Translate

mercoledì 19 dicembre 2012

Poche note sul jazz in Italia (prima parte)

  Uno degli aspetti affascinanti del jazz è quello di possedere un linguaggio introverso ed universale che si manifesta solo con la musica e che riesce gradatamente a porre dei significati profondi che le parole non possono trasmettere. In Italia la cultura del jazz probabilmente è cresciuta e si è divulgata intorno a questo concetto, poichè è indubbio l'interesse che il jazz riscuote nel pubblico e il fatto che a differenza di altri generi ugualmente edotti (musica contemporanea, elettronica, computer music, etc.) lo stesso viene trattato da una moltitudine di attori (che vanno dagli organizzatori di manifestazioni ai musicisti, dai critici ai tanti blogger che si occupano dell'argomento, arrivando fino ai consumatori finali, cioè gli acquirenti di musica). 
Per inquadrare quello che sta avvenendo negli ultimi anni è necessaria una più lunga e doverosa premessa, poichè se è vero che recentemente alcune cose sono cambiate per effetto di qualche variabile imposta dalla tecnologia e dal desiderio di avere canali di vendita adeguati ed alternativi, è anche vero che sostanzialmente invariato è l'impianto stilistico di base del jazz italico. Nonostante la storia del nostro jazz sia piuttosto lineare e alla stessa siano stati dedicati tanti interventi, la sensazione è che le idee più chiare su cosa sarebbe diventato il jazz italiano scaturissero proprio dai musicisti; il jazz in Italia ha avuto il suo primo vero sussulto creativo (che non fosse una filiazione manieristica del jazz americano) con l'avvento del free jazz negli anni sessanta; in quegli anni ogni paese europeo cercava di impostare un proprio tipo di jazz che pur avendo le caratteristiche necessarie dell'improvvisazione si arricchiva delle esperienze che i musicisti mutuavano dalla musica classica. In un'intervista rilasciata da Guido Mazzon a Jazzitalia in merito alla pubblicazione del suo libro "La Tromba a cilindri", lo stesso dichiarava che "....mi sono innamorato del jazz ascoltando Chet Baker, ma in realtà sono cresciuto anche con Verdi, con la tradizione italiana. Come tanti altri, negli anni 70, mi posi il problema di cosa fare, io jazzista, di questo bagaglio che mi portavo dietro. Altri in Europa si ponevano questo quesito. Qualcuno ha detto che i grandi improvvisatori olandesi erano imbevuti di una grande tradizione di cabaret. Alexander Schlippenbach mi diceva che tutti gli improvvisatori tedeschi erano post wagneriani.. Questo è l' orizzonte che ci ha aperto il free jazz....."(1). Tutti i principali musicisti italiani di jazz hanno percorso quell'orizzonte per molti anni e con molte idee ed ancora oggi ne mantengono in molti casi la coerenza delle idee originarie. Sta di fatto che fu una stagione d'oro che vide la nascita di moltissimi artisti a livello internazionale originali nello stile e perfettamente inseriti in un contesto politico che valorizzava le loro risorse: su queste basi in Italia si è sviluppata una fiorente scuola di musicisti a carattere geografico il cui valore tecnico (in molti casi ineccepibile) non andò di pari passo nel tempo con la difficile matassa dell'innovazione. Su questo punto prendete le parole di Enrico Rava su Musica Jazz del gennaio del '96 in cui il trombettista sinteticamente fotografa alla perfezione una situazione di circa trent'anni che ha sicuramente verità proiettate nell'odierno ....."Lo sviluppo del linguaggio jazz in Italia è avvenuto negli anni '70. Poi c'è stata sicuramente l'esplosione di una gran quantità di musicisti eccezionali, ma anche una maggior omologazione linguistica. Oggi, comunque, il livello del musicista di jazz italiano è altissimo, però ci si muove all'interno di proposte legate in prevalenza alla musica dei tardi anni '50. La caratteristica degli anni '80 non è quindi la proposta di musiche nuove, ma l'apparizione sulla scena di tanti musicisti giovani che si esprimono meravigliosamente all'interno di un linguaggio tradizionale......"(2). Ma in maniera parallela, molti jazzisti italiani si accorsero anche dell'efficacia che poteva rinvenire da un lavoro basato anche su commistioni con elementi popolari, con la tradizione delle nostre terre (con un naturale sovvrapeso in quelle meridionali e delle isole) così come brillantemente proposto e spiegato dal pianista Enrico Pieranunzi ".....il linguaggio è molto mutato, perchè prima eravamo tutti influenzati dalla scena americana. Da qualche anno è invece fiorito un lavoro di recupero delle radici, un senso del melos, di mediteraneità, che è  un dato di estrema originilità. E' un fenomeno importante anche dal punto di vista musicologico, perchè dimostra che, una volta appreso il linguaggio dell'improvvisazione, lo si può applicare a materiali sempre più originali. Questo ha allargato ulteriormente il compasso delle possibilità che l'improvvisazione offre, facendola uscire dagli schemi abituali. Credo sia un contributo fondamentale, che solo noi (e forse gli scandinavi) abbiamo saputo dare...."(3). E' grazie a questo punto di vista che il jazz in Italia ha subìto un'altra forte valorizzazione (si pensi ad etichette etnico-culturali come la Egea Records o alle tante registrazioni di molti jazzisti importanti che anche in maniera estemporanea si occuparono di creare questi nuovi legami (spesso andando musicalmente anche oltre i confini italiani). Sebbene questi esperimenti siano stati numerosi nel tempo, quello che forse è mancato è stato un filtro adeguato nell'ordinare queste proposte musicali, frutto di una superficialità della critica nel trovare punti di riferimento solo nel gesto tecnico e non nelle idee, favorendo una non univoca corrente di pensiero all'interno del paese, e una costante dispersione degli artisti trovatisi ad un certo punto vittima di un sistema dove le prerogative vincenti prevalevano in una marea di proposte, di stili confusi e linguaggi presenti e passati che imperversavano nei teatri e nei concerti. 
Queste situazioni storiche appena richiamate sono l'ossatura del nostro jazz o almeno di quello che si ritiene innovativo, dove a queste realtà si deve aggiungere il notevole sforzo fatto negli ultimi quindici anni da alcuni musicisti italiani nello spingersi oltremisura in territori derivativi ed impervi come l'improvvisazione libera o la sperimentazione che sebbene inducono molti a pensare di essere in una nuova dimensione non strettamente jazzistica, in realtà si nutrono dello stesso cibo del jazz (si pensi al lavoro in tema svolto da Gianni Mimmo all'Amirani Records, o alle proposte "contemporanee" di etichette come la Silta R. del contrabbassista Giorgio Dini, per poi addentrarci nei meandri delle più presunte disgregazioni musicali nella Setola di Maiale di Stefano Giust o in quelle dell'etichetta Improvvisatore Involontario). Se case discografiche blasonate come la Cam Jazz (con tutte le sue famose e storiche partecipate) hanno continuato a produrre prodotti con i piedi ben saldi nelle tradizioni jazzistiche, altre come la El Gallo Rojo sta facendo notevoli sforzi per giungere ad un suono composito e moderno che si nutre delle intuizioni di tutta la storia del jazz, sistemando strumenti e composizione in un impianto stilistico quanto più omnicomprensivo possibile sulla falsariga di quanto sta accadendo nel jazz statunitense più conosciuto. E la particolare spigliatezza delle proposte ne fa sicuramente un marchio di fabbrica, poichè è molto forte il processo di interscambio tra i musicisti che suonano e registrano e che cercano di imporsi in un discorso che è allo stesso tempo solismo e gioco di squadra. Inoltre oggi si va imponendo in misura crescente il processo di avanzamento della registrazione nelle netlabels, che sebbene si sviluppi per specializzazioni di strumento e di genere, anche in Italia sta acquisendo delle dimensioni adeguate ospitando musicisti di tutto rispetto (4).


Note:
(1) Guido Mazzon intervista Jazzitalia di Marco Buttafuoco in merito alla pubblicazione del suo libro La Tromba a cilindri. La Musica io e Pasolini, Ibis 2008
(2) Italian Jazz Today su Musica Jazz n.1 del gennaio 1996.
(3) Italian Jazz Today su Musica Jazz n.1 del gennaio 1996.
(4) al riguardo vi consiglio il recentissimo libro dell'amico Andrea Aguzzi "Musica, economia, diritto e società in internet", che fornisce il primo quadro completo di queste iniziative nel nostro paese. Aguzzi è anche proprietario di una delle più importanti netlabels, la AlchEmistica.

Continua..

2 commenti:

  1. Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.

    RispondiElimina
  2. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

    RispondiElimina

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.