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giovedì 21 febbraio 2013

Alessandro Paternesi e il suo P.O.V. Quintet

Nel jazz la precocità musicale è elemento che non sempre lascia tutti d'accordo: in molti casi la maturità del musicista viene contrastata dalle esperienze che lo stesso, per ovvi motivi cronologici, non è riuscito a fare. Sembra, però, che le comunità musicali abbiano provveduto a questa teorica mancanza, sottoponendo il fare artistico ad unioni e connubi immediati che siano di slancio per le carriere a venire. Il giovanissimo quintetto del batterista di Fabriano, Alessandro Paternesi, è un caso eclatante di come l'età non conti molto, quando si fanno i passi giusti per il proprio processo di crescita e si ha talento: certo oggi non è poi molto difficile aprirsi a collaborazioni importanti sia perchè ormai esiste un dialogo strettissimo tra artisti e sia perchè la stampa (specie quella nazionale) fa di tutto per esacerbare nuovi talenti su cui discutere sui propri giornali. 
Nel quintetto P.O.V. di Paternesi, che si ascolta nel loro esordio discografico "Dedicato", trovate alcuni delle migliori potenzialità musicali d'Italia: dal pianista Enrico Zanisi (pluripremiato e vincitore del concorso di Musica Jazz per lo strumento nella sezione dei nuovi talenti), al contrabbassista Gabriele Evangelista (musicista di estrazione classica passato all'improvvisazione e già in un quintetto di Rava), dal sassofonista Simone La Maida (molto attivo in passato nel teatro e che qualche anno fa lavorò con Bennato in funzione etnica) all'elegante chitarrista Francesco Diodati (che ha avviato parallelamente anche una propria carriera solistica piena di consensi); ma non vi aspettate di trovare un incontro "possibile" tra lo stile dei partecipanti perchè qui si sente che il progetto è veicolato dal batterista. Se stilisticamente Paternesi è un ponte tra la poliritmia di Elvin Jones, la potenza dei batteristi fusion (un pizzico di Cobham) e la raffinata potenza acustica di Brian Blade (a cui sinteticamente si avvicina e a cui dedica un brano su "Dedicato", "B.B."), lo stesso dimostra di aver ben assimilato anche capacità compositive di derivazione "classico-romantica" che ben si sposano con il suo drumming e lo fa attingendo anche a musicisti che non discendono dal suo strumento così come avviene nel frizzante "K.W.", sigla di Kenny Werner, pianista che sembra sia stata una sua influenza; pur rimanendo nel campo del jazz tradizionale, si avverte già una scrittura che richiama trasversalmente il sound della Ecm R. (con un leggero spostamento più a sud) incorporando melodie pensose, fotografie apparentemente evanescenti di paesaggi sperimentati in prima persona, dove la sua presenza è garantita da un percussionismo cangiante che ora rulla ora accompagna come in un tam tam tribale e silenzioso: è una formula di "mainstream" jazz che esce dalla mediocrità di tante proposte non solo per la condivisione e la preparazione dei partecipanti (svetta in "B.B." incendiario il connubio tra l'assolo di La Maida e il drumming effervescente di Paternesi o quello in "Chopin part II" con Zanisi sugli scudi), ma perchè indica un percorso, sicuramente iniziale, di come svolgere il lavoro, un percorso che sembra voler ripristinare quel rapporto tra musica ed immagini che fu uno dei punti forti del jazz europeo di matrice non free negli anni settanta e che oggi fa fatica a ritrovarsi con le credenziali giuste.

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