni Falzone, dal fraseggio complesso, con molti sconfinamenti in un free abbordabile, e che può essere ascoltato bene in "Big Fracture", mentre Fulvio Sigurtà, tra decadenza contemporanea e andamento alla Kenny Wheeler, può essere ascoltato nel recente duo con il pianista Filippini in "Through the journey"; Falzone e Sigurtà suonano come trumpets ufficiali del Sousaphonix di Mauro Ottolini. Molto interessante è anche Francesco Lento (messosi in luce nel progetto del contrabbassista Paolo Damiani rinvenibile su Egea "Pane e Tempesta") di cui ci si aspetta una prova solistica per fare un valutazione più precisa.
Un particolare orientamento è quello che vede i trombettisti (specie quelli di formazione classica) cercare tasselli di congiunzione tra il jazz e il mondo accademico sull'onda dell'atteggiamento posto da artisti come Wynton Marsalis: Marco Pierobon, infiltrato speciale nelle migliori esibizioni delle orchestre di mezzo mondo (ha rifatto il trumpet concerto di Haydn), ha pubblicato un disco "SoLo" dove sostenuto dall'orchestra dei Fiati delle Marche di Mangani si inserisce nel solco delle pubblicazioni di ibrido contenuto (c'è anche un' "American Jazz suite" in stile Ellington del compositore Allen Vizzuti); poi Andrea Giuffredi, anche lui inserito stabilmente nelle orchestre classiche, in "Forme d'arte" cerca di cogliere il sovradimensionamento compiendo l'esperimento di ricreare un'orchestra di più trombe in tonalità differenti con la tecnica dell'overdubbing; nel successivo "L'anacoreta" l'esperimento si arrichisce di piano e programmazione al computer.
Si parlava prima anche di aggregazioni: trasferendoci alle spinte moderne date al jazz negli ultimi cinquant'anni, la Phantabrass di Schiaffini, presenta tre trombe di grande valore: nelle ottime registrazioni di "Live a Sant'anna Arresi" e "Basic blues" si possono ascoltare Flavio Davanzo, a cui manca forse solo una prova discografica a suo nome,  Alberto Mandarini, (che suona anche con la Instabile Orchestra) che si ricorda con piacere con Mazzon nel Trumpet Buzz Duo, in cui si può apprezzare anche un certo lavoro di interazione tra stili eterogenei (avanguardia, swing, bop) e live electronics;  in lui si apprezza anche il gusto per la melodia popolare e più in generale un senso di esoticità mediterranea (pur non essendoci lavori specificatamente in tema, si può spuntare l'ascolto del Brasserie Trio in "Musique Mechanique"). Gli ultimi lavori in duo con i pianisti Daniele Tione e Beppe Barbera offrono una bella rivalutazione del personaggio più in chiave tradizionale; Luca Calabrese, oltre ad essere presenza stabile nell'orchestra di Minafra, va ascoltato nel trio con Massimo Minardi e Francesco D'Auria di "Be Little!", dove si assiste ad una tromba dal linguaggio in fonemi, un'ambiente atmosferico, davisiano alla radice, ma indubbiamente personale, ma egualmente interessante è la collaborazione con il cb Giovanni Maier specie in "Disk Dosk".
Mirio Cosottini merita un posto particolare nel panorama italiano per aver abbracciato nel trio di EASilence gli avanposti più difficili del jazz di matrice contemporanea del nostro Paese, quello delle teorie di Cage e affini (sia per quanto riguarda le notazioni musicali sia per quello che concerne il "riempimento" dei silenzi): un valido ascolto può essere fatto in "Cono di ombre e luce" o in  "Flatime", oltre che con i duetti con Miano di casa Impressus in piena trance improvvisativa di "The curvature of pace".
 Ramon Moro, condiviso tra il progetto dei 3Quietman (in cui è stato ospitato anche Stefano Battaglia in "Bartokosmos"), le conductions del compianto Butch Morris e i lavori in duo (con il chitarrista Spaccamonti) con propensione alle risposte in live elettronics dello strumento, è invece un originalissimo improvvisatore e modificatore di suoni. Particolare riguardo a livello di critica sta riscuotendo Luca Aquino, il cui "Icarosolo" è un onirico viaggio fatto di tromba felpata e loop ben costruiti.
Passando alle correnti "etniche" non può farsi a meno di sottolineare il gran lavoro svolto da Pino Minafra con la sua Meridiana Multijazz Orchestra che in  "Terronia" offre un originale spaccato di forme poetiche e teatrali riferite alla tradizione popolare dove folklore e jazz d'avanguardia si sposano in un un connubio che definire "free mediterraneo" è forse riduttivo. Il lavoro prodromico all'esoticità è un percorso che molti musicisti hanno effettuato (anche in maniera estemporanea) e oltre a ricordare Mandarini (prima citato a proposito del suo Brasserie Trio) vanno anche menzionati i trombettisti Dino Rubino, giovanissimo partner di Cafiso che tra molti episodi leggeri di jazz, può essere utilmente ascoltato nel suo etnico tributo a Miriam Makeba in chiave jazzistica nel Trio di "Zenzi"; così come va ricordato Aldo Bassi, trombettista/insegnante di Frosinone, molto davisiano, che può difficilmente essere inquadrato in una corrente etnica, ma che nel suo quartetto (con Salis e Margitza) del 2005 "Muah" si pone con accenti di tango e siddharta.
Un traspositore di attività culturale in idiomi jazzistici è Paolo Fresu: molto vicino al Davis a cavallo dei sessanta, Fresu ha da sempre avuto un debole per gli scambi musicali tra paesi differenti, affiancando ad una "normale" attività jazzistica, quella di ricercatore di atmosfere che coniugassero il jazz con le istanze regionali: quel suo suono cupo ed evocativo ha avuto modo di manifestarsi nel folklore popolare sardo ("Sonos'e Memoria" o "Mistico Mediterraneo"(1)), che resta probabilmente uno dei momenti migliori del musicista, ma anche in direzione di un principio di nostalgica fusione tra jazz e istinti cameratistici che è avvertibile nelle collaborazioni con artisti come Richard Galliano, Omar Sosa o Nguyen Le.


Note:
(1) vedi ulteriori considerazioni in Nuovi Modi di vivere il misticismo

Le puntate precedenti:
Poche note sul jazz in Italia: introduzione (prima parte)
Poche note sul jazz italiano: i sassofoni (terza parte)

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