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domenica 24 febbraio 2013

BMOP/Sound e il "Devolution" di Anthony Paul De Ritis


Come risaputo la costosità delle registrazioni orchestrali è uno dei fattori che più preoccupano le case discografiche più esposte su questo versante: un trend contrario sta però maturando negli ultimi anni poichè i diretti interessati delle stesse (musicisti, direttori d'orchestra e compositori) di fronte alla bulimia "forzata" dei proprietari delle etichette discografiche hanno deciso di tirarsi su le maniche ed affrontare direttamente lo sforzo economico delle registrazioni: è quanto successo con la New Amsterdam dei compositori Brittelle, Snider e Greenstein o con le orchestre della St. Louis Symphony Orchestra o di Louisville che hanno elevato i loro standards organizzativi tenendo ben presente la precarietà della proposta rispetto alla sicurezza formale del vecchio sistema. In questo solco di auto-management si inserisce anche la proposta della Boston Modern Orchestra Project (da non confondere con la orchestra sinfonica di Boston) che ha addirittura si è messa al servizio di un principio che io ritengo fondamentale nell'àmbito della musica classica: lavorare su commissioni sponsorizzate e per la maggior parte su prime mondiali di compositori più o meno importanti legati in qualche modo al giro musicale della città; nel marzo del 2008 il conduttore Gil Rose, dopo aver affittato le sue direzioni a etichette importanti come Innova, New Wordl, Naxos, etc., decise di produrre anche in proprio tramite l'apposita BMOP/sound. Il suo primo cd fu il balletto orchestrale di "Ulysses" di John Harbison seguito da altre pubblicate con un cadenza media di quattro/cinque registrazioni l'anno; in questo modo Rose ha permesso di fissare su cd o mp3, composizioni orchestrali importanti di autori moderni: tra queste splendide perfomances di compositori più conosciuti anche scomparsi (Alan Hovhaness "Exil symphony", Louis Andriessen "La Passione", Gunther Schuller "Journey into Jazz", John Cage "Sixteen dances", Steven Mackey "Dreamhouse",etc.) ed altre ugualmente valide di compositori più giovani e meno noti (Derek Bermel "Voices", Michel Gandolfi "Y2K Compliant", David Rakowski "Winged Contraption", Lisa Bielawa "In medias ras", etc.). Quello che caratterizza la proposta bostoniana è comunque la volontà di presentare una modernità che non è avanguardia o ricerca sibillina da incubo della novità a tutti i costi, ma semmai una filosofica e sbrigativa accettazione della realtà in cui ancora cercare spunti dentro lo spazio creato dalle larghe maglie del modernismo del novecento, della serialità e del minimalismo. E' una scelta che trova il consenso di molta stampa specializzata e di tutti gli adepti compratori di musica classica fedeli al passato, numerosi ancora oggi in rapporto a quella che è la contemporaneità più coltivata nei suoi intenti avant-garde ed è assolutamente legittima quando trova sostegno nella bontà della proposta.

Tra le registrazioni del 2012 vorrei segnalarvi quella del compositore Anthony Paul De Ritis: "Devolution" raccoglie tre composizioni orchestrali in cui viene sposato il principio della interdisciplinarietà dei temi, un saggio del professore di filosofia Richard Fleming in cui si discute di come implementare musica e testi di generi differenti creando qualcosa di innovativo: l'insegnamento sull'orchestra influenzato quindi da Fleming viene condiviso anche dalla passione del compositore per i spettralisti francesi (partecipò alle classi di Manoury e Murail in Francia) con una propensione naturale per un uso descrittivo dell'impianto orchestrale: "Chord of dust" e "Legerdamain" presentano trame sospensive efficaci, con l'orchestra che cerca di raccogliere tutta la dinamicità possibile dagli strumenti. Ma il pezzo forte del set è la discussa "Devolution", commissionata coraggiosamente dal direttore musicale della Okland East Bay Symphony, Michael Morgan che voleva un pezzo orchestrale da concerto con disk jockey: la scelta ricaduta sul famoso Paul D. Miller in arte DJ Spooky (che è il naturale riferimento per questi esperimenti) vede lo stesso affiancare un tema orchestrale di De Ritis con due turntables e un laptop in Max/Mps perfomance. Sulla base delle indicazioni di De Ritis, DJ Spooky si inserisce con i suoi "tagli" che consistono in basi pre-registrate in stile remix che consistono anche nelle brevissimi campionature del Bolero di Ravel, l'Allegretto della settima sinfonia di Beethoven o alcune idee "accennate" del musicista stesso (es., un breve fondo di hip-hop, un motivo di elettronica berlinese); l'orchestra di contro viene aumentata di una chitarra elettrica stile Santana pensata e suonata da Jude Gold e da un set percussivo. Si crea in sostanza una deroga "compositiva" che dà spazio a Miller di lavorare in tempo reale prescindendo dai risultati: una specie di sostituzione che crea un'inaspettata contrapposizione tra le campionature di Dj Spooky e la realtà degli strumenti orchestrali, una specie di lotta tra la profondità dell'orchestra e il remix. Il risultato è una potente ricostruzione musicale. Potrebbero essere questi dei passi significativi per riavvicinare alla musica classica le grandi platee?


Qui l'articolo tradotto in inglese sul sito della BMOP.



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