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giovedì 15 marzo 2012

Kenny Garrett: Seeds from the Underground



Il dopo Charlie Parker per il sax alto e il dopo John Coltrane per il sax tenore sono stati punti imprescindibili per il jazz delle nuove generazioni, che dopo tutta quella esplorazione, avevano un enorme compito da svolgere per imporsi, risultando mere replicazioni senza originalità: solo la propria personalità "musicale" poteva aiutarli a creare delle differenziazioni quasi impossibili. Questa era la considerazione che affligeva (e affligge) i giovani sassofonisti jazzisti nati nei sessanta; tra questi una menzione di questo fenomeno di replicazione va fatta per le enormi capacità tecniche del sassofonista Kenny Garrett, che impersonava le migliori versioni di Charlie Parker e John Coltrane (suonava entrambe le tipologie di sax) con un piglio "mainstream" evidente: partito in sordina nel 1984 con l'album "Introducing Kenny Garrett", Garrett ha rappresentato il prototipo del musicista in cerca di una chiara personalità da condividere con un pubblico quanto più vasto possibile ed infatti il suo sound si divide tra riferimenti puri e jazz melodico arrampicato nei meandri dello "smooth": dopo il passaggio discografico alla Warner, Kenny aveva bisogno anche di dimostrare i suoi attributi, ma stranamente le opere più coerenti risultavano quelle dei tributi ai maestri succitati, mentre nell'àmbito delle "sue" composizioni tendevano a prevalere altre considerazioni: Garrett suona benissimo, viene via spesso con evoluzioni "velocissime" e "evocative" del suo sax (che ricorda Parker e i suoi discepoli più rappresentativi al sax alto: Woody Shaw, Jackie McLean), ma il confine con il jazz da salotto o quello da ballad da serata con gli amici è stato spesso un'elemento dominante nelle sue opere. Negli ultimi anni Kenny ha avuto però una maturazione, una maggiore comprensione del suo jazz, che finalmente lo ha portato a riconsiderare i ruoli da attribuire alle sue composizioni. Con "Standard of language" Garrett tornava ad impostazioni più "toste" del suo be bop moderno, senza far ricorso a tributi o covers e facendo riferimento solo a sè stesso; il capolavoro dell'artista arriva qualche anno dopo per la Nonesuch, "Beyond the wall", che oltre a candidarsi per un Grammy è anche un possente lavoro di ricostruzione di armonie modali e incette spirituali devote ad un buddhismo nato in uno dei suoi viaggi in Cina: Garrett dimostra di saper aggiornare il catalogo delle opere Coltrane-McCoy Tyner iniettando nuovi elementi. Il pensiero critico mi proietta subito nei lavori di uno dei discepoli meglio formati di Coltrane, Pharoah Sanders (che viene ospitato in "Beyond the wall" anche in alcuni brani), che già utilizzava quelle forme di modalismo spirituale che John e sua moglie Alice avevano intrapreso tanti anni prima; la novità è che Garrett inserisce elementi ancor più ben definiti di cultura cinese sia nel riferimento compositivo che nelle abitudini musicali (affascinante il coro tibetano di "Realization"). 
"Seeds from underground" evita le pastoie pericolose di "Simply said" o "Happy people" (per riferirci ai lavori più recenti) ma evita anche quella particolare operazione di "Beyond the wall" (che viene in realtà rimessa in causa solo per l'approccio modale molto ben sostenuto assieme al pianista Benito Gonzales), risultando vicino a "Standard of language" e quindi ad un post-bop suonato con grinta e passione sebbene spalmato in territori conosciuti e comuni a tanti colleghi.

Discografia consigliata:
-Pursuance: The Music Of John Coltrane, Warner 1996
-Standard of Language, Warner 2003
-Beyond The Wall, Nonesuch 2006

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