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domenica 1 gennaio 2012

Qualche riflessione sul progressive rock odierno



Nell'àmbito delle considerazioni che di solito la critica più accorta tende ad evidenziare, vi è una sana tendenza nel considerare il progressive rock quasi diviso in due tronconi, quello innarivabile del passato e quello successivo già in essere dalla fine dei settanta che ormai rappresenta una pletora di riferimenti comuni. Per i più realisti, il progressive non avrebbe già più espressioni di rilievo dalla fine dei novanta, almeno come nuovi modelli artistici a cui rifarsi con un certo grado di originalità: il rischio è quello di un salto generazionale, speriamo non definitivo. In verità il progressive, che non poteva erigere a status di genere musicale essendo più rivolto ad un particolare modo di suonare rock, ha ottenuto di più di quello che molti pensano: oggi quel cerchio di appassionati che deliberatamente si ostina a riproporre vecchie formule già costantemente battute, è molto solido e non solo risiede nell'ammirazione del pubblico ma anche dei musicisti, che spesso ci vedono una delle maggiori forme di "libertà" sonora che il rock abbia mai espresso; inutile dire che questo movimento nato nei sessanta nacque come rivisitazione di stilemi americani (avvicinamento della ritmica del jazz ed allargamento dei confini del blues) al passo della forma sinfonica dei brani mutuata dalla classica (baluardo europeo da poter esporre orgogliosamente); fu l'unico atto in grado di competere con movimenti alternativi, come quello tedesco diviso tra il kraut e il "cosmico". La tendenza progressive fu coltivata anche dalle successive generazioni di musicisti in modalità che l'hanno vista far parte del bagaglio musicale di molti gruppi rock con un ampliamento del background relativo (penso ai notevoli e plu-reindirizzati riferimenti fatti da gruppi importanti come i Phish in USA). Perciò se oggi non si può negare che si faccia notevole fatica a portare una proposta originale che non sia una catalogazione di elementi della prima generazione di musicisti progressive, è anche vero che l'accantonare completare musica ed artisti principalmente rivolti a quel tipo di composizione, mi sembra sia anche un errore. Dopo l'esperienza di Canterbury, quella teutonica ed europea (in cui un posto importante rivesta anche l'Italia) degli anni settanta, si è cercato di coniugare la forma progressiva con le nuove tendenze: ne son venuti fuori nuovi movimenti imparentati con forme musicali più oscure o più tendenti al pop o al metal, o anche vicine all'esperienza del post-rock americano, quando anche vicinanza all'ambient music: è quindi naturale pensare che il grado di penetrazione musicale che il prog ha raggiunto non ci permette di parlare di una forma pura in molti casi. In verità, però queste operazioni di abbinamento non hanno ottenuto grandi risultati ed è questo il motivo per cui si cerca quasi sempre di entrare nel circolo aggiornando i luoghi comuni: questo processo ha probabilmente anche disgregato l'interesse del pubblico e dei critici nei suoi confronti: se in termini generali solo il critico musicale di Allaboutjazz, John Kelman ha recensito in maniera entusiastica l'ultimo album solista di Steve Wilson, leader dei Porcupine Tree diventando uno dei pochi episodi di apprezzamenti della critica internazionale nel parlare o sottoporre a giudizi positivi questa prova discografica, penso che comunque sia stia facendo un errore di valutazione nel guardare ad una filosofia musicale che ha comunque dei punti di forza universali; così come lo scarso interesse per l'ultima prova dei Van der Graaf Generator, il gruppo storico progressive di Peter Hammill, uno di quei vecchi "dinosauri" che sono ancora in circolazione, avrebbe bisogno di una dignità maggiore di quella ottenuta nei commenti giornalistici ed almeno pari a quella che tanti altri blasonati artisti del passato stanno avendo con un livello di allineamento identico. Sia in "Grace for drowning" di Wilson, che in " A Grounding for numbers" dei Van der Graaf, vi sono ancora degli strati ben identificati di musica che andrebbero sottolineati: Wilson, oltre ad aver scritto alcuni degli album più belli del settore sia con i Porcupine Tree (quelli dei primi albums o di " In Absentia") che in altri progetti (degni di nota mi sembrano quello dei No Man e quelli legate all'ambient/drone music), del progressive ne ha dato una sua versione molto calibrata sulla sua personalità; così come la reunion discografica effettuata dai Van der Graaf nel 2005 dopo lo scioglimento storico del gruppo nel '77 rivela ancora musicisti che sono ancora espressione di tempi decisamente più acculturati e stravolgenti di quelli odierni e che dovremmo coltivare solo per la coerenza artistica: Hammill e soci, ancora oggi, riescono, in una più rilassata e meno claustrofobica vena, ad effettuare quegli "aggiornamenti" originali di cui si parlava prima. Non dimentichiamo mai la sostanza musicale e teorica che ha assunto il progressive sin dalla sua nascita: ha avuto legami praticamente con tutto quello che poteva costituire arte, è stata una specie di rivoluzione nell'espressione che faceva appello ad una apparente inadeguata preparazione musicale dei musicisti che partivano da generi non eletti (rock, blues, pop, etc.) per raggiungere i risultati di quelli eletti (classica, jazz) come in un percorso a ritroso.

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