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martedì 27 marzo 2012

James MacMillan: un resoconto tra chiesa e attivismo musicale

Miserere


Tra i tanti compositori che l'Inghilterra reclama come dei nuovi Britten, ve ne uno, scozzese, che più potrebbe meritare questo appellativo: James MacMillan, di formazione serialista ma con una netta impronta melodica, è ampiamente considerato come una delle maggiori espressioni che la musica classica sta vivendo in terra d'Albione negli ultimi vent'anni. Il punto di forza di MacMillan è sempre stata la sua verve religiosa che permea quasi tutto il suo catalogo: addentrato soprattutto nel capitolo corale, il compositore ha comunque saputo espandere le tematiche spirituali anche nella produzione orchestrale e da camera; per quanto concerne la clericalità MacMillan si presenta come una visuale nuova della Chiesa Cattolica, quella che ammette pregi e difetti apertamente ma che possiede un senso dell'eucarestia che è l'esatto opposto del modo di proporsi dei minimalisti sacri; la scrittura di MacMillan non vi trasporterà in un idilliaco paradiso che abbandona la realtà per trovare le giuste spiegazioni terrene, ma al contrario vi porterà "nella realtà" come se egli la stesse vivendo in tempo reale. Dal punto di vista stilistico, quindi, siamo nella piena essenzialità della coralità anglossassone che parte dall'esperienza vittoriana di fine ottocento, passa per l'impressionismo inglese del primo novecento e si accasa nella modernità di Britten e di alcuni suoi contemporanei come Kenneth Leighton (maestro di MacMillan e vero modello di carriera per lo scozzese). "Seven last words from the Cross", nella splendida versione eseguita dalla Polyphony diretta da Stephen Layton è certamente il suo capolavoro "spirituale": un lavoro per coro e string orchestra che richiama in maniera magistrale l'antico lessico del canto ma lo aggiorna nello stile di MacMillan che sembra essere uno dei presenti della storia. Questo lavoro del '94 si inquadra nel periodo migliore del compositore, conscio di un ammodernamento non solo accademico, ma diretto all'emotività dell'ascoltatore: qualche anno fa però MacMillan cambiò registro, componendo religiosità da "congregazione" (termine da lui coniato), ossia in favore della cantabilità e di un possibile sèguito liturgico dei fedeli (salvo poi stabilire il livello di quest'ultimi!). L'altro capolavoro dello scozzese trova invece terreno fertile nell'argomento delle vecchie streghe bruciate sui roghi proponendo la vera storia della "Confession of Isobel Gowdie", che viene trasposta in musica rimarcando non solo gli aspetti inquietanti della vicenda (attraverso un uso spasmodico degli ostinati orchestrali e delle percussioni) ma anche quelli da redenzione (uno splendido incipit iniziale e finale di archi che sembrano volergli dare perdono ed assoluzione): in quest'opera MacMillan rileggerà il canovaccio orchestrale mettendo in atto il suo sontuoso polistilismo, poichè è innegabile che dentro i tre movimenti oltre alla dinamica seriale/melodica, si odono tracce del sinfonismo di Wagner, delle tensioni di Shostakovich (e forse anche elementi delle avanguardie russe del primo novecento), dell'ostinazione di Stravinsky. Se alcune sue composizioni sono criticate, forse risentendo in maniera troppo evidente di un'accademico afflato di modernità, è anche vero che altre paradossalmente si ispirano al folklore celtico e indirettamente ad elementi vicina alla popularità: si pensi ai due concerti per piano ("The Berserking" e il secondo dedicato a Edwin Muir), oppure a "Britannia", dove vengono inserite splendide iniezioni di elementi celtici, anche quando il tema non è religioso ma sociale. Quella riservata alle "danze" immaginarie di folklore ricorrenti nelle composizioni è la sua parte "estatica" che differisce da quella "umana" del suo standard.
Nell'àmbito della composizione senza coro, MacMillan ha dato dimostrazione di essere perfettamente consapevole delle carenze che la musica classica ha prodotto per alcuni strumenti che non hanno mai avuto un adeguato riscontro: si pensi ad uno dei suoi più replicati concerti, quello per percussioni "Veni Veni Emanuel" o a quello riservato alla tromba; sebbene i risultati ottenuti sarebbero da analizzare più a fondo, non vi è dubbio che ci troviamo di fronte a lavori particolari, di dubbia interpretazione religiosa; per quanto concerne la tromba, Alison Bolsom per la Emi ha appena pubblicato un suo ultimo componimento dedicato, "Seraph" in cui a dir il vero il tono è serafico e per niente contemplativo. Forse meglio rivolgersi alle novità provenienti dalle chiese: i Sixteen di Harry Christophers incidono su Coro Record la première registrazione del suo "Miserere" e offrono altre sue riflessioni liturgiche tra cui i validissimi "Strathclyde Motets": una deliziosa perfezione di canti corali a cappella di matrice rinascimentale che si confrontano (con alcune sovrapposizioni) con le più scontate registrazioni da "congregazione" pubblicate per la Linn Record di "Who are these angels?" della Cappella Nova.


Discografia consigliata:
-Seven Last words from the cross/Cantos Sagrados, Layton, Polyphonia, RCA Catalyst
-The confessions of Isobel Gowdie/The world's ransoming, Davis, LSO
-The Berserking/Britannia, BBC, Roscoe, Chandos
-A scotch bestiary/Piano Concerto 2, BBC Philarmonic, Marshall, Chandos
-Miserere, The Sixteen, Coro

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