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domenica 16 dicembre 2012

Vocaliste jazz tra rielaborazioni pop ed impronte nazionalistiche

L'accostamento di tematiche musicali pop o di folk autoctono al jazz è stato argomento piuttosto sfruttato negli ultimi vent'anni. Nonostante l'interesse piuttosto tiepido nei confronti di queste operazioni da parte del pubblico degli ascoltatori, i connubi hanno privilegiato forti ed esilaranti compenetrazioni tra i due elementi (il lato etnico/pop da una parte e il jazz dall'altra) mettendo anche in crisi la direzione della formazione jazzistica dei suoi autori. La vocalità è stata sicuramente uno dei mezzi più semplici per coniugare jazz e sensazioni vissute nel paese d'appartenenza e qui vi segnalo due dei più riusciti tentativi di affermare nuove forme di jazz che si nutrono di una particolare espressione di raccordo etnico/popolare che sfrutta la rinnovata sensibilità dei musicisti odierni.

Mari Kvien Brunvoll - Mari Kvien Brinvoll - Jazzland 
Ispirata dalla natura di Bergen e dal feeling del jazz scandinavo, la norvegese Mari Kvien Brunvoll nel suo omonimo esordio discografico per la Jazzland, è un talento già riconosciuto che ha avuto modo di cantare anche in Italia (alcune parti del disco sono infatti registrate nelle esibizioni di Clusone del 2010): con un semplice microfono e degli effetti di duplicazione, un modificatore di voce e qualche base percussiva, la Brunvoll riecheggia da sola tutto il paesaggio sonoro nordico cacciando fuori una voce dotata di un dinamismo incredibile, che partendo dai clichè di Susanne Vega, ne risulta straordinariamente originale per via del suo inerpicarsi su un tappeto di jazz scheletrico con tanti accenni a combinazioni vocali rientranti nel bagaglio stilistico di alcune regine del folk e della pop music (il riferimento in primis è a Rickie Lee Jones, ma vi sono echi anche di Joanna Newson). Brunvoll fa parte di questo nuovo substrato di musicisti scandinavi (Westerhus, Wesseltoft, etc.) che cercano innovazione nell'espressione, tendono a privilegiare la creatività in compartimenti musicali che evitano la monotonia ed invero affascinano per una sapiente riproposizione di elementi; ma è indubbio che l'impronta "nordica" in tutte le sue caratteristiche riemerge in maniera chiara, intrisa di riferimenti a quella sottile vena nostalgica, a quelle situazioni in chiaroscuro che evocano situazioni che profumano di musica profondamente legata ai quei luoghi.

Elina Duni Quartet - Matane Malit - Ecm
Un'impronta ancora più apertamente nazionalistica è quella costituita dalla proposta della cantante albanese Elina Duni; sebbene residente in Svizzera dove si è unita a Collin Vallon e ai suoi elementi del trio, Elina incorpora nel suo canto l'amarezza e la tristezza delle vicende del suo paese, su uno sfondo di jazz non invadente che cerca di esaltare con molta discrezione e raffinatezza la tematica da esprimere (non si tratta solo di storie d'amore, ma anche di emigrazione e pressione politica). "Matane Malit" (terzo album e primo per la Ecm R.) può essere considerato come un libro di poesie dei balcani (poichè vi sono riferimenti bulgari e greci) musicato che può contare su uno straordinario senso di appartenenza ai luoghi di origine innestato su forme di jazz che lasciano trasparire tutto il carico storico; è un'equa condivisione di canto etnico e texture jazzistica che non lascia spazio a ripensamenti sul miglioramento delle formule musicali, poichè già così raggiunge livelli di interconnessione culturale che per la loro coerenza ed onestà progettuale sono difficili da trovare in giro ai nostri giorni.

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