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martedì 5 giugno 2012

John Abercrombie



Nel fondamentale assestamento che la Ecm Records impartì al jazz alla fine degli anni sessanta si segnalava la presenza di molti chitarristi evoluti; erano tempi in cui lo strumento stava vivendo un periodo di fulgore assoluto in parte dovuto all'affermazione di massa dei chitarristi rock, e in parte dovuto all'avallo che la Ecm stava garantendo ai nuovi concetti basati sulle nascenti correnti musicali; erano anni in cui cominciavano ad affermarsi i teoremi "ambientali", gli "incroci" tra i generi, e l'elettronica (allora molto applicata agli strumenti) imponeva nuove soluzioni da affrontare. Eicher scritturò a livello chitarristico il meglio di cui si poteva disporre allora (si parla degli anni intorno al 1973) e lo fece con personaggi di caratura eccezionale, aventi  comunque personalità distinte: Ralph Towner sembrava una rigenerazione jazzistica di un ortodosso chitarrista classico, Pat Metheny coglieva le istanze provenienti da due mondi diversi come quelli di Jim Hall e Jimi Hendrix, Terye Rypdal era un maestro dei contorcimenti chitarristici che venivano proiettati da una intima visione dell'ambiente nordico. Tra questi, John Abercrombie era (se mi permettete un paragone con la pittura) invece un "disegnatore" di cieli: John aveva una straordinaria sensibilità nel suonare la chitarra che ritengo andasse oltre gli insegnamenti di Jim Hall; i suoi erano dei cieli non omogenei, non sempre solari, ma spesso riflessivi, magnificamente incupiti. Qualsiasi strada abbia frequentato (dal jazz contaminato dalla ritmica agli approcci con l'elettronica o la musica classica) Abercrombie ha sviluppato uno stile tutto suo, delicato e pensoso, ma a differenza di quello che si può pensare, questo "acquerello" era molto "presente" nella resa sonora delle sue composizioni, con scale perfettamente inquadrate in una struttura che spesso  aveva anche una sua insospettata muscolarità: rispetto a Metheny, con cui condivideva molti aspetti, John era più severo nel non arrotondare troppo (melodicamente) i suoni. Questo idioma, il suo marchio si riaffacciava nella miriade di collaborazioni che John ebbe con la crema degli artisti Ecm, in cui contribuiva fondamentalmente a costruirgli i capolavori in quegli anni (si pensi ai migliori lavori di Jack Dejohnette, Enrico Rava, Kenny Wheeler, etc.)
La carriera dell'americano si divide in poche direttive molto precise: l'esordio di "Timeless" e il primo trio con i Gateway, impongono il chitarrista nell'ottica di un sound di notevole spessore con un livello di improvvisazione eccellente e un lavoro sulla ritmica (Dejohnette e Holland) che è frutto del dilagante avvento delle novità poliritmiche e sui tempi che provenivano dal rock (vedi le operazioni fusion di Miles Davis e Billy Cobham, o del Liebman di "Outlook farm" in cui il giovane John si metterà in evidenza): sono lavori che dimostrano come quanto labile potesse essere il confine tra post-bop e jazz rock ("Timeless" e "Gateaway 2" sono notevolissimi); quella dell'esperienza in solo sarà una strada a dir il vero poco battuta dal punto di vista delle registrazioni, così come piuttosto circoncisi saranno i duetti con altri musicisti: se per quanto riguarda il lavoro solistico l'unico episodio discografico allo stato attuale rimane "Characters" (ottimo ma sovrainciso), per i duetti si segnalano soprattutto quelli con Ralph Towner magnificamente immortalati in "Sargasso Sea" (un classico assoluto dell'Ecm) e "Five years later", in cui i due ritagliano, nell'incrocio delle loro visioni musicali, una serie di  soluzioni melodiche da brivido, divise tra il classicismo e la meditazione, e poi, quelle direi misconosciute, a metà strada tra l'evocativo e il post-moderno, effettuate con il percussionista George Marsh e il compositore/bassista Mel Graves per la New Albion Records in "Upon a time an album of duets". Gli altri duetti, in generale, si muovono in territori più convenzionali, specie quelli con i pianisti (La Verne, Copland).
Nel 1978 dà vita ad una delle sue forme preferite: il quartetto. Il primo di essi, che lo terrà impegnato per circa dieci anni, costituito assieme al pianista Richie Beirach, al bassista George Mraz e al batterista Peter Donald, risente della formazione artistica dei partecipanti e rappresenta già un primo tentativo, molto embrionale, di improvvisazione legata al chamber jazz. Tale cameralità verrà ripresa in maniera molto più evidente nel progetto cominciato nel 2000 con il violinista Mark Feldman, contrabbassista Marc Johnson e il batterista Joey Baron, progetto che lo rilancerà in grande stile in un affascinante incontro tra l'improvvisazione "riflessiva" di John e i voli pindarici nei territori del barocco e del modernismo espressi nel microcosmo musicale di Feldman; qui si respira aria di "arte" allo stato puro. I lavori discografici pubblicati in tal senso riscattano un periodo di "normalizzazione" attraversata dall'artista per parecchi anni e condensata nelle prove in trio; Abercrombie ne aveva organizzato uno con Marc Johnson e Peter Erskine (da metà ottanta ai primi novanta) con diversi albums che aderivano ai gusti musicali del momento (fusion, new age, etc.) e più tardi un altro, condotto per tutto il decennio '90-'00, costituito attorno alle figure dell'organista Dan Wall e del batterista Adam Nussbaum.  
Il tributo ai suoi amori di gioventù (Rollins, Coltrane, Hall) in "Within a song" vede (come spesso capita) musicisti importanti che suonano senza magia. Qui si parla la lingua dell'improvvisazione jazz senza i retaggi "da camera" che avevano contraddistinto l'ultimo Abercrombie. 

Discografia consigliata

-Timeless, Ecm 1974
-Sargasso Sea, con R. Towner, Ecm 1976
-Gateway 2, Ecm 1977
-Characters, Ecm 1977
-Arcade, Ecm 1978
-Abercrombie quartet, Ecm 1979
-Five years later, con R. Towner, Ecm 1981
-Current events, Ecm 1985
-Getting there, Ecm 1987
-Animato, Ecm 1989 (con Vince Mendoza)
-Upon a time an album of duets, New Albion Records, 1989
-While we're young, Ecm 1992
-Cat'n'mouse, Ecm 2000
-Class Trip, Ecm 2003
-The third quartet, Ecm 2006

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