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lunedì 11 febbraio 2013

Maniaci delle percussioni: Mickey Hart e Pierre Favre


I più puri suonatori delle percussioni, in generale vi introducono ad un mondo "speciale" evocato dal potere dei suoni prodotti: quelli più preparati, che hanno cercato di seguire anche un percorso a ritroso di significative e comuni simbiosi con la storia degli uomini, hanno da sempre sottolineato la magia dei suoni fuoriusciti da questi strumenti dando anche delle suggestive interpretazioni scientifiche solo alla luce del linguaggio nascosto ma insito dentro gli strumenti percussivi. Nella seconda metà del 2012 sono state pubblicate due raccolte di due personaggi fondamentali delle percussioni: Mickey Hart, famoso batterista dei Greateful Dead, ma con una carriera parallela accuratamente addentrata nel settore dello studio musicologico dello strumento ritmico, e il jazzista svizzero Pierre Favre, uno degli "improvvisatori" più stimati ed influenti delle generazioni di musicisti nate sotto il cappello della musica afro-americana ma con evidenze chiare nella musica di estrazione accademica. E' utile rimarcare come nonostante il diverso approccio dei due (soprattutto in relazione a carriere che sono state portate avanti in generi musicali diversi) viene confermato come il campo di applicazione sia stato abbondantemente esplorato e che è palese la netta contrapposizione che colpisce questi suoni in rapporto alla tecnologia: difficile trovare credito in esperienze che incrociano computers o manipolazioni di suoni: per molti percussionisti il suono puro (anche organizzato) delle percussioni contrasta con un'evoluzione dello stesso che ne cambi i connotati e la sua immutabilità temporale; sta proprio nella completezza e nella risonanza particolare di quei suoni che risiede la bellezza, la comunicabilità, l'aspetto mistico, il potere evocatorio o ritentorio di esse.
Mickey Hart, concentrandosi sulle tre zone "ritmiche" del mondo (Asia, Africa Centrale e America centro-meridionale) ne ha approfondito gli aspetti in circa quarant'anni di raggruppamenti musicali con alcuni dei migliori rappresentanti "percussivi" di quelle zone: la sua è stata un'esperienza molto concentrata nel far emergere anche le culture dei popoli interessati ed in tal senso alcune sue opere del passato ("Yamantaka" per il versante orientale, "Dafos" per quello sudamericano, la "Diga Rhythm Band" per i risvolti africani) hanno costituito attitudini pure per le quali è diventato un punto di riferimento bibliografico in riferimento ad alcune specifiche percussioni (le campane tibetane ad esempio); una delle cose che l'americano ha fatto da "At the edge" in poi è stato quello di provare a mettere assieme le diverse sfumature geografiche del drumming, accentuando gli aspetti popolari nella speranza di fornire un costrutto più alla portata dell'audience generica. Il suo recente "Mysterium tremendum" fornisce un'ulteriore cambiamento di prospettiva, poichè è un disco di una band di rock a cui si cerca di attribuirgli fantomatiche sembianze cosmiche e world che non sempre funzionano, specie in relazione a quel "potere" di cui si parlava prima: sono esperimenti che lo avvicinano alle idee del Peter Gabriel etnico, in cui è solidissima la scrittura rock di base; il problema sta probabilmente nella matrice compositiva (riconoscibilissima la vena dei Dead e di Hunter) che purtroppo non è quella di una volta; per un percussionismo più incentrato e "accademico" forse non sarebbe meglio rivolgersi ad opere abbastanza recenti e poco pubblicizzate come "Global Drum Project" o il difficile box a sostegno della musica del Bali, "Living Art Sounding spirit" per la Smithsonian Folkways R.?
Per quanto riguarda Pierre Favre, la novità è che questo triplo della Intakt Record ci restituisce in digitale tre lavori dello svizzero in solo che erano fuori catalogo da tempo e risalenti agli anni settanta: gli LP sono "Drum Conversation" per la Calig 1972, "Abanaba" per la Futura R. 1972 e "Mountain Wind" per la Gemini R. 1978. Favre, che da sempre ha avuto una predilizione per le percussioni orientali, riempe un vuoto molto atteso dagli appassionati che ci proietta in maniera straordinaria negli anfratti sonori dei tamburi, gongs di diverse tipologie, crotales, in cerca di una fruttuoso viaggio nell'anima di questi strumenti di cui spesso è stata privilegiata la sostanza ritmica a discapito di quella improvvisativa. Un triplo cd indispensabile di qualsiasi collezione che si rispetti che risalta la volontà di creare un linguaggio di comunicazione che rapporta il mistico con la vita quotidiana; la carriera di Favre avrebbe bisogno di una forte rivalutazione nonostante lo stesso abbia avuto importanti collaborazioni e riconoscimenti nel tempo per il lavoro svolto nel campo jazzistico che ben presto lo ha portato a registrare con soddisfazione nella Ecm Record. L'aspetto aggregativo venne privilegiato da Pierre nel 1984 in una sua registrazione in ensemble con Paul Motian, Fredy Studer e Nana Vasconcelos, "Singing Drums" che oltre a presentare il gotha dei percussionisti Ecm, era anche una dimostrazione del tipo di ricerca e di sensibilità artistica che si voleva raggiungere. In "Singing drums" e in quelli succitati del triplo ristampato ci sono i prodromici semi di un nuovo modo di fare drumming, basato sull'aspetto sensitivo del percussionismo etnico filtrato dall'ottica occidentale, qualcosa in cui il ritmo (vera costante della batteria jazz) è solo una parte del tutto.

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