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martedì 15 gennaio 2013

Daniele Camarda: Sound Act



La preparazione del musicista odierno sembra richiedere molta più attenzione del passato. Allo stesso gli viene chiesto di assimilare in fretta decenni (se non secoli) di musica per avere le armi necessarie a trovare la propria dimensione. In questo può essere utile l'esperienza accademica, così come quelle "dirette", che vengono affrontate per dare un maggior senso alle proprie idee musicali. Daniele Camarda, siciliano, è uno dei più validi bassisti italiani che abbraccia un linguaggio dello strumento in maniera così personale che vi costringe ad uscire fuori dai binari dell'ordinarietà parametrata sul basso: qui siamo di fronte ad un improvvisatore che usa dei bassi a sei o sette corde, che suona utilizzando tecniche in modo promisco tali da non darvi la possibilità di capire se siete di fronte ad una chitarra o ad un basso. L'improvvisazione si nutre anche di un'attitudine all'elettronica enucleata con loops digitali registrati dallo strumento e un umore dei suoni che disegna orizzonti evocativi dell'anima, a tratti forse anche oscuri, ma che delineano un progetto sonoro che è una interessantissima via di mezzo tra avanguardia (intesa sia sullo strumento* che in termini di proposta) e la presunta "desolazione" paesaggistica del Sud del mondo (mediterraneo ed orientale). In questo senso Daniele ha costruito un prodotto particolarissimo che è fuorviante definire jazz: il suo splendido disco in compagnia del sassofonista Gianni Gebbia ("Dell'Incertezza") aveva solo sporadicamente idiomi jazzistici udibili in alcuni passaggi strumentali caratterizzati da impulsi bassistici più tradizionali, ma il resto era qualcosa che utilizzava il basso in maniera che fosse amalgamato da uno spunto chitarristico: un rifiuto del ruolo del contrabbasso nel  jazz ordinario e una presa di posizione sulle spinte moderne dello strumento, prescindendo da qualsiasi direzione di genere.  Camarda, dopo essere stato a contatto con la realtà accademica di Berklee e successivamente con quella della platea specializzata di New York (maturando quel senso di smarrimento metropolitano tipico della città americana), ha intrapreso un percorso di esperienze in presa diretta girando il mondo e focalizzandosi nella zona India-Medio Oriente e Giappone, terre dove ha approfondito il suo concetto sullo strumento, lavorando sulle sensazioni che i suonatori di vina, oud arabo o shamisen giapponese hanno da sempre insegnato.
 "Sound act" è il suo secondo disco solista dopo dieci anni da "Solo" e mostra una maturità ancora più evidente: il brano di apertura "The dancer is lost" è programmatico: non solo sembra che si sia persa la separazione tra basso e chitarra, ma si avverte l'elemento in più che pervade le composizioni, determinato dall'uso di digital processing. I brani sono ritagli musicali pensosi al limite della condensazione, pillole di cosmopolitismo che abbracciano sommessamente lo spirito dell'Oriente con quello newyorchese e contemporaneo da cui si è formato. E' un suono che vi affascina fatto com'è di riflessioni, di riferimenti "globali", che ha dentro anche una sua "melodicità" (senti "Thodol"), dove lo strumento acquista forme cangianti. Daniele sfrutta loops di elettronica in vario modo, da funzione di sostegno a ruolo di protagonista ("Flux" ricorda le reiterazioni del minimalismo americano, "Milam" è totalmente immersa nel tiepore dell'ambient music odierna), evidenziando come per lui questo apporto rappresenti un punto imprenscindibile della sua proposta, forse anche a discapito di una più pura improvvisazione sullo strumento; tuttavia "Spaciousness clarity and warmth" vi stupirà, poichè qui, a sorpresa, si respira aria di chitarra barocca. "Sound act" è un lavoro di moderna sensibilizzazione sul suono che, francamente, meriterebbe altra dimensione e tutt'altra scala di valori nella musica. 

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*Nota:
Daniele Camarda suona un 7 strings bass con digital processing.

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