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venerdì 8 febbraio 2013

Beyond jazz: il duo Brunvoll-Urheim

La Scandinavia odierna ha saputo garantire un equo accesso a tutte le fonti musicali anche di provenienza esterna, grazie ad una mentalità orientativa e a dei piani di governo che incentivano le nuove generazioni: loro si lamentano del diminuito badget riservato alle organizzazioni musicali e ai concerti frutto della crisi, ma è niente rispetto ai tagli che si sono avuti in Italia, specie se facciamo un confronto in rapporto alla popolazione. La prepazione musicale, quindi, è diventata più capillare e specifica che in altri luoghi: anche il jazz inteso nei suoi sensi tradizionali ha dovuto subire degli spostamenti di visuale ed accettare percorsi alternativi che fanno storcere la bocca a puristi ed organizzatori: ma è indubbio come molta stampa ormai veicoli artisti che formalmente appartengono alla sfera jazzistica ma nella sostanza fanno parte di quello che essi chiamano "beyond jazz". Nel mio limitato best del 2012 ho inserito i norvegesi Mari Kvein Brunvoll e Stein Urheim tra i migliori dell'anno con due opere fuorvianti se guardate al lato pratico del jazz internazionale: se di Mari e del suo progetto ho già decantato le qualità nella recensione del suo omonimo disco d'esordio*, del chitarrista Urheim (1979) e del suo "Kosmolodi" ne venivo affascinato per la facilità di unire suoni "internazionali" con la prospettiva di un nordico, avvicinandosi in quest'operazione ad elementi di sensibilità direi etnica della musica con un apertura geografica specifica: un inevitabile richiamo al Texas sound di Cooder che si sposa con la musica orientale, il senso del blues ripescato da Bergen, elettronica evocativa del paesaggio che racchiude scampoli di campionamenti concreti, echi di canzoni folk popolari e il jazz, che sembra essere una parte forse trascurabile della proposta; uno di quei prodotti godibili che difficilmente trovi in giro senza dare una mano alle banalità espressive. Lo stile di Urheim si avvicina a quello del chitarrista blues norvegese Knut Reiersud, conosciuto per aver incorporato molta musica tradizionale nel suo suono complessivo (Urheim, come Reiersud, è un polistrumentista e suona anche armonica, mandolino, flauto, bouzouki e guqin).
Stein Urheim & Mari Kvien Brunvoll, album: Daydream Twin (teaser) 
Mari e Stein hanno anche voluto mettere assieme le loro particolarità artistiche formando una piccola comunità musicale con unione di intenti, pubblicando un primo Ep e poi un cd più compiuto per la Jazzland Recordings: se l'extended play "Daydream Community" mostra un lavoro frammentato e parziale frutto di un primo approccio tra i due musicisti, il secondo "Daydream Twin" fornisce un buon esempio di compenetrazione progettuale: gli spazi elettro-acustici di "Motor" lasciano il posto a brani come "Sound of his Motor" in cui sotto un fondo quasi raga, la Brunvoll si inventa un canto pop che sta le danze dei nativi americani e l'estetica vocale di Crosby; "Why does it end" è puro stile Brunvoll chiusa nei suoi pensieri, mentre "Bariton" è una pop song camuffata dalla voce atonale e manipolata di Mari e da una chitarra ipnotizzata da un carillon di suoni; le modificazioni genetiche del blues si fanno sentire in "Mr Rd" e "If the river", dei veri delta blues anni trenta rivisti con prospettiva Norwegian-oriented (quella splendida, delle foto dei boschi delle copertine dei cds), mentre "Crow Jane" si avvicina più al blues swingante dei primi anni novecento con Urheim che suona un mandolino in stile "americano"; "Storetrollet" è un instantanea di vita norvegese elaborata nell'elettronica mentre "Free", interrogandosi sul significato della libertà, si dispone su un canovaccio popolare e folk accompagnato da una struttura che sta la slide di Cooder e l'oriente. 
L'unica cosa che mi resta da dire è che da quello che vi ho descritto sembra di essere di fronte ad un prodotto complesso....niente di più sbagliato invece..... qui c'è solo un'intelligente e vera semplicità.

Note:

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