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lunedì 1 ottobre 2012

Vocalità e progetti innovativi nel jazz: Neneh Cherry e Sidsel Endresen


 



La vocalità nel jazz ha subito nel tempo diverse evoluzioni: in questo sito in verità non ne ho quasi mai parlato (spero di farlo in futuro), ma la ragione per cui questo succede è presto spiegata. Se tutti siamo d'accordo in linea generale sull'attribuzione di un valore artistico "conservato" ed immortalato dal tempo ed appartenente a personaggi come Billie Holiday o Ella Fitzgerald (soprattutto nei suoi duetti con Armstrong ed Ellington) o al Frank Sinatra degli anni cinquanta, ci si può essere in naturale disaccordo su quello che è stato offerto dalla vocalità negli standards odierni; spesso ci si trovava di fronte ad artisti involuti, con un patrimonio di standards rispolverati per la milionesima volta, timbrica vocale con una chiara reiterazione di quella del passato (si pensi a Madeleine Peroux e alla sua straordinaria somiglianza vocale a Billie Holiday). Quando la voce cominciò a sposare le teorie contemporanee (e questo nel jazz arrivò in maniera chiara negli anni sessanta) si posero le premesse per un suo rinnovato ruolo, ma questo irrimediabilmente la distaccava dal normale e melodico afflato che contraddistingueva il jazz di oltre cinquanta anni di storia, portandosi nei meandri di quella "avanguardia" che poneva più l'accento su fattori tecnici (segnatamente lo studio dei timbri e delle emissioni sonore), in tal modo capitalizzando, da quel momento in poi, i progressi sulla voce e sulla sue possibilità di estensione. Ma di jazz, ad un certo punto, forse non si trattava più. 
Questa distinzione, da non prendere in senso assoluto, lasciava comunque spazio a progetti di cantanti che accettavano mediazioni stilistiche sia nel canto tradizionalmente jazz, sia in quello avanguard; una buona innovazione può, per esempio rinvenire nel caso di queste due registrazioni che provengono dalla Svezia, paese che ha contribuito in maniera notevole all'esplosione che il canto jazz ha attraversato (e sta attraversando) da almeno 15 anni; le motivazioni alla base di questo rinnovato interesse della vocalità da parte dei discografici e degli organizzatori di spettacoli risiedono probabilmente in una voluta, ricercata dimensione artistica dettata dai gusti dominanti degli ascoltatori meno avvezzi e dalla convinzione presuntuosa che sia necessaria una rivalutazione di un certo tipo di canto jazz.
Neneh Cherry, cantante orbitante nell'area soul/pop e culture nere moderne, incide un "anomalo" disco con i The Thing, il trio composto dal sassofonista baritono Mats Gustaffson, il bassista Ingebrigt Haaker Flaten e il batterista free Paal Nilssen-love: si avverte l'incrocio che unisce il bagaglio delle conoscenze della Cherry (molto vicino ad una vocalità che ricorda la famiglia Jackson al femminile), al free jazz dalla carica espressionista dei Thing, in un'operazione non di mera intersezione. Il rischio di queste operazione al confine tra jazz e soul è sempre quello (in agguato) di una possibile dirottamento verso l'acid-jazz, genere dai risultati spesso innocui ed anonimi; l'apertura di "Cashback" mi ha fatto venire in mente un altro progetto soul/jazz del passato, quello di Carmel in Inghilterra che nel 1984 (epoca in cui si assisteva in maniera massiccia agli incroci con le nascenti culture del rap e dell'hip-hop) con "The drum is everything" tracciava un'era: sebbene in quel combo (sempre un trio + cantante) le qualità canore straordinarie di Carmel e una propensione verso la percussività erano gli ingredienti fondamentali, quel disco tracciava un vero e proprio allontanamento da quel pericolo di cui si parlava prima (anonimo acid-jazz), dimostrando che erano possibili altre miscele che avessero una dignità artistica anche rimanendo parzialmente nei meandri del soul o della pop music. In "The Cherry Thing" succede lo stesso: qui Neneh Cherry affianca alla sua moderna e discreta vocalità soul il suono corrosivo del free jazz, in alcuni momenti apocalittico, in cui si può enucleare, con le dovute differenze stilistiche, un progetto serio e valido di soul/jazz dai toni parossistici.

 

 Sidsel Endresen, è quella cantante che più di tutte ha contribuito alla nascita di una nuova estetica del canto, quella della inflessione "nordica" che sta dentro la vena nostalgica e "paesaggistica" di quelle zone. Conosciuta ed apprezzata per le sue collaborazioni con Bugge Wesseltoft, Jon Balke e Nils Petter-Molvaer, la Endresen negli ultimi anni ha maturato un suo personalissimo linguaggio verbale al canto, che si compone di una sorta di fonemi che ricordano in parte quelli di Robert Wyatt, ma con personali caratterizzazioni fatte di respirazioni incrociate con il canto, fuoriuscite atonali e virate "emotive" nella parte bassa della voce.
"Didymoi dreams" inciso assieme al chitarrista Stian Westerhus applica questi principi: sotto un sfondo sonico di dilagante ampiezza, Sidsel si inserisce con i suoi oscuri ed onirici racconti che hanno nell'inapplicabilità comprensiva il loro principale motivo d'interesse.


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