Peculiare è la disciplina del sassofono in Italia: si dispone di un elevato numero di talentuosi musicisti (alcuni invero anche molto giovani) che si dibattono per strade diverse facendo molta attenzione al fattore estero. Alcuni di loro infatti sembrano avere due vite: una nel nostro paese e l'altra (camuffata come esperienza arricchente) fuori dai nostri confini. Non è strano osservare come per tutte le tonalità del sassofono (così come per gli altri strumenti), storicamente strumento principe del jazz, vi sia una voglia di maturità che travalica i confini italiani; quello che è in dubbio è quanto sia produttiva l'esperienza di andare a New York o Parigi, dato che ormai il jazz inteso in senso tradizionale vive purtroppo di una rimasticazione di generi anche in quelle zone e alcune scuole italiane non hanno nulla da invidiare a quelle americane; certo si respira un clima differente, ma forse i "segreti" del jazz sono oggi alla portata di tutti. L'aspetto più confortante dei nostri sassofonisti è la qualità delle loro idee che affrontano nel migliore dei modi un panorama stilisticamente saturo dove da una parte c'è una piena consapevolezza dei mezzi e ci si concentra sull'espressività e dall'altra, attraverso l'apporto incredibile di "nicchie" progressiste silenziose e controcorrente, si cerca di esplorare i confini del jazz tenendo conto delle tecniche di improvvisazione e della tecnologia.
Riprendendo
la nota tripartizione indicata nell'articolo introduttivo, i
sassofonisti si riconoscono a grandi linee nella "tradizione" allargata
(bop, post-bop, mainstream, fusion, etc.), nell'avanzamento
"avanguardistico" (free jazz, libera improvvisazione, estensioni, etc.) e
nell'inserzione di elementi "etnici" (jazz mediterraneo o con profumi
esotici);
Oggi la scena è in fase di evoluzione poichè se da una parte sassofonisti storici del jazz italiano come Gianluigi Trovesi o Daniele Cavallanti
continuano con molta raffinatezza a produrre lavori di alto profilo,
dall'altra si sta creando una vera e propria schiera di sassofonisti
"generazionali" che si nasconde nelle maglie dell'etichetta El Gallo
Rojo e in un'altra serie eccitante di musicisti ritenuti
"minori"; tenendo presente che un carattere di distinzione può essere
creato tra alto sassofonisti (con estensioni ai soprani e ai clarinetti)
e tenori sassofonisti (con estensione ai baritoni), cercherò di
applicare questa distinzione in maniera formale anche a questa breve
analisi, incrociando la stessa con la tripartizione da me usata, tenendo
presente che la tonalità dello strumento dinanzi al nome sta ad
indicare solo una prevalenza del suo utilizzo. Si parlava quindi della
schiera di sassofonisti orbitante attorno alla El Gallo Rojo: è proprio
grazie al sax che può scorgersi la finalità del progetto
complessivo della casa discografica che mira
a creare un proprio sound frizzante e intelligente allo stesso tempo,
frutto di una rielaborazione degli stilemi del jazz americano prima del
suo "doloroso"? assorbimento nella musica creativa d'avanguardia: al suo
interno orbitano personaggi come Daniele D'Agaro, magnifico
pluristrumentista con prevalenza al tenore che si è fatto notare già per
uno stile ponte personalissimo tra Ben Webster, Joe Lovano e Ornette
Coleman, nelle registrazioni con gli olandesi importanti del free jazz
(Alexander von Schlippenbach e Han Bennink) così come nel validissimo ed
esplicativo trio di "The tempest"; all'alto Andrea Ayassot
è ben conosciuto per il fatto di suonare in pianta stabile nel gruppo
del pianista Franco D'Andrea, ma che negli ultimi tempi si sta creando
un proprio engagement con formazioni personali; Piero Bittolo Bon è un sassofonista di rango che può essere ascoltato bene nel suo bizzarro stile in "Sugoi!Sentai!Gattai!" con i Jump The Shark; al tenore Francesco Bigoni può essere ascoltato nel gruppo Houdini's Cage "Memories of a barber", mentre l'esperienza del gruppo degli Orange Room coinvolge anche il baritonista Beppe Scardino; a questi si aggiunge l'altista Enrico Sartori (nel progetto degli Henry Taylor in "Crooning the anger") in una indiscutibile battaglia tra sassofoni.
Questa
lista di musicisti, con l'occhio rivolto alle contaminazioni possibili e
trasversali ottenute nel jazz, va integrata con sassofonisti di
assoluto valore che si inseriscono nella stessa rifiutando le
interazioni troppo pronunciate e cercando rifugio in uno splendido solismo bop
o mainstream: in quest'ottica rientrano il tenorista Francesco Bearzatti specie nei suoi primi lavori ("Suspended Steps" e "Virus"), il tenorista Emanuele Cisi ("The age of numbers"), il tenorista Giulio Martino, che si ascolta in un raffinatissimo incontro con il pianista Cappelletti in "Infant Eyes" e nel quartetto di "Mysterious"; il parkeriano Stefano Di Battista all'alto che, in mezzo a molta produzione fuorviante, si ascolta bene in "Round about Roma", gli altisti Carla Marciano, una reincarnazione efficiente di Coltrane in "Change of mood" e Rosario Giuliani, condiviso tra Parker e Cannonball Adderley, perfetto in quasi tutte le sue registrazioni di cui si apprezza particolarmente "More than ever"
con Pilc e Galliano. Inoltre non si può fare a meno di ricordare come
il livello di eccellenza tecnica si stia spostando verso il basso della
scala delle età e in questo senso devono essere menzionati i
giovanissimi superlativi altisti Francesco Cafiso (cui peraltro manca ancora purtroppo una maturità compositiva) e il ventunenne Mattia Cigalini di "Res Nova" in quartetto dove mostra una padronanza dello strumento esemplare.
Nell'àmbito del free e delle sue estensioni, un ruolo importante sembra rivestirlo Gianni Mimmo,
che può considerarsi, anche grazie alla fondazione della sua etichetta
discografica specializzata, la Amirani R., l'anima del "moderno" jazz
italiano, se per moderno si intende la cultura delle avanguardie che ha
investito il mondo musicale del jazz già da circa cinquant'anni. I
duetti con Xabier Iriondo "Your Very Eyes" e con Lenoci "Reciprocal Uncles"
sottolineano tutta la sua profonda cultura e passione per cercare di
aprire definitivamente all'ascolto più generalizzato quei territori
della dissonanza, dei silenzi conturbati, e dello spirito
dell'espressione contemporanea che in Italia purtroppo costituiscono un deterrente e
non un espediente prezioso da sviluppare. A Mimmo si deve naturalmente
accostare il siciliano di origini, Gianni Gebbia che all'alto è già una vera icona dello strumento moderno e non solo per le esperienze cospicue fatta anche attraverso collaborazioni
all'estero, ma anche per un sostanzioso e non freddo rimescolamento delle scoperte di Parker, Cage e soci, in cui si inserisce la sua straordinaria capacità di elaborazione che abbraccia tutto il mondo musicale compreso quella parte che mette in evidenza la sua vena mediterranea: l'invito è a compiere una completa riscoperta della sua discografia.
Interessante
è il movimento di sassofonisti che si sta sviluppando attorno alla
Silta R e alla Setola di Maiale con vere eccellenze totalmente
"misconosciute" al gran pubblico del jazz: per la prima segnalo
l'altista Biagio Coppa, che unisce la dissonanza della musica colta del novecento con il jazz di Coleman in "Anastomosi"; Vittorino Curci, che può essere ascoltato nel quartetto di William Parker e Gianni Lenoci in "Serving an evolving humanity"* e in quello con Joelle Leandre in "Psychomagic combination"); Gianni Virone al soprano fra Konitz e il free jazz in "Quadricromia"; Francesco Massaro al baritono che esplora le relazioni della musica improvvisata di zorn-iana memoria in "Chaque Objet".
In Setola di Maiale orbitano invece le tendenziali proposte di Massimo Falascone con tecniche di improvvisazione pura, live electronics e loops in "Works 05-007-2008" e Edoardo Marraffa al tenore che può essere ascoltato in molte sessioni con altri musicisti italiani tra cui Maier, Braida, Di Lorenzo, etc. Uno dei più apprezzati sassofonisti del momento tra gli ambienti jazz sembra essere Achille Succi, che mostra un personale suono riflessivo e lirico nell'approccio improvvisativo che a seconda dei casi può essere ben ascoltato in "Pequenas flores do inferno" con Salvatore Maiore o nelle "Scoolptures: Materiale Umano" in quartetto; mentre il tenore a stantuffo di Andrea Buffa ha avuto modo di mettersi in evidenza nel primo disco registrato in chiave internazionale per la Leo R. "30 Years Island"; nettamente sottovalutata è la verve improvvisativa dell'altista Ivan Valentini, che in "Il teatro impossibile" forniva una versione eclettica di un jazz diviso tra Pasolini, il teatro dell'assurdo di Godot, Steve Lacy e istinti colti.
Più misurata è stata la propensione dei sassofonisti verso l'improvvisazione di tipo "etnico": se indubbiamente il tenorista Carlo Actis Dato può essere considerato il portabandiera di un certo tipo di jazz contaminato con elementi di culture altrui (non necessariamente adiacenti da un punto di vista geografico), non si può sottacere l'estemporaneità di alcuni lavori fatti nel recente passato da sassofonisti come il "Giada" di Eugenio Colombo o il "Live in Israel" di Roberto Ottaviano. Quello della ricerca etnica rimane purtroppo forse ancora poco esplorato dai sassofonisti (Gebbia in "Terra Arsa" ne ha portato molto avanti i confini) se rapportato al percorso intrapreso da altri strumenti e la motivazione non è univoca: nonostante molti musicisti abbiano addirittura formato delle orchestre riposizionate sull'argomento non sembra siano emerse figure di spicco o quanto meno trascinatrici di una nuova estetica. Specie in alcune zone (penso al napoletano) si è invero assistito anche a fenomeni di incrocio meno concettuali come verificato nel jazz partenopeo portato avanti dalla Napoli Centrale e dal suo famoso sassofonista di colore James Senese.
Note:
* vedi la mia recensione su quel disco in precedente post.
Le puntate precedenti:
Poche note sul jazz in Italia: introduzione (prima parte)
Complimenti, non è facile parlare di saxofonisti in questa giungla di stili, direzioni, ecc.....
RispondiEliminaAnche perche molti saxofonisti (io compreso) sono anche o soprattutto clarinettisti, flautisti, ecc. che perseguono mille strade.
Per quanto mi riguarda è appena uscito un disco per la RUDI records, con me, Tristan Honsinger e Tobias Delius = BABOON
Grazie (Anonimo)? Enrico per il tuo commento e la segnalazione del tuo nuovo disco.
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