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lunedì 10 settembre 2012

Scott McLemore: Remote Location

 Remote Location

 Paul Motian all'epoca di "Conception Vessel" si scoprì batterista al crocevia; non si era ancora spenta l'eco del parossismo free di Elvin Jones nella cavalcata di "Ascension" nel lavoro con John Coltrane, così come parallelamente Pierre Favre si faceva sentire per aver impostato un nuovo linguaggio basato sul resto delle percussioni. Motian, però, aveva un suo stile riconoscibile, che si fregiava di nuovi compromessi: se fino ad allora tutta la storia dei batteristi aveva premuto sulla ritmica e sui tempi, fornendo anche degli splendidi esempi di originalità percussiva, si pensi alle "virate" pirotecniche di Art Blakey o all'afflato riflessivo che proveniva dall'intelligente movimentazione di Max Roach, o le immense polifonie di Elvin Jones, etc., Motian introdusse qualcosa che aveva a che vedere con il "dialogo": come il dialogo ha le sue pertubarzioni passando da più intricato a energico, da riflessivo a visionario, così ne rispondeva il suo stile, che si proponeva come il mezzo per "attraversare" le composizioni: il particolare uso della parte sonica della batteria in funzione espressiva unita ad drumming leggiadro costruivano per lo strumento una voce particolare, un "designer" della batteria. Questa qualità (sviluppata grazie anche all'esperienza del trio con Evans) era aperta e disponibile per tutti i suoi partners preferiti (che erano quasi sempre pianisti).
Il batterista americano Scott McLemore è uno dei più interessanti riferimenti al batterista appena scomparso e richiama molto la formula che Motian stava percorrendo nelle registrazioni effettuate nel suo lungo percorso post-Conception Vessel alla Ecm Records; Scott, dopo aver esordito con "Found Music" che festeggiava l'occasione con la partecipazione tutt'altro che normalizzata di Tony Malaby e Ben Monder, ritorna con un album autoprodotto "Remote Location" (disponibile su Bandcamp), che lo vede materializzare l'esperienza di vita fatta nella sua residenza in Islanda, suonando con un quintetto di musicisti "nordici" in cui si distingue anche la compagna pianista Sunna Gunnlaugs; McLemore, che può vantare già numerose collaborazioni importanti, qui sposta leggermente il baricentro della sua musica, trasferendo parte dei consolidati territori "americanizzati" del post bop nello spirito nordico, alla ricerca di un collegamento tra il suo raffinato bop e i fantastici paesaggi ispiratori del territorio; siamo quindi di fronte ad un'operazione che ha le membra dentro ai prodotti ECM Record (mantenendo fede ad una impostazione bop moderna derivante dal modello americano) e che, allo stesso tempo, travalica il mondo melodico e introspettivo del suono jazz in nordic style, in cui non solo la composizione ma anche le particolari pause e ripartenze dinamiche del quintetto sono i fattori di successo della raccolta.

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