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venerdì 10 agosto 2012

Il pensiero moderno della coralità anglosassone



Da anni nel discutere le nuove tendenze della composizione scritta per la coralità molti critici pongono l'accento su alcune incongruenze della odierna consuetudine anglossassone. C'è un mondo rigorosamente diviso a metà, fatto di quelli che sono rispettosi della tradizione religiosa e sono riluttanti anche al cambiamento del testo ecclesiastico ed altri che invece cercano di fare entrare nelle chiese una sorta di umore "allegro" che ha lingue spesso diverse da quella latina. In Inghilterra i compositori impegnati specificatamente sui cori hanno dimostrato di voler prendere in considerazione anche elementi provenienti da altri generi musicali, attingendo nella scrittura al pop, al jazz e alla musica leggera, con ciò scatenando le critiche di molti appassionati i quali sottolineavano la perdita piuttosto costante del modello iniziale di composizione costruito sulla tradizione (in Inghilterra il riferimento è all'impressionismo e al neoclassicismo francese di inizio novecento e successivamente a Britten): questo cambiamento (che può essere verificato in prima approssimazione nelle composizioni di John Rutter e Karl Jenkins) in realtà è partito assieme all'evoluzione stilistica in chiave classica intrapresa da molti musicisti del rock, che ad un certo punto hanno lasciato il loro genere per affrontare con le loro armi il mondo della classica e quello della coralità in particolare. Le obiezioni si rivelano le stesse e scaturiscono dal fatto che i vari McCartney, Gibb, il compianto Lord etc., grazie all'intervento di un direttore di conduzione esperto, siano in grado di costruire un prodotto musicale che alla fine rivela solo una buona caratteristica, quella dell'essere ben preconfezionato. Ma per chi cerca qualcosa di più che sia valutabile sullo stesso piano di quei compositori che hanno fatto la storia dei cori, la delusione è cocente. Forse solo Karl Jenkins, musicista rubato al rock ed al jazz, ne ha saputo dare una versione migliore, grazie ai suoi mescolamenti con il folklore e la new age music. Questo, per dire che comunque non vanno fatte generalizzazioni: se è vero che il confine con la musica leggera e con quello che può comportare è un rischio notevole da sostenere per i nuovi compositori, è anche vero che se si è in possesso di una verve compositiva che sa smussare i "cattivi" angoli creati da melodie troppo semplici ed evanescenti, che maldestramente possiedono una forte componente "cinematografica", si possono fornire risultati diametralmente opposti. Mentre il recente "The peacemakers" di Karl Jenkins, impegnato sul tema della pace, sembra non aggiungere molto alla carriera del compositore, il primo cd per l'Hyperion Records di Bob Chilcott mi sembra un'ottima registrazione a sostegno di quello che si diceva prima: Chilcott, che discograficamente parlando, ha registrato solo un paio di dischi sbiaditi per la Signum C., è balzato agli onori della cronaca per la sua "A little jazz mass" un tentativo piuttosto obsoleto di incrocio magico tra coralità classica e ritmo jazz con un'equa condivisione delle parti; inoltre, essendo stato un vero e proprio militante dei cori (partito da bambino fino alla completa maturità del comporre) Chilcott figurava accanto a Lauridsen e Whitacre in un'antologia di brani cantati dai The King's Singers "Hight Flight" sempre per la Signum, gruppo che è stato anche la sua casa in passato. Chilcott nella "Requiem" costruisce qualcosa che è metà strada tra rispetto della tradizione corale del novecento (Faurè sembra il suo modello) e modernità "pop": indirizzato alla prematura scomparsa della nipote, la "Requiem" pur partendo da una base organica di poliarmonia convenzionale si arrichisce in molti casi di tonalità musicali che hanno dei forti echi nel progressive rock morbido dei Genesis: ascoltate l'offertorio di "I sing of a mayden" nel secondo movimento e vi sembrerà di scorgere le note di "The cinema show" del piano di Tony Banks; d'altronde non è un mistero che il famoso tastierista dei Genesis abbia intrapreso anch'egli la carriera classica, proprio rifacendosi al periodo romantico-impressionista.
Chilcott comunque è personaggio che si trova in un limbo di territorio che non è solo espressione della coralità strettamente inglese; in lui vi sono elementi di quella moderna rivisitazione fatta dai coralisti di matrice statunitense: i più recenti rappresentanti della coralità americana sono figli di una particolare dimensione della stessa nata nel novecento, quella che meno si riferisce a radici riconducibili al folk e alla diversità di canzone di quei luoghi, e che invece è tutta incentrata sull'estaticità della proposta nel solco di Samuel Barber, David Diamond o John Corigliano; compositori per coro come Morton Lauridsen o Eric Whitacre sanno produrre oggi significative evoluzioni e innovazioni del concetto polifonico, realizzate per fornire un'immagine moderna del coro (uso dei clusters armonici, dell'aleatorietà); una delle caratteristiche di Whitacre è la continua re-incisione di brani che vengono pubblicati ora solo con l'apporto dei cori, altre solo con l'apporto strumentale (l'ultima raccolta di "Water night" riveste queste condizioni); questi compositori hanno sicuramente una veste più rigorosa di Rutter e dei compositori infiltrati negli altri generi; in particolare ben si adattano a quel processo di modernità che tende all'universalità del canto polifonico così come successo nell'esperimento unico di Whitacre, il suo Virtual Choir, che ha costituito di fatto il primo coro internazionale a distanza della storia di internet.

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