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lunedì 13 febbraio 2012

Centri gravitazionali della musica latina




La sensibilità ai ritmi fu una delle prerogative della musica latina sin dagli anni trenta quando il cool jazz sposò la bossanova, ma un effetto ancora più speciale si verificò quando Dizzy Gillespie cominciò a frequentarne gli ambienti grazie al batterista Chano Pozo, anticipando di qualche anno le incursioni di Stan Getz e Charlie Byrd nel jazz samba e dando il via ufficiale alla formazione nel mondo musicale jazz di una pletora di orchestre e di percussionisti specializzati (Tito Puente, Machito, Mongo Santamaria): nonostante il fattore melodico fosse un elemento fondamentale, in realtà non tutti i musicisti seppero rielaborare le loro tradizioni melodiche nella miglior maniera e ancora di più, difficile si presentava il compito di creare un vero "nuovo" prodotto che fosse un divisorio tra quello che la musica latina aveva espresso (specie quella brasiliana, argentina e afrocubana) e le istanze del jazz. Gli anni sessanta saranno fondamentali per quel salto di qualità che forsi in pochi hanno mai creduto ci potesse essere; la miccia fu innescata quando alcuni musicisti di fama internazionale appartenenti al jazz o alla musica rock compresero che era il momento giusto per compiere operazioni di fusione tra generi: il pianista Chick Corea organizzerà il gruppo dei Return to Forever in cui fondamentali si presentavano gli apporti della coppia Airto Moreira alle percussioni e Flora Purim alla voce, il sassofonista Wayne Shorter in "Native dancer" provava ad incrociare la materia di Davis con la melodia popolare di Milton Nascimento; così come Carlos Santana si approprierà di tutta la magica materia delle percussioni latine per evidenziare il tratto caratteristico del suo stile sin dall'inizio della carriera. Come sempre si rivela anticipatorio il fattore "classicità":  sia il Brasile che l'Argentina musicale hanno inevitabilmente subito il fascino dei loro compositori più carismatici: Villa Lobos, Ginastera, Piazzolla avevano sempre ritenuto che i fattori tradizionali avessero una loro importanza specifica e la loro originalità stava proprio nel saper coniugare quelle tradizioni popolari con la composizione classica, un compito che però spettava ad altri nel campo del jazz.
La prima generazione jazzistica di talenti latini avrà come capi carismatici artisti come Hermeto Pascoal, compositore e musicista poliedrico, quasi rubato alla musica classica, che si porrà per tutti gli anni settanta come il musicista di riferimento di tutto il movimento latino-americano tendente alla fusion; in verità Pascoal (specialmente nel periodo antecedente la formazione del Grupo) è un formidabile costruttore di suoni che trae spunti dal passato per ricostruire il presente. Indubbia è la qualità artistica di Egberto Gismonti, la cui partecipazione all'Ecm Records ha un suo significato ben preciso (portare la musica latina oltre i suoi confini naturali), così come al sassofono tenore, essenziale diventerà uno dei musicisti più originali mai provenuti dall'Argentina, Gato Barbieri, che per primo crea le impostazioni di raccordo tra la tradizione popolare e il free jazz, e lo fa con una forza d'urto che si insinua in una vera e propria canonizzazione del brano che divide il tema folk e l'improvvisazione graduale. Nana Vasconcelos è il percussionista che tenterà di mettere assieme la tipologia di strumenti del suo paese con quelli più vicini all'Africa o all'Oriente. In generale, questi "incroci" del jazz con la canzone/ritmo brasiliana o argentina saranno dei netti anticipi su quello che in molti giudicheranno come "wordl music" rispetto ad altre zone del mondo (India o Africa per esempio).
La seconda generazione si materializzerà invece alla fine degli anni ottanta attorno alla figura del sassofonista tenore Ivo Perelman, che nel suo notevole esordio discografico "Ivo" stende un ponte ideale con la prima generazione facendo partecipare la Purim e inserendo la neonata star pianistica Eliane Elias; quel disco sancirà la continuazione di quella intelligente ricerca tesa a ricreare lo spirito e la passionalità del jazz con l'energia debordante della musica popolare; "Ivo" è un disco composito, passionale, dove il free è comunque diluito con sapiente organizzazione; Perelman ripeterà l'esperienza nei suoi dischi immediatamente successivi aumentando anche gli organici e fornendo sempre più migliori compromessi, fin quando ad un certo punto il suo linguaggio si  intelettualizzò. Infatti se la Purim e la Elias (notevolissime all'esordio discografico) hanno poi realmente sprecato le loro carriere non focalizzando più le loro proposte, Perelman ha invece cercato un'arrichimento culturale che ad un certo punto ha abbandonato le istanze del suo paese, immergendosi in una piena maturità da jazz creativo di marca europea che caratterizza ancora la sua produzione recente: Ivo è anche un pittore, da tempo ha trovato una sua dialettica musicale che è figlia dell'espressionismo musicale classico e dell'improvvisazione jazzistica. Oggi si può obiettare che i suoi sigilli d'arte non siano particolarmente affascinanti (almeno dal punto di vista musicale sembrano piuttosto omogeni), ma non si può negare che gli stessi non mettino in mostra la bravura e la coerenza dell'artista.

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