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lunedì 20 agosto 2012

Il blues fra miti e sopravvalutazioni

 


 E' stato pubblicato recentemente un dvd in cui viene ripreso per intero un concerto di Muddy Waters effettuato due anni prima della sua morte al Checkerboard Lounge di Chicago nel 1981 dove per l'occasione si unirono i Rolling Stones per una sorta di jam session pilotata nell'organizzazione dal proprietario del locale di Chicago, il chitarrista blues Buddy Guy. Siamo in un'annata fondamentale sia Muddy Waters che per gli Stones, poichè è evidente che si era già davanti ad un naturale epilogo del genere: se come al solito non mancano i pareri positivi (che riescono a trovare sempre una motivazione valida per giustificare le proprie recensioni), è anche evidente che il ripescaggio del repertorio di Waters viene calato in una prospettiva che non gli apparteneva; il primo, innarrivabile Waters, quello di "Folksingers" o di "The real folk blues" era il risultato più sincero di una vita giovanile condotta in serie difficoltà (dovette fare anche il contrabbandiere!) e anticipano quella svolta elettrica (di cui Muddy viene considerato giustamente come uno dei traghettatori principali) che ne aumentò la potenza d'impatto ma che consegnò il genere ad una delle più rapide generalizzazioni nel tempo. Il concerto di Chicago nel 1981 mette in evidenza un'altro Waters, standardizzato e conforme ad un blues che si ricollegava al mestiere e a trucchi presi in prestito (come quello del borbottìo tipico alla John Lee Hooker), ma è inesorabile nella sua inconsistenza. Il necessario passaggio alla musica dei Rolling Stones per tramite di Waters è costellato di una serie di considerazioni che fanno rivestire ai soggetti citati un'aureola di santità musicale che francamente andrebbe ridimensionata, specie in rapporto alle novità storiche apportate. Se Waters ha la sua vera dimensione "blues" in date che risalgono almeno a trenta anni prima del concerto del Checkerboard, i Rolling Stones l'hanno rivestita in pochi anni (il periodo da "Beggars Banquet" del '67 a "Exile on main street" del '72) e con molti dubbi sul gestito: nello studio storico-critico del blues, il movimento del cosiddetto british blues degli anni '60, filiazione esportata del blues di Chicago, è ambiguamente considerato, poichè una parte di studiosi ritiene che lo stesso avesse acquisito una caratteristica di spettacolarità che prima non possedeva, affermazione forse vera solo in parte e contraddittoria quando si pensa alle virate verso il jazz di John Mayall o alle evoluzioni sperimentali free-form del Peter Green di "The End of the game"; inoltre, se Waters e tutti i bluesman di Chicago furono l'ispirazione del movimento britannico del blues e del pop degli anni sessanta (con i Rolling Stones parte integrante), è anche vero che l'aggancio del pop al blues era già avvenuto prima della loro comparsa. Mick Jagger e Keith Richards riuscirono solo per pochi anni a mantenere un certo standard qualitativo orientanto al blues: l'episodio di "Beggars Banquet" con composizioni proprie infettate di un arcano senso della maledizione, rimarrà il loro vertice, ma più che per meriti innovativi nell'àmbito del blues stesso, "Beggars Banquet" andrebbe sottolineato per una capacità non comune ai gruppi di musica rock, e cioè l'eccitazione. Quando questo venne capito, Richards imparò a cacciare fuori un personalissimo riff chitarristico (frutto di un accordatura più fluida) che assieme alla voce svampita di Jagger saranno le principali caratterizzazioni del suono del gruppo. Quell'eccitazione contagierà il tutto il rock più in vista nel music business per molti anni, costruendo contemporaneamente anche "deprimenti" episodi senza filtro, che sposavano gli eccessi della vita privata anche nell'area musicale; di Jagger la stampa ha da sempre sottolineato la personalità schiacciante, tale da essere in grado di schivare idee diverse e probabilmente migliori che provenivano da elementi partecipanti al gruppo come Brian Jones (che amante del folk e del sitar ogni tanto dirottava il gruppo in splendidi episodi acustici) o come Mick Taylor (vedi l'assolo in comproprietà con Richards di "Can you hear me knockin'" su "Sticky Fingers", che calava il sound del gruppo verso jams bluesistiche di maggior spessore artistico), per non parlare della cronaca giornalistica sulle vergogne del settore femminile (il doppio "Exile on main Street" è un'omaggio alle perversioni sessuali). Lo stesso Richards non sembrò mai molto preoccupato delle cose intorno a lui, quasi avvolto in una sorta di "stato di ipnosi" da successo (solo successo?). Il blues nelle loro mani aveva acquistato contorni stravaganti, lo si voleva portare fuori dalla sofferenza a colpi di suoni da stordimento, ma inevitabilmente lo si portava verso le orgie, lontanissimo da una sua improbabile purificazione, con risultati assai diversi da quelli dei vecchi bluesman del delta come Robert Johnson o Son House, che esorcizzavano il diavolo con formule acustiche doloranti ma non distruttive. Nel 1981 i Rolling Stones pubblicavano "Tattoo you", titolo provocatorio della fine di un ciclo nella musica rock, ciclo che sarà riaperto poche volte e per poche composizioni nel futuro del gruppo. Francamente non sono molto d'accordo con quanti vedono negli Stones una funzione indirettamente moralizzatrice dovuta al fatto che gli stessi con la loro carica aggressiva rompevano tutte le convenzioni (anche quelle discografiche): se è vero che i loro rivali, i Beatles, molto spesso incarnavano lo stile di vita della borghesia inglese con tutte le sue contraddizioni, è anche vero che l'opera ribelle dei Rolling Stones era l'esatto opposto, conduceva al disfacimento senza indicare un modello di mediazione comportamentale. Furono gli episodi spostati "nel mezzo" sociale di entrambi i gruppi, che possono essere oggetto di rivalutazione anche in tempi odierni.

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