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martedì 13 novembre 2012

Joel Harrison 7: Search


 

 Veramente pochi artisti hanno saputo coltivare una proposta originale di fusione delle discipline rock con il jazz: negli ultimi quindici anni, la maggior parte dei musicisti rientranti in questo genere ha di solito rischiato molto poco, riproponendo stilemi che appartengono soprattutto al periodo d'oro di questo genere che va dal Miles Davis di "Bitches brew" del '68 fino alla metà degli anni ottanta, tra produzioni scintillanti di gruppi, pianisti e chitarristi (soprattutto) e quelle fortemente caratterizzate del compianto sassofonista Michael Brecker, che chiudeva probabilmente il cerchio. Una delle vie per combattere il processo di "normalizzazione" della fusion music è stato quello di indirizzare la composizione verso forme diverse di chamber jazz: uno di quei musicisti che più ci è riuscito meglio è il chitarrista (nativo di Washington DC) Joel Harrison, che nel tempo ha maturato un suo idioma musicale, passando da cover e versioni di musicisti più o meno a lui affini, ad un jazz più colto in cui inserire un pezzo di "contemporaneo" (un violino o più archi) in modo da crogiolarsi in una vera e propria struttura da "compositore" classico, in cui lo stesso realizza gli stessi scopi di un compositore postmoderno e multistilista con una propria visione musicale rapportata al suo stile.
Il primo salto di qualità, Harrison lo fece nel 2003 con "Free Country", un album di cover di brani essenzialmente country, operazione piuttosto singolare nel panorama jazzistico: circondato di ospiti illustri, quel lavoro aveva la pretesa di trasferire nel jazz sentimenti e modi di esprimersi della country music, di filtrare il moderno pop-jazz con il jazz più impegnato senza tante distinzioni (si passa da brani tendenzialmente più "leggeri" ad altri elaborati in chiave post-bop); se nelle idee Harrison sembra riferirsi parzialmente al Bill Frisell ante "Have little faith", nella pratica è solo sè stesso, e quell'ottica dinamica di suono che avvolge le sue composizioni è esperimento che alla fine funziona proprio grazie ad uno stile "appariscente", una sorta di Hendrix "controllato" da Jim Hall: da quel momento, in tutti i suoi lavori, la forza e l'energia della sua musica diventerà il suo evidente marchio che può associarsi ad una specie di impressionismo jazzistico su larga scala, costellato spesso da lunghi brani in cui si esaltano le sue qualità e quelle dei suoi comprimari. Sulla quella lunghezza d'onda si inserisce il bellissimo tributo all'Harrison beatleasiano con alcuni brani realmente esilaranti, probabilmente uno dei tributi più seri fatti al diversificato chitarrista pop (con David Liebman ed uno stratosferico David Binney al sax alto). Il successivo "Harbor" invece raggiunge il vertice delle "sue" composizioni jazz: sempre avvalendosi di splendidi collaboratori, Harrison sfrutta una forma "dinamica" di struttura jazz, che è gradevole e seria al tempo stesso, e che ruota su una perfomance curatissima degli attori in studio. "The Wheel", "Urban myths" si avvalgono invece di quel cambiamento strumentale di cui si parlava all'inizio, in cui Harrison introduce violini alla Billy Bang e sassofoni urlanti, che portano l'ascoltatore in una ben congegnata struttura bop dove la dignità di questi strumenti è equivalente se non maggiore della chitarra o degli strumenti ritmici. Addirittura è un ensemble di archi che definisce le idee di Harrison (sempre più sbilanciate sul versante classico/contemporaneo), per tributare Paul Motian.
"Harrison 7: Search" non sfugge a questa regola con gli archi che da aspri diventano all'occorrenza minimalistici. La chitarra di Harrison si insinua in questa struttura poliritimica e pluristrumentale come una sorgente di sole, come un chiarore prezioso che si intravede in un tunnel (splendidi i quindici minuti spirituali di "A magnificient death"). La stessa sa diventare una guida, un solco in cui dirigere il complesso e le sue singolarità nel jazz-blues di "Whippin post", famosa jam degli Allman Brothers Band o nell'estaticità del rifacimento di "O sacrum convivium" di Messiaen (questa volta i contributi vengono da Versace al piano, McCaslin al sax e Howes e Leong rispettivamente al violino e cello).

 Discografia consigliata:

-Free Country, Highnote 2003
-Harrison on Harrison, Highnote 2005
-Harbor, Highnote 2007
-The wheel, Innova 2008
-Urban myths, Highnote 2009
-The music of Paul Motian, Sunnyside 2011


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