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domenica 15 aprile 2012

Il contrabbasso nordico




Alla fine degli anni sessanta i contrabbassisti jazz si trovano davanti ad un evidente ventaglio ampio di possibilità: da una parte c'era la voglia di esplorare (anche selvaggiamente) lo strumento (è la parte pìù votata alla musica colta e alla sperimentazione), dall'altra molti ritenevano più innovativo l'utilizzo del basso elettrico e qui ripiegavano (Steve Swallow sarà l'esempio di contrabbassista che abbandona lo stesso in favore del basso elettrico); poi vi erano quelli che invece approfondivano le interazioni "melodiche" dello strumento. In merito a quest'ultima considerazione, sulla base delle esperienze fatte da Scott La Faro e suoi successori nell'àmbito del progetto di Bill Evans, si inseriscono tutta una serie di contrabbassisti virtuosi che privilegiano le dinamiche, ossia l'uso del contrabbasso come sostegno fondamentale ritmico ma contemporaneamente come strumento protagonista nel gruppo, capace di conferire intensità alla composizione; coloro che maggiormente faranno tesoro di questo insegnamento saranno alcuni bassisti "nordici" che si riveleranno fondamentali pedine per esprimere al meglio quella nuova modalità di jazz che intercetta elementi classici (quasi totalmente immersi nel periodo ante-modernità musicale) e tradizionali (l'uso diluito nella composizione di canti, danze o poemi dei rispettivi paesi di appartenenza).
Se probabilmente qualche avvisaglia a carattere regionale proveniva già da incursioni incidentali fatte da contrabbassisti legati ad altra disciplina jazzistica (si pensi ad alcuni episodi della produzione Steeplechase del danese Niels Henning-Orsted Pedersen negli anni settanta), si può affermare che coloro che in qualche modo si impongono inizialmente sulla scena sono i "trapiantati" americani del Nord Europa: la situazione è messa sotto osservazione nella scuderia Ecm Records, che dà la possibilità a personaggi importanti come Gary Peacock o Charlie Haden (quando non è impegnato nelle registrazioni "di gruppo") di sviluppare il clima melodico delle composizioni. Tuttavia quello che mancava a questi bassisti era il respiro "climatico" dei paesi scandinavi, mancanza che verrà colmata dai nascenti talenti del contrabbasso che nascono stilisticamente attorno ai riferimenti americani: Arild Andersen (di cui vi parlerò in un prossimo post), Anders Jormin e Palle Danielsson, diventeranno di colpo i tutori di un suono e figureranno in quasi tutte le opere principali dei maggiori jazzisti di casa Eicher; ma la cosa più importante è che quell'intransigente voglia di dare una "cantabilità" allo strumento unita al naturale raccordo con gli altri strumenti diventerà uno stile personale, arrichito da elementi in chiaroscuro e una vena nostalgica che ne farà un suono unico e propedeutico per comprendere il sentimento proveniente dal Nord. Questa azione sarà combinata con i batteristi/percussionisti che subiscono anch'essi un definitivo distacco dalle ritmiche convenzionali per proporre un suono basato soprattutto sui ricami percussivi atemporali (Paul Motian e dopo di lui una lunga schiera di batteristici nordici).
Recentemente sono stati pubblicati i nuovi lavori di Anders Jormin e di un'altro valente contrabbassista rientrante nel filone musicale, Lars Danielsson. Anders Jormin ha avuto una carriera solistica piuttosta limitata nelle registrazioni (poichè impegnato in quelle altrui) ma significativa: i suoi dischi, divisi tra la Dragon R. e quelli più recenti per la Ecm, sono una eclatante conferma dei concetti prima espressi. Anzi, Anders è stato l'unico contrabbassista tra i nordici ad aver il coraggio di imbastire due ottime registrazioni in solitudine, uno di quelli che usa la "melodicità" solistica in maniera eccezionale; ma è anche un compositore intelligente che dopo un iniziale percorso intriso di elementi di "nordicità" comuni a quelli dei suoi colleghi illustri (Garbarek, Vesala, etc.) ha virato verso quell'idea partita da Garbarek di riportare il moderno nel sacro: in realtà il suo è un tentativo più "leggero" che non si spinge all'uso estensivo della coralità, Jormin tenta di abbinare la sua intrinseca "nordicità" con vocalità (anche elaborate) che usano la lingua di nascita o il latino, ma che potrebbero ancora rimanere in un àmbito jazz e non ancora sacro.
Lars Danielsson ha invece dalla sua parte una presenza di suono rilevante  ed una semplicità di espressione che risulta lineare ma di sostanza allo stesso tempo: queste qualità furono messe subito a servizio di un quartetto nordico/americano forse oggi dimenticato, ma molto in voga quindici anni fa, con il sassofonista Liebman,  il pianista quasi inseparabile Bobo Stenson e l'altro veterano batterista Jon Christensen: dopo quella esperienza che lo teneva ancora legato parzialmente a suoni convenzionalmente americani, meno caratterizzati dal punto di vista della nostalgia nordeuropea, con l'entrata nella Act Music, Danielsson comincierà a registrare degli ottimi albums che lo imporranno con un stile che è a metà strada tra le tematiche musicali degli E.s.t. (con salti di impronta fusion), concertazioni orchestrali classiche ("Libera me" vive nella Danish Radio Concert Orchestra alcuni dei suoi momenti migliori) e  udibili esaltazioni delle dinamiche strumentali del contrabbasso (in questo senso "Pasodoble" e "Tarantella", nonchè l'ultimo "Liberetto"). Invece nell'episodio discografico di "Mélange Blue", Danielsson privilegierà l'idea del nu-jazz dando un validissimo esempio delle nuove tendenze nordiche nell'elettronica. 

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