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sabato 2 febbraio 2013

James Blackshaw: Love is the plan, the plan is death

 Il grande lavoro svolto da John Fahey allo stile fingerpicking della chitarra creò per circa trent'anni del suo sviluppo un'avvicinamento tra le tradizioni popolari americane e la musica indiana e introdusse una sorta di nuovo impressionismo musicale, costruito tutto sulle "dita" e sugli arpeggi, in grado di produrre attraverso il suono pizzicato delle corde una visione di "purezza", una limpidissima esperienza di transfer paragonabile alla purezza degli agenti naturali nel loro movimento: pensate ai suoni di un ruscello, di una cascata, di una salita in montagna, etc.: questa prospettiva "ambientale" subdola creò anche più generazioni di imitatori (si potrebbe partire da Kottke e dai revivalisti di folk come Jansch e Renbourn fino ad arrivare a quelle recenti di Bishop, Newman, etc.) ma probabilmente mancava un erede che potesse colmare il vuoto (solo carismatico) di Fahey: il primo mini del londinese James Blackshaw, "Celeste" sembrava avere quelle caratteristiche: due lunghi brani in debito con lo sfruttato tema del raga indiano e una capacità tecnica ed evocativa che lo proiettava già nell'olimpo dei chitarristi fingerpicking. Ma Blackshaw non viveva negli anni sessanta o settanta, era anche un prodotto di influenza moderna e già nel successivo mini "Lost prayers and motionless dances", una suite di circa trentaquattro minuti, di fianco al solito istinto pro-orientale, mostrava la voglia di avvicinare il tipico sound fahey-iano alle scoperte provenienti dal mondo dell'elettronica: dentro vi troverete parti cospicue che introducono manipolazioni su rumori e la tendenza al drone. Purtroppo quell'episodio estemporaneo di configurazione di una nuova miscela musicale fu immediatamente accantonato, ritornando alla consolidata e sicura formula del fingerpicking classico con "Sunshrine" e soprattutto con "O True believers" in cui dinamiche e fantasia compositiva sono nelle massime espressioni: è in questo lavoro che Blackshaw mostra degli incredibili passaggi armonici ("Spiralling Skeleton Memorial" e la title track) che dentro hanno quella magnifica compenetrazione espressiva tra l'amore per la vita e la geografia dei luoghi. James in quei frangenti sviluppa anche uno stile melodico, uno stile che è diverso dai suoi predecessori poichè impregnato dalla sua probabile accettazione artistica del movimento della "modern classical", poichè da "The cloud of unknowing" la vena chitarristica è anche attraversata dalla nostalgia di molte composizioni che hanno molto in comune con il sentimento espressivo dei minimalisti "formali" (a cui si è ispirata molta parte della musica degli ultimi quindici anni) ed è indubbio che la creatività dell'artista inglese segua anche quei canoni, anzi lo stesso comincia ad inserire violini e timbri percussivi che richiamano quelle situazioni (sentite "Running to the ghost"); "The cloud of unknowing" pur non potendo esprimere eccellenza nei singoli brani è a livello di insieme il disco migliore di Fahey, perchè riepilogativo del suo status musicale che infila alcune oscurità che nemmeno Fahey possedeva e rappresenta una vera e propria transizione verso umori musicali in cui sparisce il chitarrista fingerpicking per dar posto ad un musicista di moderna classica, che affronta il rischio di rientrare in una platea vasta di attori dove il compito di emergere è diventato nel frattempo più difficile a causa dell'abuso del genere: in "The Glass bead game" Blackshaw tenta di coniugare la sua musica con frammenti di storicità classica, dall'uso della voce in stile medievale in "Cross" fino al piano minimale con violino da camera di "Fix", estromettendo la chitarra; mentre "All is falling", una suite in otto parti divisa tra afflati cameratistici e arpeggi chitarristici, è troppo normalizzata e suona decadente.
 "Love is the plan, the plan is death" segna un ritorno parziale alle atmosfere pre "The cloud of unknowing" con la novità che James lascia la dodici corde per imbracciare la sei dando l'impressione a molti di aver castrato l'emotività dell'espansione sonora; in verità la preoccupazione sta ancora nella normalizzazione della proposta poichè dovunque ci giriamo sembra che solo a tratti ci sia la forza necessaria per prendere una direzione che abbia più carattere: questo succede in "And I Have Come Upon This Place By Lost Ways", la sua migliore composizione extra repertorio chitarristico, con la preziosa vocalità di Geneviéve Bealieu, o in "A Momentary taste of being" dove si ripresenta l'inventiva chitarristica che abbandona i territori del risaputo e del deja-vù. Una raccolta di canzoni a metà che inevitabilmente mi fa pensare che forse si sarebbero potuti approfondire percorsi diversi da quelli attuali, il rimpianto di non aver avuto la volontà necessaria per sviluppare una dialettica musicale più elettiva che basandosi solo sulle vicende chitarristiche avrebbe consentito un'affermazione più in linea con il suo talento.


Discografia consigliata:
-Celeste, Celebrate Psi P./Tompkins Square (rist.), 2004
-Lost prayers and motionless dances, Digitalis/Tompkins Square (rist.), 2005
-Sunshrine, Digitalis/T.S. rist, 2005
-O true believers, Important R., 2006
-The cloud of unknowing, Tompkins Square 2007

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