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martedì 5 febbraio 2013

Edition Records: il progetto di Wheeler e Winstone e Ivo Neame

Pochi pensieri su un paio di cds che provengono dalla Edition Records: il primo, che uscirà a fine febbraio, riguarda Kenny Wheeler/Norma Winstone con London Vocal Project, mentre il secondo è uscito a settembre scorso ed è del valido musicista Ivo Neame.

 Kenny Wheeler/Norma Winstone & London Vocal Project -- Mirrors

 Scrivere su questi due giganti del jazz da parte mia potrebbe essere qualcosa di quasi scontato: parlo di questo rinnovato incontro tra il trombettista Kenny Wheeler e la cantante Norma Winstone che si uniscono al London Vocal Project per "Mirrors", una raccolta di composizioni di Wheeler basata sulle preferenze verso poeti come Lewis Carroll (l'autore di "Alice nel paese delle meraviglie" e "Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò"), Stevie Smith (la famosa novelista inglese) o l'irlandese W.B.Yeats; avendomi fatto trascorrere nel passato (Azimuth specialmente) momenti indimenticabili in cui ho testato cuore e mente, non potrei fargli del male in nessun modo; eppure anche nella carriera inoltrata entrambi sono riusciti a mantenere contenuti degni di essere ancora esplorati. In "Mirrors" la variabile nuova è l'inserimento del coro di ventotto elementi del London Vocal Project diretto da Pete Churchill che si affianca ad altri quattro musicisti per formare un sestetto con coro; Churchill è una figura di spicco nell'educazione musicale britannica, spesso nominato dal governo inglese per l'organizzazione dell'educazione nelle scuole primarie in rapporto alle possibilità offerte dalla musica jazz orchestrale. Il London Vocal Project è una sua creazione (già sperimentata con successo con Bobby McFerrin) e ha come obiettivo quello della integrazione del coro in una struttura jazzistica. L'entusiasmo di Dave Stapleton e della Edition Records nel proporre questa collaborazione allargata è proverbiale, ma è anche giustificata dal fatto che "Mirrors" è lontano dai clichès scontati del canto jazz, così come è lontano da quell'alone di "mestiere" che potrebbero inficiare la produzione (Kenny e soprattutto il sassofonista Mark Lockheart con i loro interventi evitano che il lavoro perda di limpidezza e raffinatezza); in "Mirrors" si può discutere sull'empatia e sui risultati della proposta ma è indubbio che esso evoca un approccio che sta le organizzazioni musicali di Wheeler e il lodevole lavoro armonico di gruppi come i Manhattan Transfer senza le loro strabilianti evoluzioni tecniche: in questo solco tracciato dal progetto, la Winstone accarezza con la sua voce le poetiche composizioni con un approccio funzionale, in cui tutta la struttura (orchestrale e corale) possa riconoscersi, cercando di evitare la perdita di profondità del testo poetico nel trasferimento musicale.

Ivo Neame  -  Yatra

In Inghilterra da tempo c'è un forte avvicinamento della teoria compositiva a quella improvvisativa del jazz. Se la prima ha avuto il conforto di un paese che era quasi naturalmente portato per la scrittura orchestrale, la seconda ha dovuto affiancare esperienze diverse che provenivano non solo dalla dorata plasticità del jazz americano ma anche da quelle meno appariscenti del jazz europeo. Negli ultimi tempi sembra che le nuove generazioni di jazzisti inglesi invece che andare a pescare in altri territori per la loro formazione peschino dalle proprie e la scena è ancora divisa tra jazzisti free che tengono in vita le commistioni più aspre con la musica contemporanea e jazzisti "post-moderni" che hanno abbracciato la composizione classica inglese meno cervellotica: personaggi come Simcock, Garland e tanti altri si pongono in una situazione di "campanilismo" musicale che deve qualcosa alle scuole di formazione classica britanniche e al jazz come viene inteso oggi dagli orientamenti dottrinali che cercano di scoprire nuovi spazi "emotivi" all'interno di una formula ben conosciuta. Il pianista Ivo Neame è uno di quelli che ha queste caratteristiche: dotato compositore, attento ai particolari, fornisce una visione di jazz geometrico che al suo interno possiede lo spirito e la ritmica del jazz tradizionale ma che è composto di una serie di elementi musicali scritta nel più probabile dei controlli. Eppure è qualcosa che funziona, perchè è una proposta di classe, le cui rifiniture spesso ci proiettano nel mondo dei compositori che non vive nell'àmbito del jazz. "Yatra", un ottetto di musicisti di tutto rispetto da lui diretti, vive la sua forza nelle soluzioni angolari che stanno tra Monk e un multistilista di ascendenza classica, dove ogni passaggio ha una coerenza e una funzionalità perfetta: forse a qualcuno questo post-bop potrebbe non piacere perchè non suona nuovo ma la qualità e la preparazione dell'artista Neame (anche come pianista e pluristrumentista) non può essere messa in discussione in nessun modo. Un suono "limpido" nella migliore tradizione inglese.


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