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lunedì 4 febbraio 2013

Eccellenze in casa Cuneiform tra rock, jazz e avanguardia

Come tanti sapranno l'etichetta discografica di Steven Feigenbaum è da tempo impegnata in un lavoro di selezione musicale non visibile che cerca di contenere al massimo il problema delle troppe uscite discografiche immesse sul mercato discografico ufficiale, tenendo sempre ben presente le aree di attrazione musicale che l'hanno contraddistinta: la Cuneiform è stata portavoce dello sviluppo dell'avant-rock, vicinissima a musicisti ed artisti di chiara ascendenza progressive e ha assecondato in maniera intelligente gli sviluppi che la fusione tra jazz e rock ha attraversato nel tempo: artisti di primo piano relazionati a questi settori della musica incidono per l'etichetta di Silver Spring in un campo in cui è leader (anche a livello organizzativo) e che può soffrire solo per la concorrenza di netlabels o etichette indipendenti. Vi propongo tre ottime produzioni discografiche della stessa, due saranno pubblicate il 29 gennaio ed un'altra di circa due anni fa, che assolve un mio debito con l'autore del lavoro.

  Guapo - History of the visitation

 Tra i migliori frequentatori del circolo degli aderenti al RIO (Rock In Opposition), movimento art-rock di tendenza contro l'industria discografica, nato nel 1978 di riflesso alla vena progressista degli Henry Cow, dopo che dischi come "Hot Rats" di Frank Zappa avevano aperto nuove prospettive nella contaminazione della musica rock con l'avanguardia, il quartetto dei britannici Guapo(1) ha una carriera alle spalle che già si compone di più vicende discografiche tra le quali si segnala il salto di qualità avvenuto con "Five Suns" e ribadito da "Black Oni"; l'ultimo lavoro del 2008 "Elixirs" aveva un pò lasciato l'amaro in bocca per via di caratteristiche musicali un pò diverse che non gli consentivano di reggere il confronto con quei due precedenti.
"History of the visitation" toglie qualsiasi dubbio in merito alla strada intrapresa, poichè è la degna continuazione dei due albums succitati e in verità potrebbe essere il loro capolavoro artistico: due lunghi brani e uno di raccordo sostanziano una delle migliori proposte progressive degli ultimi anni: "The pilmar radiant" (26'15") ha diversi strati che vanno da un intro misterioso fatto di sferragliamenti elettronici ad una soluzione tra chitarra e organo di vecchia "concezione" dove si ricrea qualcosa che sta tra i Genesis e i Van der Graaf G.,; compaiono valide variazioni e spazio per una sopportabilissima aggressività in linea con le attuali tendenze psycho-metal, che si stempera con allegorie jazz degne dei Soft Machine. "Complex=7" (4'46") è la pausa (costruita su un drone metallico e alcuni ben riusciti effetti di elettronica) che introduce all'altra lunga suite "Tremors for the future" (11'15") che parte con un giro minimalistico alla Terry Riley e poi si sviluppa in forma progressiva rimembrando cose che stanno tra l'umore di "Nursery crime" dei Genesis e il proto-metal del "IV" dei Led Zeppelin con accenti metal che sostengono varie parti senza impossessarsene. Da rimarcare che assieme al cd/Lp è anche accluso un dvd con versione live inedite (tratta dal NearFest del 2006) tra cui "Five suns", uno splendido brano di avanguardia prog che formava sostanzialmente l'omonimo cd e che ricorda qualcosa che ha nei geni i Pink Floyd di "Ummagumma" e "Meddle" ma che si sviluppa anche secondo coordinate che rimandano ai Mars Volta e ai movimenti paralleli moderni del progressive (con molte evidenze post-rock): questo vi dà modo di aver nello stesso disco un vero best del gruppo. 

(1) il fondatore della band è il batterista David J. Smith, poi Kavus Torabi alla chitarra, James Sedwards al basso e Emmett Elvin alle tastiere, tutti elementi che hanno avuto esperienze con gruppi paralleli.


Rob Mazurek Octet - Skull sessions

Come ribadito in altre occasioni, una delle dimensioni più accreditate del trombettista americano di origine brasiliana Rob Mazurek è quella con organici aumentati nel numero dei partecipanti (2): sebbene Mazurek faccia di tutto per smentire questa relazione (il quasi etnico "Calma gente" e i due progetti paralleli, quello coi Sao Paulo Underground e quello con gli Starlicker possono rientrare a pieno titolo nella sua discografia migliore), è nell'orchestra che Mazurek riesce a trasferire quell'estasi che gli dà connotazioni.
L'ottetto che suona in questo "Skull sessions" è una prova dal vivo che sembra essere stata richiesta per celebrare la musica di Miles Davis nel periodo elettrico, ma il trombettista invece che costruire dei rifacimenti dei brani di Miles ne ha composti dei nuovi richiamando i solisti delle sue usuali formazioni per una sessione allargata che ha quel furore musicale che sa tanto di caos organizzato dove le individualità strumentali sono uno degli ingredienti principali della riuscita del progetto: un livello assolutamente alto con gli "Starlicker" Jason Adasiewicz al vibrafono e il batterista dei Tortoise John Herndon; le tastiere di Guilherme Granado e le percussioni di Mauricio Takara (ex Sao Paulo Underground) e con l'aggiunta della notevole flautista Nicole Mitchell, del sassofonista Thomas Rohrer (con Mazurek in "Calma Gente") e del chitarrista Carlos Issa. "Skull sessions" conferma la passione di Mazurek per le "giungle" sonore, emancipandosi sia da quelle del Davis d'annata per l'uso "scattante" dello strumento che si distanzia da quello legato e siderale davisiano, sia da quelle del Coltrane di "Ascension" in cui più sembra inquadrata la sua visione musicale, costruendo un'evoluzione di entrambe, una modificazione libera, tesa a non estremizzare i contenuti e garantendo una struttura che ha anche la voglia di catturare l'ascolto in situazioni soniche rispettose del carattere "ambientale" dei suoni, ed in questo si serve del potere "magico" degli stessi che può essere ricreato negli stadi meno dinamici della musica grazie anche all'uso di elettronica live di contorno. Una sessione che fa ricordare come nell'improvvisazione jazz si possano aggiornare i contenuti musicali senza incorrere nel pericolo di assomigliare troppo a qualcuno. 

(2) vedi mie considerazioni sul profilo di Mazurek in "Stars have shapes"

 JOEL HARRISON & LORENZO FELICIATI - Holy Abiss

Dopo aver letto il mio articolo su mio invito, Joel mi chiese se avessi sentito anche questo "Holy Abiss": in verità l'avevo trascurato colpevolmente poichè lo ritenevo non rappresentativo del suo status artistico: Joel si impegnò a farmi inviare i files e quindi questa recensione paga il debito che avevo nel fatto di non conoscere questa prova discografica. 
"Holy abiss" in verità è un progetto di gruppo: con lui oltre al bassista Lorenzo Feliciati compaiono anche il trombettista Cuong Vu, il piano ed hammond di Roy Powell e il batterista Dan Weiss (3). L'idea è di trovare punti di contatto tra le diverse impostazioni di scrittura di Harrison e dei suoi comprimari: Joel, per l'occasione, si circondò di strumentisti di altissimo stand a cui in verità conferiva un vero potere democratico, dando (soprattutto a Cuong Vu e Feliciati) uno spazio maggiore di quello profuso nei suoi abituali lavori; Harrison quando interviene con i suoi assoli caccia fuori la sua risaputa emotività (4), ma il palcoscenico qui si divide, ad un livello superiore, anche con gli altri: se i brani scritti da Joel, come ad esempio "Saturday Night in Pendleton" si accodano alla tradizione "fusion" del chitarrista, soluzioni come quelle di "Faith"  o "Old and new" (scritte da Cuong Vu (5)) sono meno attanagliate ad una dinamica rock, configurandosi come delle mere improvvisazioni di jazz. Per quanto riguarda Lorenzo Feliciati (coautore con tre composizioni) è con piacere che si scopre un bassista di talento nel solco di personaggi storici come Pastorius, Miller e Palladino, a cui forse "Holy Abiss" forse gli sta un pò stretto: il consiglio è di ascoltarlo anche nelle sue recenti evoluzioni discografiche che lo dividono tra composizione ed applicazione al basso in cui mostra già una completa padronanza. 

(3) Dan Weiss, batterista già presente in molte registrazioni importanti di musicisti come Mahantappa, Binney, Abbasi, Shyu, Opvsik nonchè Harrison, e che si sta facendo solo recentemente una propria carriera solistica, in questo disco si inserisce nell'orbita di attrazione di batteristi di estrazione bop come Kenny Clarke e Max Roach (ma si può ascoltare anche in approfondimenti ritmici con la tabla di cui è un eccellente esecutore).
(4) vedi mia recensione/profilo in Joel Harrison 7: Search
(5) di Cuong Vu ve ne ho già parlato in Alcuni nuovi riferimenti del jazz del Far East


Per ulteriori informazioni: http://www.cuneiformrecords.com/


1 commento:

  1. Vi aspettiamo alla RareNoiseRecords per un confronto :-)

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