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giovedì 6 dicembre 2012

Espressioni del collettivo musicale: la jam session



E' cosa nota che il famoso locale Minton's Playhouse ad Harlem ospitò la nascita del be-bop*. Riedificato qualche anno fa dopo che lo stesso era rimasto vittima di un incendio provocato ai piani superiori dell'albergo relativo, il Minton's è qualcosa di più di un fenomeno musicale; non solo la storia ha voluto che gli incontri importanti si facessero in maniera sistematica in quei luoghi, ma è anche espressione della finzione sociale implicita (che spesso viene messa in secondo piano) insita nell'alienazione dei musicisti di colore, che pur essendo probabilmente dei privilegiati e più fortunati rispetto ad altri uomini di colore adibiti ad altre mansioni, comunque non potevano nascondere una certa intolleranza; il Minton's fu il luogo deputato ad uno degli eventi più innovativi della storia del jazz poichè diede origine ad un fenomeno che diventerà essenziale per la musica del futuro, ossia la "jam session", una sorta di after hours "lavorativo" (strettamente musicale e immediatamente successivo al concerto) dove i musicisti si incontravano per dare sfogo alla loro creatività di gruppo, in una completa veste da libero improvvisatore non solo fine a sè stessa, ma che tentava di creare dei punti di contatto con gli altri musicisti e probabilmente una forza di coesione tra gli stessi. Se ne acquisì una dimensione tale nel tempo, che ad un certo punto della storia (circa 10 anni dopo la nascita del club) si diede luogo a delle vere e proprie sfide tra musicisti a cui assistevano di solito pochi "edotti" intimi che diventavano cronisti di quelle esperienze; sfide prolungate anche sul tempo, costruite in lunghi brani che in termini di durata contrastavano con le caratteristiche principali del be-bop: mentre nelle registrazioni ufficiali e nei concerti la tendenza era quella di delineare con precisione millimetrica le melodie, la ritmica e gli assoli (creando in poche battute temporali quell'impatto caratteristico del be-bop che gli è proprio), nelle "jam sessions" l'idea era quella di comportarsi con molta più libertà, non tanto nello stile che rimaneva inalterato, quanto negli elementi incidentali. Purtroppo non ci sono molte testimonianze di questi eventi a livello discografico: Norman Granz se ne occupato nei limiti del possibile stante la difficoltà di catalogare del materiale che potesse soddisfare allo scopo; fu uno studente universitario della Columbia esperto della registrazione (Jerry Newman) che, affascinato da queste sessioni estemporanee, immortalò qualcosa su dei rudimentali dischi acetati, che poi nel tempo passò ad alcune etichette discografiche per la pubblicazione; in verità le sessions si estesero anche in altri posti, anche lontano da New York, e a dir il vero, spesso si è etichettato come "jam sessions" anche cose che forse non possedevano quel requisito. Comunque gli albums (successivamente ristampati in cds) strettamente riferibili al Minton's Playhouse sono le sessioni attribuite a Charlie Christian nel "Live Sessions" del maggio 1941 (ristampato con molte diciture diverse e in cui partecipano tra gli altri Dizzy Gillespie, Thelonious Monk e Kenny Clarke), quelle attribuite a Don Byas sempre nel '41 in "Midnigh in Minton's" (con Monk in una delle sue prime registrazioni e la voce di Helen Humes) e quelle complete di Eddie Lockjaw Davis e Johnny Griffin. Poi di Parker e Gillespie sono presenti nelle loro discografie brani registrati al Minton's come nel "Complete Savoy" (se qualcuno è al corrente di altre registrazioni prego di segnalarlo nei commenti sotto).
Fillmore East building.jpgUna delle applicazioni migliori delle imprese sub-notturne di Parker, Christian, Gillespie, Monk, Webster, etc., colpì la fantasia di molti musicisti appartenenti al blues e soprattutto al blues "bianco": mentre i migliori chitarristi di colore interpretavano l'eredità del jazz elettrificando i suoni (specie quella della chitarra) in un'ambiente più favorevole all'emergere dell'assolo che del collettivo, gli artisti bianchi del rock-blues nelle due sponde principali di divulgazione del genere nel mondo (Inghilterra e Stati Uniti) diedero della jam session una squisita rivisitazione secondo la loro ottica, che era il frutto della versatilità e della voglia di avvicinare blues e jazz in maniera decisa così come Miles Davis stava avvicinando rock e jazz in quegli stessi anni. La rappresentazione che scaturì portò il jazz dentro la musica rock in un canale alternativo ma ugualmente di valore, favorendo in maniera più diretta l'approccio da jam session che costituiva l'estrinsecazione della volontà dei musicisti blues di portare lo stesso verso lidi ulteriori. I due live di John Mayall ("The turning point" e "Jazz Blues Fusion") sono calati per la prima volta nella realtà del brano dilatato e costruito con gli stessi criteri: in queste opere non c'è una predilezione dell'assolo di un singolo musicista che domina il brano, ma ogni assolo segue quello dei colleghi quando non entra in collisione con gli stessi. La stessa operazione viene portata mirabilmente avanti anche in Usa nell'àmbito dell'ondata blues-rock nazionalista che attraversa il paese agli inizi dei settanta: operazioni dal vivo come "Live at Fillmore East" o "Eat a peach" degli Allman Brothers Band proponevano un confine equamente diviso tra blues e jazz secondo canoni non convenzionali, che avevano il pregio di avere allo stesso tempo tecniche ed umori dei due generi, condividendo spesso anche la scelta dei luoghi di esibizione, spesso teatri o comunque luoghi relativamente più "appartati" delle grandi aree da concerto, così come succedeva nei lunedì notturni dei pionieri del jazz al Minton's.

*per una storia del jazz clubs si può consultare il link http://en.wikipedia.org/wiki/Minton%27s_Playhouse

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