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giovedì 11 ottobre 2012

Sakamoto, storie di musica e cinema



 Tra i musicisti orientali che si sono avvicinati alla musica leggera occidentale pochi possono vantarsi di aver trovato una formula di compenetrazione musicale che possa reggere allo scorrere dei tempi. Sicuramente, non fa parte della categoria di coloro che non ci sono riusciti, l'artista giapponese Ryuichi Sakamoto che, pur navigando in progetti diversi (in tal senso trascinato dal cosmopolitismo e dalle situazioni del "mondo"), ha da sempre fornito un suo spunto "riconoscibile" che ha spesso impreziosito la sua opera e quella di altri musicisti circolanti nel suo giro e a cui si indirizzava come produttore. 
Quando nel 1984 "Illustred Music Encyclopaedia" si impose nei circuiti musicali (sia in quelli dell'artista pop così come in quelli dance), Sakamoto aveva già esteriorizzato in maniera evidente il suono dei Japan di David Sylvian, soprattutto dandogli un tessuto ritmico-percussivo che si incrociava con l'elettronica leggera dei synth che era in tal momento nel suo periodo d'oro. Quello che colpiva di lui era la capacità di saper donare alla composizione quell'umore "orientale" di fondo, non banale, che ben si adattava ad esprimere la realtà sociale multietnica europea (che all'epoca già si nutriva di moltissimi scambi interculturali con musicisti che scambiavano le proprie residenze); qualcuno obiettò che si trattava di episodi comunque vicini alla dance music e alle discoteche, ma in quel periodo una delle vie che i musicisti più intelligenti percorrevano (Ultravox, Japan, Talking Heads, Simple Minds e tanti altri) passava da una riproposizione "ballabile"; certamente Sakamoto può considerarsi un precursore della dance "orientalizzata". D'altronde, i passi da fare erano semplici e si sostanziavano nel raccogliere tutti gli istinti della universalità degli uomini e del loro modo di "sentire" le minacce della società: in "Neo Geo" (1987) davanti ad un coro di voci che canta in modo tradizionale, si inseriva un synth infuso di sapore mittelleuropeo e un'implacabile sezione ritmica (tra il basso di Bill Laswell e drum machines): sebbene l'altrettanta personalità dei suoi comprimari in molti casi diventi pericolosa perchè prevaricante sul suo stile, Sakamoto riuscì a creare un prodotto che aveva nella forza espressiva e nella creazione di "immagini" subliminali il suo punto di forza ed originalità; in "Parata" il giapponese addirittura si avvicina all'idioma del Zappa orchestrale, ma l'avvicinamento a tematiche che hanno a che fare con la composizione classica non è un caso. In base a quanto detto Ryuichi non doveva far altro che approfondire i concetti appena espressi: le soundtracks e l'afflato "classico": il primo di questi due elementi gli ha donato la grande popolarità (grazie alla firma siglata su molti importanti films moderni, da "L'ultimo imperatore" di Bertolucci  a "Wild Palms" di Stone, nell'arco di circa quindici anni, cercando di approfondire il rapporto tra fusione interculturale e cinema); il secondo lo rapporta direttamente ad una classicità vicinissima alle ubicazioni di Erik Satie trasferite nei tempi moderni: piano "solitario" con poche note, orchestrazione minimalistica, spunti "orientali", "Discord" nel 1997 è la raccolta discografica che lo presenta in veste impenitente agli occhi del pubblico di matrice classica, che si impone come il lavoro di un compositore "orientale" alle prese con nuove combinazioni tra cerimoniali giapponesi e le perdite di coscienza del sinfonismo di Shostakovich, ed è un primo assaggio della visione "cinematografica" di Sakamato nell'elaborazione della composizione. Innegabile è il fascino esercitato dalle ambientazioni musicali e dalle reiterazioni orchestrali che vanno dal minaccioso al lugubre, dal pastorale all'estatico. Il successivo "Back to the basics" (2000), primo disco in piano solo, esibisce anche una vena melodica "sospettosa". Qui si fermerà l'ambizione del compositore classico puro, poichè dopo queste fruttuose esperienze, dal 2003 Sakamoto (che continuava nel frattempo l'esperienza colonne sonore) imbastisce due volute collaborazioni: una con Alva Noto (vedi mio post preced. anche riguardo ai rapporti tra i due musicisti) e l'altra con Christian Fennesz (vedi mio post pr. sull'austriaco), entrambe finalizzate a cogliere ancora quel senso di compenetrazione delle vicissitudini "interiori" degli umani, attraverso i nuovi mezzi che l'elettronica e il computer in particolare, gli mettono a disposizione. Ne viene fuori una proposta avvolgente, densa di musicalità sebbene non pienamente riconducibile all'impianto stilistico che Sakamoto aveva messo in mostra nel periodo dei synths. Con Fennesz, il piano del giapponese si fa ancora più centellinato e si inserisce nella coltre di tiepidi rumori e sonagli utili per scorrere le "immagini" tipicamente atmosferiche (ambient) ricostruiti dal chitarrista austriaco, che si immola in questo esercizio di produzione lasciando da parte il suo strumento. "AUN - The Beginnings and the end of all things", soundtracks dell'omonimo film del regista Edgar Honetschlager, è la conferma della proposta iniziata con "Cendre" e "Flumina" ed è il coronamento di questa ulteriore fase destinata a descrivere quell'imminente senso di "catastrofismo" in bilico dettato dagli eventi, una sorta di "fiction" musicale, così come descritto da Honetschlager nelle note del suo film.

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