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giovedì 6 settembre 2012

Swedish Free jazz trio

 Basement Sessions, Vol. 1Bruder Beda


 Il free jazz sta da tempo attraversando una fase di consolidamento. Se prendiamo gli ultimi dieci anni a ritroso, notiamo che sa da un lato esistono diversi tentativi di portarlo verso territori inesplorati frutto di nuovi accostamenti trans generi, per la maggior parte dei casi ci si imbatte in formule senza rischi, dichiaratamente immerse nel passato storico. E' chiaro che in questa situazione si riducono gli elementi di originalità delle proposte per concentrarsi sulle motivazioni artistiche, sul tipo di espressione, sulle innovazioni tecniche per poter apprezzare un artista con delle differenziazioni.
In questo post voglio segnalarvi delle interessanti trio formazioni (forse anche un pò specialistiche) ma che rivelano spesso quella capacità di empatia che assiste i musicisti durante le loro esibizioni e che una delle prerogative essenziali dell'improvvisazione: il trio è strada assai battuta dai jazzisti per assecondare le migliori inclinazioni dei loro partecipanti: nelle segnalazioni si rimarca ancora il ruolo del jazz scandinavo che continua a mostrare quella maturità che purtroppo in altri paesi europei è apertamente indebolita da progetti che per come sono, non potranno mai decollare. 
Il trio Jonas Kulhammer (sax ten. e bar.), Espen Aalberg (batteria), Torbjorn Zetterberg (contrabbasso) viene ripreso in un live registrato come "Basement sessions vol. 1" per la Clean Feed; Kulhammer è un sassofonista da tempo sulla scena jazz, che ha faticato per farsi conoscere grazie ad una distribuzione della musica indipendente (le sue incisioni venivano effettuate dalla Moserobie Music Production, l'etichetta da lui stesso fondata nel 2000); Aalberg è il suo batterista di fiducia con alcuni lavori discografici a suo nome; mentre il contrabbassista Zetterberg oltre ad una sua embrionale carriera appena cominciata con il quintetto Hot Five, può fregiarsi di esser stato prescelto nella collaborazione musicale effettuata al basso con Ivo Perelman nel suo "Soulstorm". Kulhammer e soci hanno da sempre un'impronta hard-bop, sebbene nel corso degli anni si sia distribuita con brani in linea con timbri e tempi ormai obsoleti. Qui il risultato è diverso, poichè l'avvicinamento ad una tematica free solleva l'empasse di dover seguire dei clichè prestabiliti, e giova soprattutto all'espressione dello sassofonista svedese che, grazie alla precisione ritmica dei suoi comprimari e ad una ottima registrazione, tira fuori probabilmente il suo miglior disco di sempre, pulsante di Coltraniana memoria ed aderente al Sonny Rollins nello stile.
Trespass Trio è una delle creazioni dello svedese Martin Kuchen (sax alto e barit.) assieme a Per Zanussi (cb) e Raymond Strid (batt.), che avevano già avuto recensioni positive dalla stampa specializzata con l'esordio "..Was there to illuminate the night sky" del 2009: pur facendo parte di quella categoria di musicisti pienamente inseriti nella regolare condizione estetica del free, il trio si lascia apprezzare per la dovizia dell'espressione specie con riguardo a Kuchen che al sax cuce assoli in forza e pause riflessive cercando di indirizzare l'ascolto verso il suono in tutta la sua totalità, come in una ricerca fatta da uno spettralista senza mezzi tecnologici. Il nuovo "Bruder Beda" merita un'ascolto in più anche per il fatto che gli aspetti compositivi sembrano meglio organizzati rispetto a quelli di "Was there...." in cui forse più pressante era l'aspetto improvvisativo.
Segnalati da Free Jazz, il trio Raoul Bjorkenheim e Anders Nilsson (chitarre elettr.) con Gerard Cleaver incide "Kabalik" per la Downtown Music Gallery; è l'espressione di due chitarristi divisi tra l'impostazione rock con Hendrix nelle mani e quella free, accompagnati da un'accesa e dinamica base ritmica di sottofondo. Seppur non particolarmente innovativo, in molti momenti mostra oltre all'empatia anche mature idee strumentali.
Del trio Fire!, ossia Mats Gustaffson/Johan Berthling and Andreas Werliin (vedi mio post preced.) ve ne ho già parlato: si tratta di "psychedelic free jazz" carico di energia e di parossismo tematico che ormai al terzo episodio (il lavoro si intitola "In the mouth a hand") non desta sorprese se non per il fatto che ospita Oren Ambarchi e continua su quella notevole linea stilistica che pur essendo ai confini del jazz, mostra una speciale capacità di approccio e comprensione musicale. Ambarchi, d'altronde è perfettamente integrato in un progetto che sembra studiato anche per le sue idee, basta ascoltare il suo nuovo "Sagittarian Domain", il quale potrebbe essere un'ideale seguito di "In the mouth a hand".

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