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lunedì 30 gennaio 2012

Sofia Gubaidulina


Se nel mondo ancora oggi si cercano le fondamenta di una buona fede in Dio, la compositrice russa Sofia Gubaidulina sembra aver trovato da tempo le risposte giuste e le ha trovate nella musica. Nata in un clima chiaramente improntato alla repressione delle libertà individuali (la Russia di staliniana memoria), la ormai ottantenne compositrice si  liberò di quel fardello impegnandosi nella sua attività. Dopo aver assorbito come una voragine tutta la cultura classica sino alle sue ultime evoluzioni (Sofia ha composto anche un lavoro di elettronica ante-literam "Vivente-Non Vivente" nel '70), la russa prende seriamente in mano il mondo delle avanguardie e della contemporaneità russa e il suo apporto sarà fondamentale. Ad oggi, con una vena che sembra non inaridirsi affatto, Sofia può vantarsi del fatto di aver cristalizzato molte situazioni. Quali?
1) Su una lunghezza d'onda che va da Bach a Webern, la Gubaidulina ha fissato un suo standard che in qualche modo può considerarsi uno dei possibili sviluppi dei percorsi intrapresi dalla storia della musica classica: la stessa compositrice la concepisce come un albero con dei rami (lei presumibilmente è uno di quelli) che approfondiscono le intuizioni primarie. Sofia sarà già strabiliante con i saggi pianistici in sonata prima nel '65 e con un concerto "Introitus" poi nel '78, saggi virtuosi con clusters, ostinati, risonanze interne, che ristabiliscono da parte delle maestranze un reale ed effettivo interesse per quelle tipologie di composizione.
2) Non solo si limita ad una personale e direi "religiosa" elaborazione degli stilemi atonali, ma utilizza tutte quelle tecniche di estensione agli strumenti che gli permettono di esplorare le tonalità basse e di dargli una dimensione misteriosa o anche mistica, senza contare che in molte sue composizioni ritornano i concetti dei rapporti aurei o dei numeri di Fibonacci, che guidano lo spartito: Sofia ha sempre affermato che la sua serie di Fibonacci dev'essere basata sulle scale naturali e non sui sistemi temperati che ne costituiscono già un ordinamento, poichè libero è il rapporto dei suoni in natura così come liberi sono i tempi e i ritmi. (una sorta di riaffermazione della microtonalità e della just intonation)
3) E' certamente condivisibile la sua inclusione nel movimento minimalista religioso che si sviluppa nel Nord Europa, certo con caratteristiche diverse da quelle che contraddistinguevano Part o Gorecki, poichè la Gubaidulina tende ad esaltare la drammacità delle situazioni; non solo, ma personalmente penso che il suo inserimento debba essere anche rivalutato dopo l'esperienza della commessa della Passione di S.Giovanni, in cui la russa ha donato elementi di novità alla coralità, cercando un compromesso con la religione ortodossa, un tentativo alquanto difficile, nobile e rischioso dal punto di vista musicale, ma certamente frutto di una grande apertura mentale.
4) E' stata una delle prime compositrici a riservare alla musica classica nuovi abbinamenti tra gli strumenti, mettendo di fronte ad esempio sezioni di fiati inusuali con trii o quartetti a corde, oppure componendo concerti ibridi di archi e coro, o anche contrapponendo tromboni e percussioni; inoltre è innegabile che abbia contribuito a formare un patrimonio vergine di carattere contemporaneo a molti strumenti come la fisarmonica bayan (variante folklorica di quella ordinaria) o al fagotto, alla tromba, nonchè alle percussioni che da sempre costituiscono uno dei veicoli principali della Gubaidulina per accrescere la fisicità della composizione.
Fatte queste premesse, l'immensità di questa compositrice sta nella costruzione monumentale di suoni che si distinguono per una ricchezza ed un fascino irrimediabile, un libero crogiuolo di sonorità sempre presentate in perfetta suddivisione di spazi, silenzi, con un ricorso memorabile alle risonanze e ai vortici strumentali da una parte, ma anche fornendo sprazzi "classici" degni di un grande compositore del passato dall'altra: una delle pietre miliari della modernità, nonchè il suo capolavoro, è l'Offertorium, concerto per violino ed orchestra composto nel 1980 e dedicato a Gidon Kremer, che colpisce per la sua intensità espressiva e per il magnifico connubio che si crea tra il violino e il resto degli strumenti corposamente e rigorosamente "misteriosi" per tutto il percorso. Il bis la russa lo ha fatto nel 2007 donando il suo secondo concerto ad Anne Sophie Mutter, ma è innegabile che il suo nome lo si trova già da tempo in ogni rigagnolo della musica colta moderna. Molte ottime composizioni dell'ultimo decennio trascorse non sono ancora state registrate su cd (lo saranno probabilmente più in là), tra quelle registrate si distinguono quelle dedicate alla figlia morta Nadeyka nel 2004 in forma di trittico tra cui la world premiere "Lyre of the Orpheus" incisa da Kremer con la Kremerata Baltica per la Ecm N.S., che esaltando l'aspetto sensitivo dell'artista, probabilmente tenta di percorrere i corridoi dell'aldilà, attraverso un favoloso gioco di andirivieni strumentali. Le altre due world premieres recenti sono "Glorious Percussion", primo concerto per percussioni registrato dalla Lucerna Symphony Orchestra di Jonathan Nott per la Bis Records (che batte sul tempo le esecuzioni di Dudamel con la Berliner Philarmonica) e "Fachwerk" ulteriore contributo sul bayan per la Naxos; sarebbe ora, visto il numero dei lavori svolti sulle percussioni, che ci fosse una sistemazione di queste opere così come successo sul fagotto in moda da avere un volume unico sull'argomento: la Gubaidulina si è cimentata diverse volte sulla composizione allargata a più percussionisti (6 o 7 musicisti ognuno con il proprio tableaux di vibrafoni, cimbali etc.) da soli o in abbinamento con tromboni, sax o violini.

Discografia consigliata:
-Offertorium, Charles Dutoit, Boston Symphony Orchestra, Kremer, Deutsche Gramophone
-In tempus praesens, Anne Sophie Mutter, Deutsche Gramophone
-Complete piano works, Dian Baker, Stradivarius
-In the Mirror, Vladimir Kozhukhar, Kyiv Chambers Players, Bis
-The Canticle of the sun, Pahud, LSO London Voices, Rostropovich, Emi Classics
-"Stimmen...Verstummen", Symphony in 12 movements, Rozhdestvensky, Royal Stockolm P.O., Chandos
-Concerto for bassoon & low string, Lahti Chamber Ensemble, Vanska, Bis
-String quartets 1-3, String Trio, Danish String Quartet, Cpo
-Alleluja, Copenaghen Choir, Jorgensen, Chandos
-De Profundis, Et expecto, Farmer, Black Box
-Sonata for double bass and piano, Styffe, Simax
-The Deceitful face of hope and of despair/Sieben worte, Venzago, Gothenburg S.O., Bis
-Lyre of the Orpheus, Kremer, Ecm

 

domenica 29 gennaio 2012

Leonard Cohen



"Like a bird on the wire, like a drunk in a midnight choir, I have tried in my way to be free"
Spesso nella letteratura o nella poesia sotto le sua varie forme si nascondono quelle frasi "veritiere" che colpiscono l'intelletto e il cuore del lettore poichè perfettamente aderenti al suo modo di pensare su quell'argomento: è come se si fosse accesa una luce chiara che fine ad allora il nostro inconscio vedeva in maniera nebulosa. Leonard Cohen, prima poeta e poi cantautore, fa parte di quel mondo a cui accennavo con la frase d'ingresso di questo articolo: artisticamente inserito nell'epoca di Dylan e dei poeti beat, ebbe la fortuna di registrare il suo primo disco quando il profeta del folk era nel pieno delle sue forze, ma Cohen se ne differenziava sostanzialmente, perchè la sua era una scrittura interiore ben diversa dal colto esistenzialismo dell'americano: la sua splendida "Suzanne", canzone con cui esordisce nel suo "The songs of L. Cohen" è il suo manifesto programmatico; divisa dal punto di vista strofico in tre parti, ognuna di esse chiarisce gli argomenti da trattare attraverso il "trasporto" quasi dantesco di Suzanne. Nella prima strofa si fa strada il suo concetto della comunione di spirito che può coinvolgere coloro che hanno affinità di pensiero o culturali indipendentemente dal sesso ....."Suzanne takes you down to her place near the river/You can hear the boats go by/You can spend the night beside her/And you know that she's half crazy/But that's why you want to be there/And just when you mean to tell her/That you have no love to give her/Then she gets you on her wavelength/And she lets the river answer/That you've always been her lover......" Nella seconda esamina il rapporto con la religione con le dichiarazioni di un Dio evidentemente diverso da quello che siamo soliti incontrare, un dio fragile e filosofico, che è alla ricerca della vera libertà degli uomini (Cohen avrà diverse sbandate mistiche, una delle quali lo portò recentemente ad internarsi in un monastero zen allo scopo di rinfrancarsi lo spirito)...."And Jesus was a sailor/When he walked upon the water/And he spent a long time watching/From his lonely wooden tower/And when he knew for certain/Only drowning men could see him/He said "All men will be sailors then/Until the sea shall free them"/But he himself was broken/Long before the sky would open/Forsaken, almost human/He sank beneath your wisdom like a stone......" La terza rimanda al sociale, alle contraddizioni del mondo ed in maniera più indiretta al vuoto e alla desolazione che possono comportare eventi come quello bellico (in seguito Cohen ritornerà più specificatamente sul tema, sottolineando le implicazioni interiori degli animi dei soldati)...... "She is wearing rags and feathers/From Salvation Army counters/And the sun pours down like honey/On our lady of the harbour/And she shows you where to look/Among the garbage and the flowers/There are heroes in the seaweed/There are children in the morning/They are leaning out for love/And they will lean that way forever/While Suzanne holds the mirror........"
Quindi una triade perfetta, che trovò anche una sua semplice ed efficace espressione musicale: una voce oscura (che diventerà più propriamente baritonale con gli anni), alcuni arpeggi alla chitarra e delle voci femminili di contorno ed una strana dolcezza fuori dal normale: Cohen pone le basi per uno stile unico, esistenzialista, che diventerà al riguardo, una pietra angolare per tutte le future generazioni di musicisti. Molta critica contesta l'americanità del personaggio, che sembra aver avuto più influenza dagli chansonnier francesi che dai folksingers statunitensi; se questo è in parte successo nel periodo "puro" del cantautore canadese è evidente che se si scorre la sua carriera discografica diventa impossibile negare la sua piena americanità e l'aver sposato, oltre al folk, generi come il blues e le sue derivazioni. La magia di quella prima formula semplice ed emotiva, durerà fino a "New Skin for the old Ceremony", poichè a prendere forma nella carriera musicale di Cohen sono infatti gli arrangiamenti e la produzione. La verve poetica non lo lascerà mai, ma nella sua musica avvengono degli importanti cambiamenti. Innanzitutto Cohen cerca una simbiosi nei ritmi  e nella scansione dei tempi: il funk e R&B degli anni settanta, la dance music anni ottanta, le marcette sintetizzate per poi arrivare fino al dub dei giorni nostri: in questo lungo asse del tempo, Cohen non è molto prolifico (una media di pubblicazione bassissima) e qualche volta delude l'impianto musicale costituito, così come avviene negli episodi meno riusciti (ma rispettabili) di "A death of ladies man" o "Recent songs". Più dinamica e meglio costruita si presenta la triade "Various Positions" (che contiene alcuni dei suoi brani più famosi), "I'm your man" e soprattutto "The future" che restituiscono un Cohen ispirato ma musicalmente spesso al limite di un'empasse alla Serge Gainsbourg. "The future", in particolare, fu profetico, poichè costituiva uno spaccato desolante della società contemporanea a venire che partendo da una inefficace social-democrazia riduce l'uomo alla rassegnazione. Poi con "Ten new songs" e il successivo "Dear Heather" il tono si fa quasi glaciale, oscuro e moderato, come se Cohen fosse rimasto seriamente incarcerato dai suoi stessi pensieri.

Discografia consigliata:
-Songs of Leonard Cohen, Columbia 1968
-Songs from a room, Columbia 1969
-Songs of love and hate, Columbia 1971
-New skin for the old Ceremony, Columbia 1973
-Various Positions, Columbia 1984
-I'm your man, Columbia 1988
-The future, Columbia 1992

sabato 28 gennaio 2012

Ned Rorem




Tra i compositori americani più rivalutati negli ultimi anni, Ned Rorem ha avuto riconoscimenti immensi per le sue apprezzatissime art songs e come diarista, mentre pochi ricordi si nutrono dell'attività rimanente: se è innegabile il fatto che molta critica non gli attribuisce un peso fondamentale nell'ambito dell'innovazione generazionale, vero è anche che Rorem ha saputo dare alle sue composizioni un carattere di varietà e spigliatezza che non è solo espressione di una mera rielaborazione della teoria tonale; Rorem, oltre alla fondamentale carriera di poeta tendente all'abbinamento tra prosa e musica di cui ha approfondito i collegamenti cercando anche delle relazioni funzionali, ha anche scritto parecchie composizioni rivolte alla sinfonia, al concerto per vari strumenti, nonchè musica da camera e corale, dando spesso risultati meno omogenei di quanto si pensi. Riguardo alle sinfonie (quattro compreso la String) o al secondo concerto per piano, Rorem è stato dichiaratamente tonale: il suo stile "sospensivo" ha attinto molto delle lezioni impressioniste francesi di Debussy e Faurè (Rorem le chiama suites orchestrali, dilatando le forme da camera degli autori francesi), aggiungendo guizzi (a mò di toccate e capricci) che riflettono anche la prima teoria romantica; ma se invece passiamo all'attività concertistica abbiamo estrazioni di stile diverse: se le sinfonie forse non possono àmbire ad essere inserite nel gotha delle composizioni riferite alla sinfonia americana per la loro scarsa aderenza al modello riconosciuto, il concerto per violino ripropone in splendida evidenza la formula romantica "modificata" del primo novecento statunitense (Barber tra gli altri), senza dimenticare che Rorem si è distinto anche per alcune azzeccate scritture che nascondevano un subtrato più moderno (si pensi al double concerto per violino e cello o al primo concerto per pianoforte che si dipana in una sorta di sviluppo seriale abbinato a quella pratica tipicamente "francese" di composizione per sola mano destra).
Quindi un compositore che oggi deve necessariamente riportato agli onori della cronaca non solo per le vicissitudini "canore" (la formula art songs* deve molto alla canzone americana degli anni trenta e agli standard jazz), ma anche per le sue qualità "romantiche" che risaltano da idee compositive ben sostenute soprattutto dall'organizzazione dell'impianto orchestrale, fattori che lo rendono unico nel panorama americano degli ultimi cinquanta anni di storia musicale.


Discografia consigliata:
-Songs of Ned Rorem, Susan Graham/Martineau, Erato
-Violin Concerto/Flute Concerto/Pilgrims, Khaner, Quint, Royal Liverpool P., Serebrier, Naxos
-Three Symphonies, Serebrier, Naxos
-Double Concerto/After Reading Shakespeare, Stearns, Iris Orchestra
-Eleven Studies/Piano Concerto, First Edition
-Design for Orchestra/Eagles/Air Music (con cui vinse il Pulitzer Price nel 1976), Louisville Orchestra, Soundmark

*per qualche concetto in più sul termine, si può consultare la pagina http://en.wikipedia.org/wiki/Art_song

venerdì 20 gennaio 2012

Scandinavian Jazz 2011



Lo scenario jazz della Scandinavia non è mai stato così ricco di novità da un pò di tempo a questa parte: non c'è solo il jazz cosmopolita di tanti musicisti rientranti nel giro dell'Ecm Records di Eicher, vi è una vera frammentazione di genere delle urgenze espressive dei musicisti: mentre spesso quelli di casa "tedesca" percorrono il jazz guardando a tutti gli aspetti innovativi che lo possono modificare (e quindi si pongono in una situazione in cui l'interazione con altri generi "moderni" -segnatamente l'ambient music e le varie etnicità- rappresenta la via principale per costruire la propria formula sonora), altri tentano un aggiornamento dello stesso, mettendo assieme pezzi del passato, in una sorta di ricostruzione contemporanea e virtuosa di elementi diversi. Tutto questo contribuisce a fare della scena scandinava una delle più interessanti da tempo sia per l'eterogeneità delle proposte e sia per la perizia dei musicisti. Tutti cercano un potenziale futuro punto d'arrivo ed ognuno cerca di sfruttarlo secondo le proprie idee. Le principali etichette discografiche nelle quali militano i musicisti nordici (oltre alle tedesche Ecm e Act per le quali vi ho già segnalato parecchie cose) si sono organizzate per favorire questa espansione culturale del jazz e le principali protagoniste in materia (Jazzland Records, Rune Grammophone, Hubro Records, Ozella e Smalltown Supersound) sono spesso lanciate in progetti discografici che vanno anche oltre la proposizione di un certo jazz, abbracciando relazioni di tipo diverso: l'elettronica, naturalmente, è entrata di diritto nella composizione; la manipolazione dei suoni , il noise e altri elementi concreti hanno costruito l'esperienza del gruppo dei Supersilent; gli incroci con il free più aggressivo e sperimentale ha portato alla ribalta personaggi come Mats Gustaffson e i The Thing. Ma in Scandinavia c'è anche una corrente di pensiero (supportata da molta critica internazionale) che vede il futuro del jazz in una rielaborazione del "vecchio" patrimonio disponibile: gruppi in tal senso sono gli Atomic (gruppo che assembla musicisti di assoluto valore come il trombettista Magnus Broo, il pianista Havard Milk, il bassista Ingerbrigt Haker Flaten, Paal Nilssen-Love alla batteria e Fredrik Ljungkvist ai fiati) che hanno già una discografia ragguardevole e i Motif (sempre con Havard Milk al piano, Ole Morten Vagan al contrabbasso, Atle Nyro al sassofono, Eivind Lonning alla tromba e Hakon M.Johansen alla batteria) che stanno guadagnando sempre più consensi. Se per i primi siamo in presenza di musicisti che mettono assieme hard bop, free jazz (anche abrasivo), spirito blues, Miles Davis dei sessanta, scampoli di classicismo, infestazioni sonore tipo orchestra post-Ascension, per i secondi Davis rimane sempre un chiaro modello con un tantino di compostezza sonora in più. Il nuovo lavoro degli Atomic in particolare, "Here comes everybody", è fatto per gli amanti del tema (quel refrain che costituisce l'inizio e la fine del brano prima dell'improvvisazione); sa essere avanzato ed evocativo e rappresenta uno splendido esempio di mainstream jazz spinto alle sue vere estremità. I solisti dànno un apporto eccezionale al gruppo e hanno un affiatamento che farebbe invidia a qualsiasi formazione consolidata: gli Atomic sono una fresca riedizione del passato bop, una vitalità che è tipica degli episodi importanti e che spesso manca nei nostri ascolti. Inoltre il consiglio è di seguire anche la carriera parallela di Magnus Broo, che si è già imposto all'attenzione con un quartetto locale, nei progetti dei The Godforgottens e negli Angles ed anche con un suo progetto da solista.
Sempre per la Jazzland Records impossibile non menzionare il progetto orchestrale del violinista (e pluristrumentista) Ola Kvernberg, ossia "Liarbird", che rappresenta un'altra chiave di volta per affrontare in maniera originale la visione jazzistica: in questa prova, che costituisce una commissione in favore di un festival scandinavo, emerge quella ricerca del suono "emotivo", la capacità lirica degli strumenti che coniuga il semplice jazz con un evidente afflato nordico (che in questa incisione scava anche nel folklore scandinavo e nel gioco percussivo etnico); ma senza dubbio anche il sassofonista Hakon Kornstad, nelle sue "Symphonies in my head", è alla scoperta di quel suono che, se pure rimanda al tradizionalismo collegato ai timbri caldi di Coltrane e Henderson, attraverso una sapiente gioco di pause e con dei loop studiati di supporto sa provocare sensazioni di benessere armonico: il suo jazz universale, registrato con acustica perfetta nella chiesa Sofienberg di Oslo, trova nelle melodie tonali e negli evidenti stratificazioni musicali orientalizzate di alcuni brani, il suo punto di forza.
Se invece volete scoprire qualcosa di simile, ma organizzata in trio stile Jarrett passando per Stenson, vi segnalo il sensitivo trio del norvegese Helge Lien "Natsukashii": fantasia, profondità pianistica, cantabilità sono gli ingredienti reali della formula del trio scandinavo che registra per la Ozella Records, la quale quest'anno si distingue anche per la nuova incisione "Ossicles" del sassofonista Karl Seglem, nettamente rientrante nella sfera dei progetti di interfaccia etnica di Garbarek.
Tra le novità, invece, della Hubro Records vi segnalo soprattutto il cd di Mats Eilertsen "Skydive", (lo splendido contrabbassista contemplativo aggregato al trio di Tord Gustavsen), che si proietta come miglior prodotto "fusion" oriented; Eilertsen dimostra una notevole fantasia compositiva che si amalgama perfettamente con il gruppo prescelto per le registrazioni: Alexi Tuomarila alle tastiere, Olavi Louhivauri alla batteria (che ho avuto la fortuna di vedere nei concerti estivi di Tomasz Stanko), nonchè Tore Brumborg (sassofonista emergente già partner di musicisti come Ketil Bjornstaed, A.Jormin e tanti altri) garantiscono un risultato finale molto meno scontato di quello che si possa pensare.
Per la Rune Grammophone, invece, oltre alla delirante prova dei Fire! di "Unreleased" (vedi mio post precedente) un interessante esperimento è quello che il gruppo degli Humcrush (cioè del duo Stale Storlokken, già tastierista dei Supersilent e Thomas Stronen, batterista dei Food) ha effettuato con la cantante Sidsel Endresen nella registrazione "Ha!": un personalissimo linguaggio musicale, fatto di elettronica ricostruita in glitch e basi campionate che si unisce alla vocalità d'avanguardia della Endresen, che si districa in un linguaggio che sembra dialettale, costituendo uno dei connubi più originali ed avanzati degli ultimi tempi.



giovedì 19 gennaio 2012

Agusti Fernandez: El Laberint de la memoria




Il cinquasettene pianista, nativo di Palma di Majorca, Augusti Fernandez è certamente il più importante musicista e compositore di transito tra l'area del jazz e gli sviluppi della musica contemporanea in Spagna: personaggio sottovalutato poichè forse ritenuto non in possesso di un personale idioma di stile, Fernandez è alla distanza che si sta prendendo le sue soddisfazioni internazionali. Nel suo sito troverete una discografia completa che necessiterebbe di qualche ristampa (specie i suoi primi Lp sono introvabili) che dimostra come l'attività del pianista si sia mossa coerentemente lungo tutto l'asse che va dal free jazz di Cecil Taylor al traguardo della musica colta moderna (specie dopo aver conosciuto Xenakis): è un pianista che si distingue per il fatto che la sperimentazione sullo strumento è stato uno dei più battuti sentieri intrapresi dall'artista spagnolo sia nelle esperienze al piano in solitudine sia nelle vesti di conduttore di trii, orchestre, etc. Usa frequentemente tecniche estese nel periodo free jazz anni novanta, distinguendosi per la direzione di orchestre jazz sperimentali di Barcellona (Big Ensemble del Taller de Musics), per molte coreografie di danza contemporanea e per una serie di "misconosciuti" progetti di avantgarde jazz con il trio Local composto dal tastierista computer-oriented Joan Saura e il sassofonista Liba Villavecchia (che poi sarà l'asse portante del circolo degli "Improvisadors de Barcellona", creato nel 2001 e a cui fanno riferimenti tantissimi musicisti spagnoli. Il decennio passato gli ha fatto acquisire una visibilità maggiore (grazie anche ad una maggiore diffusione del suo lavoro tramite i nuovi canali internet di critica musicale): il musicista viene ritenuto la punta di diamante del free jazz spagnolo ed è apprezzatissimo da tutto il gotha sperimentale e radicale del free europeo. Derek Bailey, Evan Parker, Paul Lytton e molta parte del free sperimentale inglese lo adotta spesso come pianista di rango del gruppo creato, data la sua perfetta integrazione in ensemble che cercano di approfondire la fisicità degli strumenti. L'attività di Fernandez con Parker, anzi, costituisce una nuova prospettiva per il musicista inglese che darà vita ad alcuni esilaranti episodi discografici compenetrati in una ficcante modernizzazione del free europeo. Tuttavia sarebbe sbagliato pensare che Agusti Fernandez suoni solo dentro il pianoforte, al contrario una nuova e per certi versi logica attitudine del musicista sembra quella di suonare prendendo in considerazione anche quella parte della formazione classica che si riferisce alla tradizione romantica spagnola (quella di Albeniz e soci) e quella di inizio novecento sempre iberica (in memoria di Mompou): questo aspetto caratterizza il trio con Barry Guy e Ramon Lopez in "Aurora" e "Morning glory" che si impongono per un debordante uso della creatività riversata in elementi che mediano in un più ampio range stilistico che comprende antico e moderno messi assieme e soprattutto che riveste quel carattere di "nazionalismo" che nel free jazz (anche quello più radicale) non è cosa che si trova tutti i giorni. Due dischi che potrebbero far parte dell'Ecm sound per via di quel gioco di dinamiche e di "nordicità" intrinseca nell'umore delle composizioni, ma a ben vedere con una dose ben evidenziata di retaggio iberico.
Il suo ultimo lavoro in tal senso "El laberint de la memoria", in piano solo, può essere considerato il suo "romantic" concerto, perchè non solo si stacca dallo standard free oltranzista della sua discografia, ma anche perchè dimostra inequivocabilmente (con una registrazione che viene pubblicata nel momento artistico giusto) le doti compositive di un musicista completo, discreto nell'approccio, ma con una capacità di descrizione dei particolari che debbono risaltare in plurimi ascolti (così come bisogna osservare un ritratto di Joan Mirò, al quale Fernandez è legato non solo per riferimenti di stile, ma anche per essere il direttore della fondazione musicale ispirata al pittore spagnolo). "El laberint de la memoria" è notevolissimo, uno di quelli che doveva entrare nei dischi dell'anno passato (se l'avessi ascoltato in tempo utile!).

Discografia consigliata:
-Agusti Fernandez & Big Ensemble del Taller de Musics "Aura", Taller 1991
-Agusti Fernandez & Evan Parker, Tempranillo, Nova Era 1996
-Evan Parker Electro Acustic Ensemble, Memory/Vision, Ecm 2003
-Agusti Fernandez Quartet, Lonely Woman, Taller/Sirulita 2004
-Agusti Fernandez & Mats Gustaffson, Critical Mass, Psi 2005
-Augusti Fernandez, Barry Guy, Ramon Lopez, Aurora, Maya Recordings 2006
-Fernandez, Guy, Lopez, Morning glory, Maya 2010
-El laberint de la memoria, Mbari 2011



lunedì 16 gennaio 2012

Un possibile sviluppo dell'elettronica odierna: Alva Noto e Ryoji Ikeda



Alla fine del mio post "Considerazioni personali sul presunto stato di crisi dell'elettronica" dicevo...."Forse le migliori idee vengono dal “collage” che molti artisti stanno tentando di proporre, cioè cercare di attaccare pezzi musicali di vario genere tra cui non si escludono elementi persistenti di “rumore” (noise) per cercare una pozione musicalmente spendibile....": è venuto il momento di esplicitare parzialmente questo concetto.
Tenendo presente quello già detto a proposito dell'importanza storica rivestita da compositori come Stockhausen o Subotnick (vedi mio precedente posts su Robin Rimbaud alias "Scanner"), una schiera di musicisti/compositori sembra aver avviato un possibile sviluppo del futuro della musica, indirizzando i suoi sforzi ad un tipo di elettronica che io chiamo da "rielaborazione" del noise: non si tratta solo di un asfittico copia ed incolla immerso nella vasta gamma di suoni prodotti dall'ambiente, ma di un tentativo di dare una "presenza" a quei suoni che sono di dominio giornaliero ma che difficilmente si può pensare abbiano una propria voce. La pratica di costruire degli interi "edifici" sonori basati sull'elaborazione dei suoni delle macchine (sia nelle loro parti meccaniche che in quelle multimediali) è un esperimento che ha interessato alcuni musicisti europei ed americani che hanno provveduto ad aggiornare la lezione di Stockhausen; ed è un fenomeno che non riguarda solo musicisti di estrazione "ambient" o "dance", ma persino i giovani compositori classici che nella loro formazione inglobano quest'attività di elettronica (da sola o anche) abbinata agli strumenti (ultimamente un compositore che mi è capitato di ascoltare che utilizzava un tipo di elettronica simile è il francese Pierre Jodlowski). Alva Noto, Ryoji Ikeda, Scanner (di cui vi ho già parlato) Thomas Knak, Blixa Barged (in sostanza tutto il movimento creato nella dedicata etichetta discografica di Noto, la Rasten-Noton) e tutta la platea dei musicisti IDM (Intelligence Dance Music) sono i principali artefici di questo nuovo sviluppo della musica che consiste in un particolarissimo "collage" musicale.
L'attività significativa del tedesco Carsten Nicolai (in arte Alva Noto) si fonda nel 2000 con il suo glitch cibernetico grazie a "Prototypes" registrato per la nota etichetta Mille Plateaux: album chiaramente di riferimento generazionale, "Prototypes" segna uno sconcertante presa di coscienza dell'attività dell'uomo; quello che resta è una fredda rappresentazione dei simboli odierni, i cui campioni di suono vengono da lui manipolati cercando di fare emergere le combinazioni "sottili" o "sorde", risaltando di conseguenza le frequenze meno udibili e fornendo un spaccato isolazionista, ma terribilmente moderno della musica anticonvenzionale. Bip degli orologi digitali, esili battiti ritmici, suoni rinvenienti da scarti erratici dei computers, sibili fonici, programmazione anche causale alla Cage, costituiscono la materia organica di queste composizioni musicali che aprono la discussione su due fronti, quello di una nuova e settoriale comunicazione musicale verificata sugli oggetti e quella più intricata di un riposizionamento della musica su aspetti alquanto futuristici. Questi esperimenti sonici ripetuti in "Transform", vengono trattati in forma modulare con un evidente minimalismo construttivo (d'altronde il "modulo" con quelle caratteristiche inizia ad essere una nuova prerogativa nella composizione di brani da parte di molte frange oltranziste anche di altri generi (vedi nel jazz gli esperimenti espliciti di artisti come Nik Bartsch); l'aspetto inquietante è la nostra condizione di esseri rispetto alla dipendenza dalla tecnologia (computer, cellulari, etc.) vista in un inquadramento diverso rispetto a quello di teorie alternative come ad esempio quella della musica autogenerativa portata avanti da Eno e da molti altri musicisti che attraverso dei software interattivi sono in grado di comporre automaticamente dietro semplici input dell'utilizzatore (quest'ultimo verrebbe spogliato della figura del compositore, in quanto responsabile della proprietà dei brani sarebbe il computer); qui vi è più la volontà di dare un adeguato contenuto visivo ad argomenti di attualità che coinvolgono l'ascoltatore: se ci manteniamo in questa ottica, allora i risultati raggiunti sono strabilianti specie se consideriamo il lavoro di Noto, un lavoro figlio della contemporaneità musicale che molto deve all'evidenziazione della razionalità nella musica, nonchè alla spettacolarizzazione degli effetti visivi rinvenienti dalla presenza dal vivo conseguita attraverso opportune installazioni; più difficile è il risvolto puramente "musicale", quello che interessa il critico ascoltatore, che si trova di fronte al problema di dare un anima a quelle composizioni e di come la migliore parte della musica contemporanea (dalla classica all'ambient music) possa donare sul piano delle intenzioni subdole dell'autore: forse è sotto questo aspetto che andrebbe fatta una valutazione più aderente, e Alva Noto stesso avvertì il bisogno di integrare le criptiche visioni che forgiavano il suo stile con iniezioni di ambient music dronistica nei due volumi di "Xerrox" nei quali si è materializzata la sua prima svolta stilistica. L'altra dimensione molto pubblicizzata è stata quella delle collaborazioni con Sakamoto: nei cinque episodi collaborativi il lavoro di Noto deve ogni volta coordinarsi con quello del giapponese che alla fine si rivela elemento catalizzatore. L'obiettivo è quello di fornire un nuovo aspetto del filone "modern classical", ossia la classica di Erik Satie (poche note al piano evocative, talvolta archi minimali) con l'impianto di glitch e rielaborazioni al computer che costituiscono l'originale sfaccettatura sonora di Noto. E' inutile ribadire come sia già preso da queste contaminazioni anche il settore moderno della dance music (IDM), ma di questo se ne riparlerà in altra sede.
L'altro interessante portatore di questo sciame sonoro di elettronica "ricostruita" è il giapponese Ryoji Ikeda, artista comunque orbitante nell'area europea (vive a Parigi): nel suo caso è evidente l'appropriazione di un struttura musicale comunicativa che tende a privilegiare il linguaggio di ipotetiche macchine da ufficio o di un linguaggio "matematico" (con riferimenti che possono trovarsi anche nello spazio dedicato delle nostre case): Ikeda, emerge inizialmente con ritagli che viaggiano su un doppio binario (da una parte solo glitch, dall'altra elettronica manipolata in droni sibillanti) e in un senso parallelo a quelle di Noto per via dei rumori e toni utilizzati, nonchè per l'uso delle frequenze basse, ma già presenta una propria specificità per via dell'impiego di frammenti sonori provenienti da spezzoni televisivi o cinematografici, o che pescano nei retaggi comunicativi della Nasa (il miglior risultato viene prodotto nel notevole "Time and space" del 1998, dove il glitch è ben calibrato in quella indiretta volontà di raggiungere un risultato visivo della musica espressa). Poi, è con "Matrix", che si tuffa in un difficile percorso artistico teso a privilegiare la rappresentazione"musicale" delle matrici matematiche o delle macchine informatiche, forse troppo complicato in relazione agli obiettivi da raggiungere, ravvivato parzialmente dalle esperienze parallele che l'artista giapponese ha effettuato: In "Op." tenta un esperimento simile a quello fatto dal duo Noto-Sakamoto con l'introduzione di quartetti d'archi, mentre con Noto collabora nel progetto "Cyclo" che fornisce un'ottimo punto di convergenza delle attività artistiche dei due musicisti, finchè comunque non si immedesimerà prepotentemente nella materia sonora delle macchine elettrocontabili o dei suoni informatici che ne costituisce il suo originale e spiazzante verso stilistico.

Discografia consigliata:

Alva Noto:
Prototypes, Mille Plateaux 2000
Xerrox vol 1/Vol 2, Rasten-Noton 2007/2009
Vrioon, Rasten-Noton 2002 (con Sakamoto)
Ryoji Ikeda
Time and space, Stalplaat 2001
Op, Touch 2003
Dataplex, Rasten-Noton 2005
Noto/Ikeda:
-Cyclo, Raster-Noton 2001

giovedì 12 gennaio 2012

Stefano Scodanibbio




Stefano Scodanibbio era l'incarnazione del contrabbasso nella musica colta contemporanea: era uno dei punti di riferimento di tutti i grandi compositori che avevano abbracciato la modernità musicale: da Cage a Ferneyhough, da Xenakis a Grisey, da Berio a Scelsi, Stefano aveva dato il suo contributo; ma non si caratterizzava solo per la parte "musicista" del personaggio (che comunque aveva le sue grandi soddisfazioni) ma anche per quella di "compositore" (aspetto invero piuttosto ridimensionato da certa critica pregiudizievole): sul web, le biografie e i riconoscimenti sono noti e non sarò io a ricordarvelo ulteriormente; quello che mi preme segnalare è che la morte ha privato il mondo di un musicista sincero, profondamente immerso nella sua arte e nelle sue passioni: Scodanibbio amava anche la letteratura, specie quella che si inseriva nei "suoi" pensieri musicali: la sua decisione di andare a trascorrere gli ultimi istanti della sua vita a Cuernavaca in Messico era la diretta conseguenza della sua indiretta approvazione delle profondità filosofiche di Malcolm Lowry e del suo precipitare "sotto il vulcano". Non a caso una delle sue migliori espressioni artistiche si fonda su una sua raccolta di poesie "Voyage that never ends", un lungo drone diviso in quattro parti simboliche in cui Stefano applica in maniera inconfutabile la tecnica dell'arco mobile e dove il suo contrabbasso in solitudine piena acquista una libertà ed un amalgama incredibile con la sua persona fisica, un itinerario fatto di silenzio, di riverberi acustici continui e di passaggi virtuosistici: un percorso di "armonici" che farebbe innamorare anche un neofita degli ascolti della musica contemporanea.
Scodanibbio ha praticamente cercato innovazione in tutte le frange della colta moderna: era in grado di suonare avantgarde, minimale o spettrale a seconda delle esigenze di composizione; si introduceva quasi "discretamente" nelle evoluzioni di colossi come Cage, Xenakis o Berio (che richiedevano una particolare capacità sensoriale di approccio allo strumento), così come in quelle dei minimalisti come Terry Riley (fornendo un suono perfettamente stilizzato in tema meditativo, "orientalizzato"  delle dinamiche descrittive, nelle sue due collaborazioni discografiche), e nella riscoperta del connubio tra recitazione accompagnata da contrabbasso (le tratte poetiche con Sanguineti e Vittorio Reta).
Stefano diceva, durante i concerti legati al periodo di "Voyage that never ends", che non stava sperimentando le tecniche, ma che le stava portando ad un'altro livello, ed era un livello totalmente sconosciuto, fatti di nuove combinazioni di suoni che trascinavano l'ascoltatore in un'altra dimensione (qualche critico parlava di ipotetici sonorità fiabesche da Mago di Oz). Si divideva tra registrazioni pseudo-accademiche e composizioni aperte all'interagire di altri strumenti: si pensi al "My new address" per la Stradivarius (per il cui approfondimento consiglio la recensione di Andrea Aguzzi su http://www.chitarraedintorni.eu/recensioni_my_new_address.htm) oppure in nuovi territori di esplorazione del contrabbasso, in una sorta di amplificazione trasversale determinata dall'utilizzo di basi registrate su nastro come nel recentissimo "Oltracuidansa" per la Mode (vedi la recensione di Daniel Barbiero su http://avantmusicnews.com/2011/12/22/stefano-scodanibbio-oltracuidansa/)
Senza dubbio, una prematura e grande perdita per la musica. 

Discografia consigliata: (come compositore)
1997 - Lazy Afternoon among the Crocodiles - Terry Riley & Stefano Scodanibbio (CD - Pierrot Lunaire)
1998 - Voyage That Never Ends (CD - New Albion)
2004 - My new address (CD - Stradivarius)
2005 - Diamond Fiddle Language - Terry Riley & Stefano Scodanibbio (CD - Magonza/Wergo)
2010 - Oltracuidansa (CD - Mode Records New York)



lunedì 9 gennaio 2012

I migliori "presunti" del 2011





E' sempre molto fuorviante fornire una lista di migliori dell'anno, poichè ritengo che la stessa è influenzata da troppi fattori che non ne fanno fuoriuscire una reale: specie per chi ascolta tanta musica, il rischio è quello di aver impresso nella memoria le cose sentite più recentemente. Perciò spesso si ricorre alla razionalità e si cerca di individuare i lavori che restano in mente anche per il loro contributo "tecnico" (dicasi apporto innovativo......quando c'è) alla musica in generale. Quindi, tenendo conto, anche delle dimenticanze (anzi vi invito a scrivermi ed integrarla), prendete questa lista semplicemente come "lista di buoni ascolti" per il 2011:

Classica: (ordinati per compositore)
-Cowen/Somervell: Romantic Piano Concerto vol 54
-Gavin Bryars: The Solvay Canal
-Grazyna Bacewicz, Violin Concerto
-John Luther Adams, Four thousand holes
-Lawrence Dillon, Music of L. Dillon
-Lei Liang, Milou
-Okkyung Lee, Noisy love songs
-Rautavaara, Summer thoughts
-Cornelius Dufallo, Dream Streets
-Cage, Works for percussion vol 1
-Langgaard, Piano Works vol 2
-Artisti Vari Latin American Orchestral Works: Fiesta Criolla
-Vleggar, Orchestral Works

Jazz:
-Bugge Wesseltoft, Duo
-Colin Stetson, New history warfare
-Craig Taborn, Avenging angel
-Colla Parte Trio, Fields/Figure
-Darius Jones Trio, Big Gurl
-Fire!, Unreleased
-Iro Haarla, Vespers
-Muhal Richard Abrams, Sounddance
-Nils Petter Molvaer, Baboon Moon
-Peter Evans, Ghosts
-Sinikka Langeland, The land that is not
-Satoko Fujii, Eto/Watershed
-Nate Wooley, (Put your hands) together/The almond

Rock/Pop e culture affini:
-Bon Iver, Bon Iver
-Fleet Foxes, Helplness blues
-Kate Bush, 50 words for snow
-Laura Marling, A creature i don't know
-Over the Rhine, Long surrender

Progressive:
-Steven Wilson, Grace for drowning
-Van Der G.G., A grounding numbers
-Opeth, Heritage

Elettronica:
-Nicolas Jaar, Space is only noise
-Tim Hecker, Ravedeath 1972
-Deadbeat, Drown and quartered

Ambient/New Age:
-Bruno SanFilippo, Subliminal pulse
-Robert Carty, Paradise Earth
-Meg Bowles, A quiet light
-John Foxx/H. Budd, Nighthawks
-Bill Wren, Journey around the sun

World:
-Omara Portuondo & Chucko Valdes, Om.
-Mamani Keita, Gagner l'argent francais



Tre compact disc per conoscere Anders Hillborg




La generazione dei compositori attivi dopo gli anni ottanta ha dovuto necessariamente pagare un debito formativo alla nuova musica elettroacustica e alle espansioni moderne delle orchestre: si trattava di incominciare ad aprire quel ventaglio di possibilità che si delineavano all'orizzonte dopo le innovazioni di Stravinsky prima, e di Stockhausen, Cage e tutti i movimenti minimalistici dopo, nonchè quelle più recenti relative all'esplorazione acustica e spettrale dei suoni. In Svezia, l'esempio di Magnus Lindberg è stato in realtà ben seguito da molti compositori che hanno cercato di costruire una mediazione autentica attorno agli elementi della "contemporaneità": tra questi un validissimo attore in tal senso è Anders Hillborg. La Bis ha recentemente pubblicato una sua nuova raccolta di composizioni e lo stesso ha partecipato con "Cold Heat" ai proms inglesi; nonostante molte sue composizioni siano sparse in produzioni discografiche non a suo specifico nome, una raccolta organica di composizioni che possono ben riferirsi a lui sono "Clang and fury" per la Phono Suecia, nella quale compaiono i suoi intelligenti esperimenti appartenenti alla partitura anni ottanta circa,  i tre concerti riuniti nel disco della Ondine R. e il recente "Eleven Gates" per la Bis R. 
In "Clang and fury" si possono apprezzare il corale "Muoayiyaoum" (un esaltante incontro tra il Mantra di Stockhausen, la polifonia di Ligeti e il minimalismo di Glass e Part), "Clang and fury" (un intrigante e misterioso percorso armonico di circa ventisette minuti), e "Celestial Mechanics" (che dimostra come la spettralità francese e le ricerche all'IRCAM siano state punto di riferimento anche per i paesi scandinavi): in quest'ultima composizione l'ottava viene divisa in 98 partizioni!!, con strutture anche minimali e vicine a personali soluzioni acustiche che lasciano pensare alle possibili rielaborazioni prospettiche tra "armoniche" dei suoni e loro posizionamento all'interno di un'orchestra; "Lamento" (con clarinetto in evidenza) e "Haut-posaune" (per trombone in evidenza) mostrano la sua ricerca applicata allo strumento singolo.
La Ondine ha invece inciso i suoi concerti: questa forma piuttosto dimenticata nella contemporaneità, in Svezia è stata invece oggetto di un'intensa attività di riscoperta frutto di una direzione voluta dalle maestranze in favore di progetti che stimolassero nuove politiche culturali del paese: il "Clarinet Concerto" coniuga benissimo il virtuosismo dello strumento con una moderna impostazione dell'orchestra, (su youtube troverete un trailer del concerto con gli intriganti mascheramenti del clarinettista Martin Frost), "Liquid Marble" potrebbe costituire nuovi e sconvolgenti punti d'arrivo delle teorie wagneriane; "Violin Concerto" tramautizza il normale concetto di rappresentazione perchè infonde un'intensità spaventosa alle dinamiche strumentali. Ciò che colpisce di Hillborg è quella capacità di guidare l'ascoltatore in un ipotetica "barca" immersa in acque misteriose, quelle densità orchestrali che costituiscono una sorta di viaggio in sospensione che durante il percorso acquisisce improvvisi guizzi strumentali che puntellano nuove sensazioni (caratterista non sempre ben espressa della musica contemporanea).
Questi pseudo-viaggi sonori "atmosferici" sono ancora il leit-motiv del nuovo volume della Bis Records, in cui vengono persi vecchi elementi (il minimalismo è un pò ridotto) ed acquisiti nuovi (più pressanti i fattori ritmici); il volume comprende "High tide" (un vero e proprio drone orchestrale che presenta la solita coniugazione tra risonanza acustica e strutture minimalistiche), "Exquisite corps" e "Dreaming River" (divise tra l'etereo e il dinamico con tanto di percussioni tribali), gli undici frammenti orchestrali di "Eleven Gate" (un avventuroso e dinamico racconto orchestrale in cui si avvertono echi che vanno dagli impasti di Wagner ai clusters di Stravinsky, passando per le evoluzioni in serie di Webern).
Anders Hillborg è uno dei grandi svedesi della musica contemporanea e la sua popolarità negli ambienti della musica classica è ormai acclarata dal grande rispetto che la comunità musicale nutre nei suoi confronti (vedi molte istituzioni della musica come le filarmoniche di Los Angeles e Berlino e Esa Pekka Salonen).


giovedì 5 gennaio 2012

Oscar su Naxos 2011




Il consueto riepilogo dei prodotti migliori che l'etichetta guida americana (la Naxos Records) ha pubblicato nel 2011, non può prescindere da una attenta selezione che dev'essere fatta tra le righe delle pubblicazioni, cercando di scovare nuovi compositori o vecchie composizioni mai registrate (le cosiddette world premiere): questa suddivisione, tiene, purtroppo, conto della marea di nuove versioni che vengono registrate oggi, ennesime repliche di cose già sentite, che si distinguono solo per la gioia di coloro che cercano una registrazione migliore (spesso inezie che devono far guadagnare gli artisti) o una sistemazione discografica migliore (può essere una buona idea per i collezionisti, molto rara nella pratica). La Naxos, così come altre blasonate etichette (Bis Records, Emi, Deutsche Gramoph, etc.) sta cercando di creare un proprio catalogo musicale che sia frutto anche di una certo interesse per artisti del proprio paese; in America il mercato è ormai diviso in grosse corporazioni che vendono musica soprattutto alle vecchie generazioni di ascoltatori (la Naxos è una di queste) ed altre che hanno scelto un taglio specialistico (in verità non sempre omogeneo) in relazione al mercato che vogliono raggiungere (ma con più problemi di budget): tra quest'ultime vi segnalerei la produzione discografica "povera" della New Wordl R.(un disco al mese), o quella Mode R.(pochi artisti in un anno, etichette entrambe votate alle avanguardie e/o all'elettronica. Altre, come la Ravello R., la Navona o l'Innova R. o la Albany R., che raccolgono molti nuovi compositori, hanno invece un taglio polistilistico in cui però si nota la mancanza di un valido processo di selezione delle proposte a monte, per cui spesso ci si trova davanti a compositori/musicisti piuttosto scontati. La Cantaulope ed in parte la Nonesuch R. sono invece molto più rivolte al mercato dei minimalisti.
Chiuso questo preambolo informativo, direi che per quanto riguarda l'aspetto sinfonico, la palma del migliore Naxos va data al compositore norvegese Ludvig Irgens-Jensen, nato negli anni che vanno tra la fine del nazionalismo musicale (nello specifico la seconda ondata di romantici scandinavi) e il neoclassicismo degli anni trenta. La Naxos mette assieme per la prima volta la sua splendida Symphony in D, una breve Aria e un tema già piuttosto popolare, la Passacaglia (che in verità non presenta grandi motivi di interesse): Irgens-Jensen, compose la sinfonia nel periodo appena precedente la II guerra mondiale, ma la stessa non deve considerarsi solo una sinfonia di "guerra", ma deve ampliare il suo raggio d'azione anche alla deturpazione subita dall'ambiente naturalistico per il quale il norvegese nutriva una snodata passione. Conosciuto per composizioni e canti tradizionali anche in coralità, Irgens-Jensen si rivela in maniera smagliante di fronte a una forma erudita di sinfonia.
Per quanto riguarda il concerto per piano invece mi sembra notevole l'Azerbaijani Piano Concertos che accoglie al suo interno soprattutto il concerto "After arabian themes" di Fikret Amirov, e il concerto n. 4 di Vasiv Adigezalov: questi concerti che mischiano tradizione popolare dell'Azerbaijan e romanticismo europeo sono documenti culturali moderni che andrebbero approfonditi; penso che non ci sia molto al riguardo discograficamente parlando, per cui questo disco è un testimone prezioso.
Per il violino, un ottimo concerto (da abbinare a quello per sassofono) si rivela quello "Lines in motion" del compositore americano James Aikman. Possiede uno stile variegato, ma molto personale, in cui sono evidenti i riferimenti di base alla cultura classica americana in tutti i suoi risvolti transgeneri (il concerto americano del novecento, il jazz, lampi di pop) a cui unisce un frequente uso del contrappunto barocco ed elementi di atonalità orchestrale)
Jeffrey Ryan è il primo compositore che inaugura la nuova collana dedicata dalla Naxos ai classici canadesi: Ryan sembra molto erudito sull'uso delle orchestre classiche, poichè riesce effettivamente a catturare attraverso la musica, quella luce e quei colori che costringono l'orchestra a determinati sforzi musicali d'assieme: Ryan ha un proprio sito, già con altre composizioni e altri cds disponibili per l'acquisto, tuttavia ritengo che il lancio Naxos potrebbe aprirgli porte conoscitive più ampie.
Per la coralità, invece, vi segnalo "Living Voices" di James Whitbourn, nel quale compare la notevole "Son of God Mass" e tutta una serie di brani sacri in prima musicale, di moderna caratura corale. (vedi anche su Whitbourn, mio post precedente)

mercoledì 4 gennaio 2012

Il ricordo di Sam Rivers




La coda del 2011 ci ha portato via altri due icone del jazz internazionale: Paul Motian (al quale avevo già dedicato una breve scheda in un mio precedente post) e Sam Rivers. E' strano come riguardo a quest'ultimo si siano fatti commenti piuttosto eterogenei e non sempre corrispondenti ai reali indirizzi dell'artista: leggendoli, alcuni critici pongono l'accento sulla prima fase del sassofonista presso la Blue Note, altri ne santificano l'aspetto orchestrale, altri addirittura pongono in primo piano il suo Tuba trio nel 1976: tutti, sembrano dimenticare anche altre dimensioni dell'artista che forse non vennero adeguatamente sostenute. Rivers era un polistrumentista, che al pari di musicisti come Eric Dolphy, si destreggiava meravigliosamente tra sassofoni, flauti e clarinetti: aveva uno stile che era soffocato dalla presenza ingombrante di due innovatori come John Coltrane e Ornette Coleman, suoi contemporanei, ma si nutriva di un suo personale spirito di avventura musicale che era una sommatoria delle caratteristiche di Coltrane e Coleman:  fu questo che forse non gli garantì il primato. Nel suo primo disco "Fuchsia sing songs" (idolatrato da molta critica e pubblico) Rivers era ancora con i piedi dentro il suo hard bop; diventò un ibrido con il free jazz  già dal successivo "Contours" che rappresentò discograficamente la parte migliore di quel primo periodo trascorso alla Blue Note. (eccellenti alcuni passaggi improvvisativi). La gradualità verso un free più maturo, scevro da contorni boppistici, si ebbe compiutamente solo agli inizi del 1973 grazie ad alcuni albums importanti come "Streams" per la Impulse! R. (dal vivo in trio a Montreaux con McBee e Connors), che compiutamente metteva a nudo la bravura artistica di Sam e poi con i due volumi costruiti con Dave Holland, al quale deve una forte presenza compenetrativa anche nei successivi e altrettanto importanti "The quest", "Wave" e "Contrasts"; è in questi albums che si può apprezzare realmente come Sam Rivers riuscisse a muoversi in maniera equilibrata tra free jazz incalzante e avventuroso (frutto anche di un saccente interscambio tra gli strumenti a fiato), avanguardia jazz e scampoli di tradizione bop in cui il comparto melodico era ancora ben presente. Quelle furono delle vere e proprie "avventure" musicali che purtroppo si diradarono con il tempo a favore di una più pressante esigenza di fornire esempi di free impiantati in organici più larghi (le orchestre di "Crystal" e quelle più contemporanee di RivBea All stars), esperimenti che con il senno di poi sembrano ancora soffrire la debordante intensità degli analoghi tentativi fatti da Coltrane in "Ascension". Sam Rivers fu uno di quelli che incoraggiò il sistema del "loft", ossia del suonare in piccoli locali di proprietà, per contrastare il disprezzo fornito dell'attività prettamente economica dell'industria discografica, con le quali il musicista afro-americano aveva già preso mentalmente le distanze.

Discografia consigliata:
-Contours, Blue Note 1965
-Streams, Impulse! 1973
-Dave Holland/Sam Rivers, vol. 1 e 2, Improvising Artists, 1976
-The quest, Red 1976
-Waves, Tomato 1978
-Contrats, Ecm 1980