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venerdì 21 settembre 2012

Ian Hunter e la sottovalutazione del glam


 Nato come reazione "semplificatrice" dei movimenti più importanti del sessantotto (psichedelia e sopratutto l'avvento dei gruppi di rock americano), il glam è stato bistrattato da più parti, persino negli ambienti rock. Per molti basato su esteriorità di costume, su evidenti sincronismi con l'omosessualità, il glam è ancora oggi quasi dimenticato, come un periodo in cui nascevano le prime avvisaglie di "stars" impegnate a costruire un prodotto elegante e gradevole al tempo stesso, ma lontano da qualsiasi pretesa di serietà. 
Questo mio intervento vuole sfatare questa considerazione, poichè la realtà è che il glam rock inglese (T-Rex, Bowie, Elton John, Iggy Pop, Ian Hunter, David Johansen, etc.) oltre che ad anticipare in molti casi la nascita di movimenti importanti (il punk e altri incroci trans-genere), va valutato alla luce delle componenti essenziali della musica: questi musicisti, pur non essendo dei mostri di bravura sugli strumenti, avevano in sè sia una scrittura essenziale (presa in prestito dai Beatles), sia i germi strumentali del rock americano (quello basato sui generi costituenti, blues e rock'n'roll) da cui tanto la critica quanto loro stessi dichiaravano di allontanarsene per mancanza della stessa carica intellettuale: le loro canzoni spesso non parlavano nient'altro che di storie d'amore, forse anche banali, ma quella mistura tra scrittura pop apertamente stravagante e l'uso della strumentazione ben gestita in studio con produzioni levigate e piene di chitarre divise tra attacchi e ripartenze, creava un "sound" riconoscibile che si poi si differenziava a seconda delle caratteristiche vocali e formative dei leaders. 
Specie nell'ondata che vide all'opera artisti come Lou Reed e John Cale (per brevi periodi), o i Roxy Music di Brian Ferry e Brian Eno, il movimento glam guadagnò considerazione anche come movimento pop d'avanguardia. Tuttavia come risaputo ebbe poca vita e durò all'incirca una decina d'anni, dopodichè evaporò e tutti i musicisti che ne erano stati coinvolti cambiarono il loro tipo di musica. Uno di quelli che meno si staccò da quel "sound" fu l'inglese Ian Hunter. Nato come epigono di Dylan (la cui somiglianza è effettivamente notevole nel suo primo disco), con il gruppo dei Mott the Hoople condivise le sorti del miglior "glam" di quegli anni. Poi, quando intraprese la carriera solistica, Hunter cominciò a dirigersi verso percorsi che rimandavano al rock romantico di Springsteen o Seger. Memorabile rimarrà il suo doppio antologico album live "Welcome to the club" del 1980  che di fatto chiuderà la stagione dei grandi dischi in vinile doppi dal vivo, quelli che hanno fatto impazzire di gioia molti collezionisti. In molti suoi albums Ian Hunter ha ricostruito le gesta del glam in una funzione più adatta ai tempi, mediando inevitabilmente l'impeto rock con una composizione cantautorale, ma mantenendo anche la sua originalità di solido cantante e performer di rock'n'roll. 
E' chiaro che molti penseranno al fatto che ormai l'inglese sia un ricordo del passato più che un bisogno del momento (73 anni), ma io ritengo che oggi con la confusione musicale imperante nella rock music di cui molti già dichiarano da tempo la morte (almeno nell'accezione più conosciuta del termine), la spontaneità di questi artisti vada riconsiderata: "instant classics" (non più di quattro minuti) come ad esempio "Irene Wilde" o "All of the good ones are taken" sono concentrate esplosioni di creatività che transitano nella memoria dell'ascoltatore come una "spia" luminosa e che travalicano alcuni difetti caratteriali dovuti agli eccessi umani (che non ho mai gradito) e alla tardiva presenza nella protesta politica. E il recente disco di John Grant "Queen of Denmark" (vedi post prec.), che pesca in quel passato musicale, probabilmente sta a significare che, con le dovute differenze temporali, si potrebbe costruire ancora un prodotto musicale schietto, diretto che funziona emotivamente.

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