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domenica 21 ottobre 2012

La perdita di un gigante del piano: Borah Bergman

 



Queste due ultime settimane sono state veramente luttuose per il jazz che conta: dopo aver assorbito prima la scomparsa di John Tchicai (visto dal vivo e in condizioni ottimali solo due anni fa e a cui ho dedicato un profilo in passato*), poi quella non meno mortificante del sassofonista David S. Ware (vedi mio profilo artistico**), adesso la notizia della morte di uno dei più grandi pianisti di tutti i tempi: il newyorchese Borah Bergman.

Bergman è stato una figura fondamentale nell'evoluzione del piano nel jazz e soprattutto del jazz inteso come forma d'arte: era un improvvisatore nato sullo stile di Cecil Taylor con tanto di background condiviso con la contemporanea, ma se ne distingueva per una sua espressività che luccicava come un faro in mezzo a tanto ripescaggio. All'uscita del suo primo album (in solo piano) nel 1975 "Discovery", Borah affermava nelle note di copertina "...At present this name (riferendosi al concetto di "contemporary improvisatory music") seems appropriate for what I'm doing. I hear everything in it - my experience will both the jazz and classical idioms is right there...For me the synthesis of both into a new musical art form is the future..."...."I've always admired the abstract expressionist painters.Willem de Kooning and Jackson Pollock come to mind...but it seemed to me that if I were moved by these paintings, it was because I already had something within myself which the paintings touched...."; "Discovery" era la prima deformazione realmente diversa del free di Taylor, che metteva in mostra un autore musicale che grazie alla sua tecnica (tesa all'esaltazione del ruolo della mano sinistra in veste di solista, così come dell'incrocio delle mani sulla tastiera) riusciva a costruire dei lunghissimi clusters sonori che, accanto al senso del disorientamento tipico di Taylor univa una drammaticità dei temi senza eguali; con lui al piano si raggiunse una intensità espressiva e una velocità di esecuzione al pari di quei record straordinari che nell'atletica leggera durano decenni; (e il suo record è ancora in piedi). Bergman cominciò tardi a registrare (era già quarantenne) e le fonti storiche attribuiscono al critico italiano Arrigo Polillo (a cui dedicò uno splendido brano nel fondamentale "A new frontier") e a Giovanni Bonandrini proprietario della Soul Note R., un ruolo fondamentale nel coltivare le sue prime registrazioni (Bergman registrò due "solo piano" alla Soul Note dopo averne registrato altri due in maniera estemporanea 7 anni prima). In particolare, "A new frontier" fu un pugno in faccia dato in eredità al mondo del jazz: Bergman sceglieva dei temi subdolamente alienanti (le peripezie degli attori di un circo, i contrasti della vita quotidiana rivisti attraverso una visione vissuta tutta sull'intensità degli eventi) arrivando ad un livello di perfezione artistica imperneata su un chiaro "messaggio" di rappresentazione delle verità nascoste della nostra vita, delle "apocalittiche" incongruenze dell'esistenza, tramite degli "estenuanti" clusters di note in divenire che lo vedevano aggredire la tastiera del piano con una forza ed energia che forse nemmeno Taylor possedeva. Con "The human factor" cominciò ad accettare il discorso dell'interazione con altri elementi musicali mettendo nelle mani del batterista Andrew Cyrille un quadro di arte astratta a cui mancava dal punto di vista musicale una base ritmica confacente. La Soul Note gli diede la possibilità di registrare con musicisti come Roscoe Mitchell, Evan Parker, Hamid Drake e Oliver Lake in dischi che oggi sembrano finiti nel dimenticatoio. Ma il livello artistico del pianista americano non ha quasi mai subìto inflessioni qualitative, anzi le ha messe a disposizione dei suoi partners alzando anche il tiro della ferocia strumentale (si pensi alle collaborazioni con Thomas Chapin e soprattutto a quelle con Peter Brotzmann). Il contatto con la Tzadik nel 2003 lo riporta nella registrazione in solitudine: le sue "Meditations" sembrano però più in linea con l'impronta stilistica dell'etichetta di Zorn orientato verso più o meno lunghi "ètudes" sul versante della musica ebraica, elemento del suo background storico mai troppo esplicitato in passato, richiamando parzialmente solo quella parte della sua musica più riflessiva, basata su poche note magistralmente combinate in funzione dell'impatto tragico dei temi. Questa tendenza pianistica semi-orientale presente in forma ritmica anche nel successivo "Luminescence", un trio con Kenny Wollesen e Greg Cohen, pur avendo il suo fascino di mediazione, si sperava fosse un'incursione temporanea nel mondo della spiritualità e del sentimento di quella cultura, facendoci desiderare forse il Bergman espressionista astratto. Ma purtroppo la sua scomparsa non ci consentirà di capirlo.

 Discografia consigliata:
 -Discovery, Chiaroscuro Records, 1975
-A new frontier, Soul Note, 1983
-Upside down visions, Soul Note 1984
-The human factor, Soul Note 1993 (con Andrew Cyrille)
-The fire tale, Soul Note 1994 (con Evan Parker)
-Ride into the blue, Konnex 1996 (con Peter Brotzmann e Thomas Borgmann)
-Meditations for piano, Tzadik 2003

* http://ettoregarzia.blogspot.it/2010/08/john-tchicai.html
**http://ettoregarzia.blogspot.it/2010/10/david-s-ware.html


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