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venerdì 24 febbraio 2012

Otis Taylor







"I wanted to show that we are modern black men with modern ideas".. era l'affermazione del bluesman Otis Taylor all'uscita di "Recapturing the Banjo", opera che tentava un'approfondimento storico sullo strumento del banjo che partiva dalla vecchia Africa. Nato in una nuova ondata di riscoperta del rural blues a cui aderivano anche artisti a lui vicini come Alvin Youngblood Hurt e Corey Harris, Otis Taylor sembrava essere arrivato come un liberatore dei conflitti generazionali che il blues stava soffrendo: come già ribadito altre volte, gli ultimi vent'anni del blues sono stati realmente critici, dal momento che i nuovi artisti (sia bianchi che di colore) si mostrano incapaci di fornire nuovi stimoli al genere che non siano edulcorate clonazioni del passato, così come i gruppi rock continuano ad attingere dal blues di terza generazione senza nessuna innovazione: tra i tanti episodi ricordo al limite quello nostalgico della creatura Bevis Frond dell'inglese Nick Saloman, ore di musica interminabili con il blues di Hendrix e Clapton in pompa psichedelica; il versante soul  non è plausibile e quindi di sofferenza nemmeno l'ombra, anzi, il successo di artisti come Robert Cray realmente fa pensare ad una possibile disintegrazione del genere.
Alla luce di queste considerazioni  una rarità nel panorama fittissimo del blues diventa Otis Taylor, che partito come bluesman diviso tra il rurale alla Mississipi John Hurt e l'ipnotico incedere di John Lee Hooker, si riappropriava dei temi sociali con un effetto musicale "trance" (così da lui definito) che aveva molto a che vedere con il confine voluto dalla psichedelia blues: il suo esordio "When Negroes walked the earth" e il successivo "White African" presentano finalmente alla comunità un esempio brillante di coerenza artistica, arrabbiato e provocatorio al punto giusto, immerso nella tradizione afro-americana: la sua voce roca e insabbiata, con particolari inflessioni costruisce "trance songs" con l'ausilio di fisarmonica, mandolini e banjo di sostegno alla chitarra "psichedelica" infondendo una matrice di novità nel genere. Il suo diventava un concetto di sintesi del blues che doveva necessariamente scontare il passaggio alla modernità elettrica, ma che doveva anche rispettare i canoni di una "purezza" persa dal genere troppo indistintamente:  Taylor, con "Below the fold" raggiunge il picco delle sue qualità prospettate, poichè l'aspetto musicale viene arricchito ad arte per favorire la sua "originale" narratività (uno degli aspetti che colpisce maggiormente) che finalmente trovava la sua dimensione perfetta: qui l'impianto musicale "ossessivo" (rifacendosi a quanto fatto da Hooker nel passato) viene aumentato da trombe jazz, violini e percussioni, strumenti usati raramente dai bluesmen specie quelli con vocazione rurale; con Otis il blues si era riappropriato della sua carica di sofferenza aderendo anche ai nuovi problemi che affliggono la società (droga, povertà, welfare, etc.). L'esperimento continuò anche nel successivo "Definition of a circle" e con minor forza in "Pentatonic Wars and Love songs", in cui il problema comincia ad essere il fatto di dover lanciare la figlia Cassie nel mondo della musica, laddove viene resa protagonista in episodi che avrebbero avuto senz'altro altra definizione se messi a disposizione del padre, il quale nel frattempo subisce contemporanemente un ingentilimento del suo blues: nonostante un più ampio controllo definito con "Clovis People Vol 3" e con il recentissimo Contraband, l'Otis Taylor odierno un pò tradisce lo slancio di serietà e quella insolita ed originale miscela di musica e racconto sociale profusa fino almeno a "Definition of a circle", rifugiandosi spesso in riempitivi che sembrano più dettati da esigenze commerciali.

Discografia consigliata:
-When Negroes Walked the Earth, Shoelace, 1997
-White African, Northern Blues, 2001
-Respect the Dead, Northern Blues, 2002
-Below the Fold , Telarc 2005
-Definition of a Circle, Telarc 2007 

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