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mercoledì 4 gennaio 2012

Il ricordo di Sam Rivers




La coda del 2011 ci ha portato via altri due icone del jazz internazionale: Paul Motian (al quale avevo già dedicato una breve scheda in un mio precedente post) e Sam Rivers. E' strano come riguardo a quest'ultimo si siano fatti commenti piuttosto eterogenei e non sempre corrispondenti ai reali indirizzi dell'artista: leggendoli, alcuni critici pongono l'accento sulla prima fase del sassofonista presso la Blue Note, altri ne santificano l'aspetto orchestrale, altri addirittura pongono in primo piano il suo Tuba trio nel 1976: tutti, sembrano dimenticare anche altre dimensioni dell'artista che forse non vennero adeguatamente sostenute. Rivers era un polistrumentista, che al pari di musicisti come Eric Dolphy, si destreggiava meravigliosamente tra sassofoni, flauti e clarinetti: aveva uno stile che era soffocato dalla presenza ingombrante di due innovatori come John Coltrane e Ornette Coleman, suoi contemporanei, ma si nutriva di un suo personale spirito di avventura musicale che era una sommatoria delle caratteristiche di Coltrane e Coleman:  fu questo che forse non gli garantì il primato. Nel suo primo disco "Fuchsia sing songs" (idolatrato da molta critica e pubblico) Rivers era ancora con i piedi dentro il suo hard bop; diventò un ibrido con il free jazz  già dal successivo "Contours" che rappresentò discograficamente la parte migliore di quel primo periodo trascorso alla Blue Note. (eccellenti alcuni passaggi improvvisativi). La gradualità verso un free più maturo, scevro da contorni boppistici, si ebbe compiutamente solo agli inizi del 1973 grazie ad alcuni albums importanti come "Streams" per la Impulse! R. (dal vivo in trio a Montreaux con McBee e Connors), che compiutamente metteva a nudo la bravura artistica di Sam e poi con i due volumi costruiti con Dave Holland, al quale deve una forte presenza compenetrativa anche nei successivi e altrettanto importanti "The quest", "Wave" e "Contrasts"; è in questi albums che si può apprezzare realmente come Sam Rivers riuscisse a muoversi in maniera equilibrata tra free jazz incalzante e avventuroso (frutto anche di un saccente interscambio tra gli strumenti a fiato), avanguardia jazz e scampoli di tradizione bop in cui il comparto melodico era ancora ben presente. Quelle furono delle vere e proprie "avventure" musicali che purtroppo si diradarono con il tempo a favore di una più pressante esigenza di fornire esempi di free impiantati in organici più larghi (le orchestre di "Crystal" e quelle più contemporanee di RivBea All stars), esperimenti che con il senno di poi sembrano ancora soffrire la debordante intensità degli analoghi tentativi fatti da Coltrane in "Ascension". Sam Rivers fu uno di quelli che incoraggiò il sistema del "loft", ossia del suonare in piccoli locali di proprietà, per contrastare il disprezzo fornito dell'attività prettamente economica dell'industria discografica, con le quali il musicista afro-americano aveva già preso mentalmente le distanze.

Discografia consigliata:
-Contours, Blue Note 1965
-Streams, Impulse! 1973
-Dave Holland/Sam Rivers, vol. 1 e 2, Improvising Artists, 1976
-The quest, Red 1976
-Waves, Tomato 1978
-Contrats, Ecm 1980

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