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lunedì 1 ottobre 2012

Chitarre innovative: Stian Westerhus e Mary Halvorson

 

 In questi anni di consolidamento musicale dove è praticamente impossibile scoprire nuove fonti sonore immacolate, è sembrato più opportuno (anche per la stampa specializzata) indirizzare gli sforzi verso quei musicisti che riuscissero a trovare delle novità sul piano delle mediazioni stilistiche. Uno di quelli che sta riscuotendo maggiori consensi è il norvegese Stian Westerhus, chitarrista nato nel '79 a Steinkjer: Stian ha pubblicato il suo terzo album "The Matriarch and the wrong kind of flowers" in cui conferma qualità artistiche non comuni, specie nel campo di quel concetto ampiamento esplorato della risonanza. Con un utilizzo dinamico dei vari pedali della chitarra ed un amplificatore, unito ad effetti ricavati suonando le corde con un arco, Westerhus ha conquistato molta critica grazie a questi spazi "spettrali" che si creano toccando corde e pedali in un certo modo ricavandone nella maggior parte dei casi suoni nuovi che sembrano provenire da strumenti di tipo diverso. Mettendo da parte la problematica relativa alle modifiche timbriche che gli strumenti musicali possono subìre in maniera da disorientare l'ascoltatore, quello che mi preme sottolineare è che Westerhus è riuscito a mettere assieme tasselli diversi che si muovono proprio nel senso della mediazione di cui si diceva prima. Facendo un brevissimo excursus storico, questi esperimenti "sonici" non sono certamente nuovi, nè tanto meno si può negare come già negli anni settanta ci fossero chitarristi che sperimentavano sulla chitarra in modi simili (l'antecedente storico nella musica contemporanea riportava a Messian, Scelsi e alla susseguente scuola degli spettralisti); nel jazz la sperimentazione "sonica" della chitarra cominciò quando alcuni chitarristi di provenienza inglese, come Keith Rowe e Fred Frith si impegnarono nel suonare in maniera non convenzionale lo strumento: due artisti che hanno già consegnato i loro testamenti artistici tanti anni fa. La bravura di Keith Rowe si potrà realmente apprezzare a pieno nel suo solo "A dimension of perfectly ordinary reality", registrato nel 1989, dopo una lunga carriera passata nel gruppo AMM: in quel disco, che conteneva anche elementi di sperimentazione che richiamavano in modo ante-litteram il broadcasting delle stazioni radio, appariva in tutta la sua carica quella "sonicità" richiesta allo strumento, addirittura in formato prolungato; così come Fred Frith capì nei suoi "Solos Guitar" del 1974 (che presentava una valida alternativa al musicista prog-jazz defilato nel gruppo progressive degli Henry Cow), e nell'esperienza nel "Live in Japan" dell''82   che era possibile inserirsi in una nuova marea di suoni e sensazioni (a tutt'oggi queste prove sono le uniche testimonianze discografiche ufficiali del Frith in solitudine). Brian Eno ne fu così affascinato che lo invitò a suonare in "Before and after science"; d'altro canto le scoperte ambientali di Eno e dei suoi seguaci, stavano portando la chitarra verso i territori del drone, ossia di quella nota ripetuta e tenuta in tono per più tempo. Se anche qui gli antecedenti "classici" del drone vanno ricercati nella Monotone Symphony di Yves Klein (è del '49), nel "Trio for string di LaMonte Young  (1958) e nei Quattro pezzi di Scelsi (del '59)*, l'influenza e la manipolazione del drone dopo Eno assunse forme più specifiche, portando ad una vera e propria cultura dei suoi effetti di risonanza (tali da indurre molti musicisti a basare la propria organizzazione musicale solo ed esclusivamente sulle modificazioni tecnologiche dello stesso, vedi ad esempio gruppi come i Stars of the Lid).
E' in queste due diramazioni storiche divise tra la sperimentazione tout court e i mondi onirici creati dai musicisti di ambient music che si pone l'operato di Westerhus: una elaborata, contemporanea ricerca, fatta sulla specificità dei suoni e sul loro potere "sonico" di introdurci a visioni isolate ma ricchissime di fascino di quello che una persona come lui, vissuta tra la neve da una parte della porta e un lago dove pescare trote dall'altra, può in maniera legittima sentire e trasferire.
 Mary Halvorson Quintet: Bending Bridges

 Si parlava di Frith prima: l'inglese fu anche invitato dai musicisti dowtown di New York ad unirsi in varie collaborazioni anche discografiche; tra i molti suoi colleghi ve ne era uno che si distingueva per la sua chitarra sghenga: Marc Ribot con "Rootless cosmopolitans" (1990), pose in essere il testo principale di quel tipo di chitarrismo che si basava su accordi e note dissonanti: esso costituiva una particolare espressione del linguaggio degli sperimentatori di New York. Su queste basi si muove anche l'idea musicale della chitarrista di Boston, Mary Halvorson, di cui condivide la base dello stile di Ribot, ma se ne differenzia per un uso che sguscia via nelle fasi più intricate della composizione. Anche nella prospettiva allargata del quintetto di "Bending Bridges" la Halvorson sta dimostrando di essere un'improvvisatrice jazz che spazia nella mancanza di tonalità cercando di dare un'impronta deliberatamente "confusionale" del suo sound chitarristico: non ci sono solo note dissociate, ma anche una costruzione musicale che, servendosi di effetti di tremolo e caos chitarristici organizzati, mira ad ottenere una piena presa di coscienza del disordine e dell'approsimazione dei nostri giorni.

Discografie consigliate:
Stian Westerhus:
-Pitch Black Star Sprangled, Rune Gramophone, 2010

Mary Halvorson:
-Dragon's Head, Firehouse 12 Records, 2008, con Ches Smith e John Hebert (Mary Halvorson Trio)
 -Crackleknob, Hat Hut Records 2009 con Nate Wooley e Reuben Radding
 -Saturn Sings, Firehouse 12 Records 2010, quintetto con Ches Smith, John Hebert, Jonathan Finlayson e Jon Irabagon
-Camino Cielo Echo, Intakt 2012, Trio con Ingrid Laubrock e Tom Rainey

*Fonte Wikipedia

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