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giovedì 17 gennaio 2013

Brian Groder & Tonino Miano: Fluidensity

 Questo binomio italo-americano si presenta come una delle cose più interessanti dell'inizio del 2013. Il trombettista Brian Groder e il pianista Tonino Miano pubblicano in grande stile questo "Fluidensity" frutto della loro più totale asserzione all'improvvisazione jazzistica.
Groder dopo numerosi anni da sessionman, sembra aver deciso solo nel 2004 di mettere ordine alla sua carriera solistica, aprendo una propria etichetta discografica, la Latham Records, e ristampando un disco del 1994 "Ancestral tongue", un lavoro dedicato al post-bop; poi  incidendo "Torque" in un quartetto in cui figurava Sam Rivers, con cui la prospettiva si sposta sul free-jazz; la bellezza della tromba di Groder sta in quel carattere di "conversazione" che riveste, quel senso di presenza nell'improvvisazione che era una qualità dei grandi suonatori dello strumento, specie quelli al confine tra l'hard bop e il free; il suo è comunque non è un percorso di forzature, ma semplicemente l'espressione di un tenace musicista che sa di poter contare in un settore dove a livello della tromba si fa fatica a trovare nuove idee (sembra che Wadada Leo Smith possa considerarsi uno dei superstiti di un certo tipo di modello) e lo sviluppo delle nuove generazioni sullo strumento si incentra su manipolazioni tecniche o al computer che non sono ancora genericamente accettate dal punto di vista stilistico. L'alto tasso di efficacia della sua tromba caratterizzerà anche il successivo quintetto di "Groder & Greene" che mediatamente vira all'avanguardia.
Quanto a Miano, il pianista meritava già di essere apprezzato in alcuni collettivi che solo la stampa specializzata aveva segnalato: i progetti  Cardinal e EA Silence (in varie formazioni italiane con Cosottini, Melani e Pisani) si impegnavano a correre lungo i sentieri della comprovvisazione di risonanza "contemporanea". Stilisticamente di base vicino a Cecil Taylor, le influenze di Miano sono più vaste del contorno americano: lo stile ruminativo è profondamente amalgamato con il pianismo classico delle avanguardie europee post-Schoenberg, per cui non c'è netta prevalenza di un idioma. La forma del duo con la tromba, inoltre, sembra essere una delle predilezioni dell'artista italiano, ormai trasferitosi da anni a New York, un territorio che invero non è stato mai troppo sfruttato dai jazzisti. (quelli che ricordo negli ultimi tempi di un certo spessore in terra statunitense sono quelli tra Kirk Knuffke e Jesse Stacken).
"Fluidensity", quindi, si cala in queste sollecitazioni musicali di tipo discorsivo, che mettono in mostra non solo la bravura dei due musicisti, ma anche la voglia di descrivere attraverso la musica un mondo di pensieri ed emozioni indirette che fanno parte della nostra realtà: "Inclination" sembra una metafora sullo sforzo di andare avanti, lo spingere metaforicamente qualcosa su un piano inclinato in cerca di un equilibrio che si cerca di ottenere nella vita quotidiana; "Depths of field", evoca quella profondità di campo che era una delle caratteristiche risorse di trombettisti come Chet Baker, quelle aperture della tromba nello spazio che ce l'hanno fatta amare nel tempo per via delle insidie che nascondevano; in "Phase shift", mentre Miano cuce continue "trappole" di clusters in sottofondo, Groder sfodera assoli che raggiungono una vasta gamma di riferimenti dove il tono diventa a volte discorsivo o lirico, pigro o impertinente. "Wiser Counter clock" è l'episodio in cui i due raggiungono il climax del loro interplay, dove il piano e la tromba puntellano situazioni diverse, con molte variazioni e dove gli stessi, toccando probabilmente il loro vertice espressivo, confermano che di opere senza pregiudizi e atemporali ne abbiamo ancora bisogno.

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