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sabato 17 marzo 2012

Ascolta gli "inglesi" della Edition Records

Dismantling The WaterfallGolden Xplosion


L'Inghilterra musicale odierna può sicuramente vantare un'attaccamento culturale popolare in favore di espressioni di alto profilo e anche su una serie di istituzioni da sempre impegnata nella promozione dei propri artisti; quello che in particolare è sempre risaltato, è un certo campanilismo sia negli autori che nella critica inglese: spesso si "producono" musicisti con capacità sopravvalutate e si tende a far prevalere nelle discussioni il proprio tipo di visione, determinando una sorta di "feudo" organizzato dove lo scambiare arte sembra dover passare da determinati dogmi che imprigionano alcune prospettive. Esempi? Nella musica classica penso agli articoli che la superdecorata rivista Gramophone ha dedicato alla scelta dei capolavori contemporanei (dieci albums per ogni intervistato)  fatta da alcuni compositori inglesi anche delle giovani generazioni, scelta in cui è evidente una vicinanza di idee ed intenzioni musicali a compositori che quando non sono inglesi di nascita lo sono per adozione. Nel jazz è successa nel tempo una cosa simile, vengono create diverse scene musicali che sono adeguatamente promosse in Europa e nel Mondo, ma molti di questi musicisti non dovrebbero meritarsi gli appellativi che la stampa elargisce loro. Qualche anno fa (2008) è nata una nuova casa discografica a Cardiff in Galles, la Edition Records, di stampo jazz, di cui sono riuscito a focalizzare le coordinate attraverso una serie di ascolti fatti con un pò di ritardo. Quello che vi propongo sono alcuni lavori che mi sembrano i picchi musicali di questa etichetta giovane che già conta al suo interno lavori estemporanei di colossi del passato come Keith Tippett o John Taylor (con i Meadow).
Il fondatore dell'Edition è il pianista Dave Stapleton, musicista completo con formazione classica: Stapleton ha praticamente due anime, quella tradizionale jazz che viene esplicata nel suo quintetto e che si rifà senza particolari effervescenze all'asse Shorter-jazz rock inglese fine sessanta, e l'altra invece impegnata nei riferimenti classici. E' in quest'ultima che Stapleton risulta decisamente più interessante e in tendenza temporale e due sono i lavori che vi consiglio entrambi suonati in duo: il primo "Conway Suite" è un'esperimento che si inquadra nella tendenza (resa visibile da Garbarek) di spostare il sax nelle chiese; qui Stapleton suona un organo dàndo la giusta carica mistico-spirituale alle evoluzioni del sassofonista Deri Roberts, che senza tante scuse arriva anche a suonare un intraprendente "free" jazz. L'altro lavoro "Dismantling the waterfall" è invece il duo (esclusivamente pianistico) con un altro asse portante dell'etichetta, Matthew Bourne, che al momento mi sembra la migliore espressione artistica uscita dall'Edition Records finora: è un lavoro di interplay straordinario, in cui sia Stapleton che Bourne dimostrano ognuno per suo conto una completezza pianistica che si mette a servizio delle brevi composizioni fornite: nell'ascolto potete svolazzare musicalmente dall'impressionismo pianistico del novecento e mixarlo con l'atonalità e le ricerche acustiche sul piano (entrambi fanno un bell'uso della tecnica di estensione del piano che prevede un coinvolgimento degli interni dello strumento), ma il ripasso generalizzato della storia (echi di formazioni in clusters, passaggi free jazz, composizione creata in fruizione della contemporaneità ne fanno parte) è integrato in un prodotto di multistilismo jazzistico in cui si avvertono, grazie anche a Bourne, respiri "minimali" e new age. (a questo scopo e per un più approfondita ricerca sullo stile di Bourne, vi consiglio di ascoltare anche il recente "Mountak Variations" edito però dalla The Leaf, che non ha comunque l'intensità di "Dismantling the waterfall"). Bourne, così come Stapleton, non disdegna episodi più centrati sul jazz come succede nel trio di "Lost something" con musicisti più in linea come il contrabbassista Dave Kane e il batterista Steve Davis. Questo trio ha accompagnato anche le ultime evoluzioni di Paul Dunmall nell'ottimo episodio di "Moment to Moment" per la Slam R.
Sulla falsariga del trio alla Svensson e più in generale all'arte del trio dinamico si inserisce la proposta dei Phronesis, costruito dal bassista danese Jasper Hoiby che si fonda su un uso direi muscoloso e geometrico dell'attività dei partecipanti: "Alive" (con Anton Eger alla batteria e Ivo Neame al piano) è una piena dimostrazione di questa personale carica aggressiva all'arte del trio, che raggiunge anche momenti di intenso e misterioso interplay. Hoiby, Eger e il veterano Django Bates al posto di Neame sono anche impegnati in un progetto parallelo in quartetto chiamato "Golden Xplosion" con il sassofonista norvegese Marius Neset, idolatrato dalla critica inglese (il noto critico jazz John Fordham gli ha dedicato recensioni entusiastiche paragonandolo per la sua giovane età al talento di Brecker e Garbarek), il cui omonimo esordio per la Edition rappresenta forse il fiore all'occhiello dal punto di vista promozionale per l'etichetta gallese: sebbene alla fine non sia particolarmente innovativa la struttura del sound del sassofonista, che sembra cercare punti di contatto in una scrittura ampia, decisa anche ad ammiccare con il funk e le culture anglo-africane recenti, l'artista comunque si impone per un pieno e corposo suono profuso. 

 

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