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sabato 25 febbraio 2012

Batteristi alla ricerca del contemporaneo: Tyshawn Sorey

Tyshawn Sorey sostiene che il ruolo della batteria oggi debba essere riconsiderato; pur appartenendo ai più nobili gruppi newyorchesi di stampo free jazz, il batterista del New Jersey ha una parallela carriera dove il jazz è un elemento che si trova al cospetto di un'idea musicale più generale e che trova nella musica classica contemporanea una valvola di espressione. D'altronde forse Sorey non ha tutti i torti, quando si pensa che ormai da anni è stata esplorata interamente la gamma timbrica combinatoria della batteria e sono passati ad altra vita i batteristi più innovativi (Antony Williams, Elvin Jones, Paul Motian); questo è spesso il motivo per cui nei circuiti jazz transitano tanti batteristi votati alla composizione, che enfatizzano quest'ultima a denutrimento della bravura jazzistica sullo strumento sul quale hanno costruito la loro formazione (il discorso è mutuabile sit et simpliciter su altri strumenti musicali). Sorey ha quindi sviluppato due anime: una dedita al jazz moderno con caratteri di multistilismo (sulla base di quello "angolare" sviscerato da uno dei suoi pianisti di riferimento, Vijay Iyer (vedi mio post prec.)) ed un'altra immersa nella musica contemporanea con ampie assonanze al movimento newyorchese di Morton Feldman e con una propensione a donare spazio ai silenzi e ai suoni come da prerogative della scuola di New York. 
L'attività jazzistica viene finalmente documentata su "Oblique I" (pubblicato l'anno scorso), attività rilevata tardivamente rispetto alla sua partecipazione al progetto Fields: molta democrazia negli assoli e poche novità nel drumming ne fanno un disco in perfetta sintonia con le tendenze di molti giovani jazzisti a New York, che tentano di mettere assieme un secolo di storia jazz. Pur non contraddicendo opposte concettualizzazioni di merito di questa tipologia di miscuglio "obliquo" (per dirla alla Sorey) che mette assieme la spigolosità di Thelonius Monk, con il free di Andrew Hill e Antony Braxton, non è esperimento che affascina senza condizionamenti; per avere sensazioni sono necessarie dinamiche d'assieme ben riuscite come ad esempio capita in "Fifteen". La voglia di migliorare il proprio status di artista costituisce comunque una delle principali forze di Sorey, che ha capito benissimo che, a meno di riforme dello strumento, l'unica arma per creare continuità nel futuro è quella di riadattare il passato nelle migliori forme possibili.
Ma per quanto concerne il tema della composizione, Sorey ritornava interessante negli episodi "contemporanei" di "Koan", scritto in ossequio a tematiche di spiritualità buddista, e soprattutto in quelli del suo esordio "That/Not", album che lo ha portato agli onori della critica jazz. "That/Not" non ha avuto grandi recensioni in Italia, forse per la difficoltà d'approccio, ma personalmente non sono d'accordo con quanti ritenessero che quel doppio cd fosse in qualche modo legato ad una certa sterilità che si riscontra nella musica classica di oggi (cito Bettinello): nonostante ci fossero passaggi musicali che avrebbero avuto un miglior esito con un approccio più sintetico (mi riferisco per esempio al tributo implicito fatto al minimalismo di Morton Feldman nelle permutazioni al piano), "That/Not" aveva anche molti punti di forza nelle atmosfere raggiunte (importante in tal senso il lavoro del trombonista Ben Gerstein) perchè costruiva un ottimo compromesso tra le propensioni free dei partecipanti e la psicosi presente certamente nelle risonanze dei suoni e nei silenzi aperti dall'aderenza agli stilemi classici; si può obiettare che anche composizioni simili di Morton Feldman avrebbero dovuto avere il dono della sintesi, ma non si può rifiutare l'idea di Sorey di allargare il linguaggio jazz fino all'estremità; la verità è che quando ci si cala nella complessità della musica classica di oggi i contorni diventano molto più difficili da focalizzare e gli ascolti devono essere attenti per cogliere le peculiarità degli artisti: mettere da parte le istanze del Sorey di That/Not significa anche rigettare molta parte delle conquiste effettuate dai jazzisti nei loro crossover con la musica colta: se ascoltassimo Sorey senza sapere il suo nome confonderemmo il lavoro di "That/Not" con quelli di personaggi di calibro come George Lewis o Muhal Richard Abrams. Quanto a "Koan" è minore solo perchè lascia troppo spazio alla "meditazione" del bravo chitarrista Todd Neufeld, poichè in verità l'apporto di Sorey come musicista sembra evanescente. 


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