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lunedì 26 settembre 2011

Movimenti a Washington DC: il trio Colla Parte



Molto spesso l'ascoltatore (anche quello evoluto) di fronte a composizioni imparentate con la modernità classica e con le avanguardie jazz, perde il punto della situazione e le regole che sovraintendono ad un buon approccio all'ascolto e questo fattore non gli permette di estrapolare un buon giudizio da quello che sente. Gli incroci tra improvvisazione jazz e classica moderna sono uno di quei talismani a cui spesso solo un numero ristretto di persone può accedere, ma che produce significativi avanzamenti culturali qualora le interazioni tra musicisti riescono a donare quell'emotività che spesso si fa fatica a trovare in operazioni "moderne". Spesso ci troviamo di fronte ad esperimenti (sia dal lato compositivo che su quello improvvisativo) che debbono rincorrere una chiave di volta: nell'area newyorchese sono molti i musicisti che sono attivi sia nel campo della strumentalità più estesa, sia in quello della ricerca elettronica: al riguardo, basterebbe sintonizzarsi sul sito di "District of noise", un portale audio-video che documenta un certo tipo di musica sperimentale fatta a Washington.
Ma quello che mi preme presentare sono quelle aggregazioni di valore di cui manca una adeguata diffusione. Il sassofonista Perry Conticchio (una figura sconosciuta ai più) e il vibrafonista Rich O'Meara, coadiuvati dal contrabbassista Daniel Barbiero hanno dato vita al trio "Colla Parte" che mirabilmente bazzica i territori che si trovano tra jazz e arte contemporanea, una sorta di improvvisazione free jazz inserita in una forma di musica da camera. "Fields/Figures" utilizza le combinazioni di colore per dar vita ad un flusso musicale costante che si basa sull'insieme dei contributi singoli dei partecipanti: qui potete respirare realmente l'arte, assaporarla come in una galleria, poichè tanta è la perizia mostrata dal trio e correrete il rischio di innamorarvene. Mi trovo di fronte ad un lavoro e a dei musicisti che avrebbero dovuto avere ben altra audience. Perry Conticchio, un sassofonista/flautista stabilizzatosi sul palcoscenico jazz newyorchese dei settanta, sviluppa (direi in forma definitiva) il suo singolare jazz fatto di introversione ed intensità, in un contesto diverso dai più convenzionali quartetti da lui organizzati; Rich O'Meara, apprezzato suonatore di vibrafono e marimba e collaboratore della Silent Orchestra (un ensemble costruito ad hoc per suonare nei festivals d'arte, musei o teatri), crea quella tensione misteriosa e riflessiva di contrasto; mentre Daniel Barbiero costruisce attorno un perfetto contrappunto classico-moderno: particolarmente attivo (ha suonato nell'ultimo disco di Centazzo (vedi rec.), nonchè assieme agli Improvisers Collective di Washington DC, con Greg Osby special guest, sul live at Warehouse), Daniel lavora su più progetti, alcuni più canonici, altri realmente inediti, ma mantenendo comunque quel tocco "sperimentale" e di legame fra forme jazz e classiche, che è prerogativa dei contrabbassisti più preparati della scena americana.
Quindi "Fields/figures" merita assolutamente di essere scoperto: per questo, modernissimo lavoro, il cd è disponibile sul sito di Conticchio, http://www.perryconticchio.com/cds.htm.

domenica 25 settembre 2011

Oscurità di animi country: Jayhawks e Jesse Sykes





Da molti indicati come i padrini dell'alternative country, i Jayhawks hanno mantenuto un sottile filo con il movimento "depresso" di quegli anni, sviluppando al contrario una sensibilità pop molto vicina a quella dei Beatles e degli incroci di Parsons e Nash. Le voci in contrasto dei due leader, Gary Louris e Mark Olson, evocavano anche un originale ricordo adolescenziale, che si mostrava però in un contesto decisamente più serio. I loro albums (non molti invero nell'arco di una carriera partita a metà degli ottanta) riflettevano il nuovo spirito della campagna americana in un perfetto missaggio di quello che il rock americano aveva sperimentato dai sessanta in poi. Armonie delicate, scrittura formalmente perfetta, strumenti graniticamente coordinati ma innocui, con chitarra steel di contorno .....tutto quello che poteva desiderare un nostalgico giovane americano era a portata di mano: confesso di essere stato terribilmente spiazzato di fronte a questo gruppo: da un lato non sono mai riuscito a cogliere effettive innovazioni, dall'altro ero sempre ammaliato da un sound "antico" ma eterno nella sua essenza. E' qui che si gioca l'importanza dei Jayhawks: sinceri e moderni alfieri di un suono di cui hanno colto le sue migliori sfumature pur senza impressionare l'ascoltatore. Dopo una recente pausa in cui la situazione sembrava sfuggire di mano, con i due leader che avevano avviato carriere solistiche in parallelo, "Rainy day music" ha costituito un lieve ampliamento dei generi sottoscritti, con più incursioni nel blues e nel folk, ma senza che questo potesse arrecare disturbo alla formula generale indicata dal gruppo sin dagli esordi. E "Mockinbird time" non fa eccezione a questa regola, pieno di regolarità musicale formale, ma anche spesso scevro di quel "quid" in più che di solito marchia a fuoco i gruppi che pretendono di essere ricordati.
Nettamente più immersi nel mood malinconico di un country "noir" la cantautrice Jesse Sykes supportata dall'ex chitarrista dei Whiskeytown Phil Wandscher, nel 2002 con l'esordio "Reckless Burning" si imposero per la loro miscela di inquietante carica musicale che gettava le sue radici in tutto quel pantano in cui versarono gruppi come i Velvet Underground, Marianne Faithfull e più in generale tutti coloro che ebbero il pregio/l'arte eccellente di esprimere le piaghe più profonde degli animi attraverso una canzone rock; con una variante, quella che Jesse era una cantautrice country e si esprimeva nel senso soffuso caro ai pionieri Cowboy Junkies. "Oh my girl!" raggiungeva un ottimo livello di compromesso tra attitudini strumentali (uso delle chitarre, di poche note di piano e violino) e espressione artistica (costruita attorno ad una originale e magnetica voce sabbiata). Questo quarto episodio discografico appena pubblicato, "Marble son" è un disco di transizione, dove accanto al suo country doloroso (teoricamente vicino al Neil Young più amaro e disfattista), si inseriscono vere e proprie inserzioni psichedeliche che irrimediabilmente ci riportano all'epoca dei gruppi di San Francisco; ma il risultato è lungi dall'essere scontato, anzi, conferma in maniera piuttosto evidente il talento compositivo della Sykes che deve (stavolta) anche cercare di stare al passo con un chitarrismo prospicente, che se da un lato costituisce un nuovo affascinante diversivo della sua musica, dall'altra mortifica quell'aspetto scheletrico, oscuro delle sue canzoni, che l'aveva caratterizzata dal resto dei cantautori alternativi americani.

Discografia consigliata:

Jayhawks
-Hollywood town hall, American 1992
-Tomorrow the green grass, American 1995
-Rainy Day Music, American 2003
Gary Louris:
-Vagabond, Rykodisc, 2008

Jesse Sykes and Sweat Hereafter
-Reckless Burning, 2002
-Oh my girl!, 2004


sabato 24 settembre 2011

La Ogun Record tra profili sudafricani e jazzmen inglesi



Alla fine degli anni sessanta il jazz stava vivendo uno dei suoi momenti migliori in termini di espansione geografica. In Sud Africa in quegli anni nacquero dei movimenti autonomi che costituivano l'alternativa al jazz statunitense ed europeo: accanto ad artisti naturalmente di esportazione come il pianista Abdullah Ibrahim, fioriva una ricca scena di strumentisti che mischiava la natalità musicale sudafricana con il jazz: "Blue Notes" fu il gruppo che riuniva questi nuovi talenti del jazz e comprendeva il pianista Chris McGregor, il batterista Louis Moholo, il bassista Johnny Dyani e il sassofonista Dudu Pukwana, ma il factotum del movimento fu un misconosciuto bassista bianco di nome Harry Miller: fu proprio costui che assieme alla moglie pensò di costituire una nuova etichetta discografica, la Ogun Records, che raccogliesse queste istanze mostrando il lato migliore dei suoi partecipanti: la propensione "live". (in tal senso vedi la prima registrazione dell'etichetta nel 1964 che in verità accoglie ancora registrazioni non mature). In verità quegli esperimenti molto più al confine di quelli del pianista Ibrahim, fatti di esoticità sudafricana e free jazz anche più sperimentale, non attecchirono in madrepatria, perciò questa piccola carovana di musicisti fu quasi costretta a spostarsi in un ambito geografico dove potesse avere un maggiore ed adeguato consenso: essendo colonia inglese, i sudafricani si trasferirono in Inghilterra dove contemporaneamente le prospettive del free jazz si stavano allargando: oltre al polo più radicale costituito da musicisti come Evan Parker, Stevens, etc., e a quello proveniente dalla commistione con il rock (Soft Machine, Mike Westbrook, etc.) si individuò una nuova aggregazione fatta da musicisti free jazz che inglobavano chiari riferimenti alle tradizioni africane e che ad un certo punto intersecarono le loro strade cercando punti di contatto tra di loro. Prendete il batterista Louis Moholo, che utilizzava la sua propensione poliritmica sia per le suites jazzistiche dei Blue Notes e dei Brotherhood of Breath, ma che si prestava altrettanto bene a supportare i nuovi esperimenti di libertà creativa che venivano da inglesi eccellenti come Keith Tippett e Elton Dean. L'etichetta dello scomparso Miller aveva proprio questo compito: tentare nuovi approcci stilistici tra i musicisti per ottenere qualcosa di diverso.
Oggi la Ogun è tenuta in vita dalla moglie, la quale, dopo il forte interesse per la stampa in cd della piccola e preziosa discografia, ha ritenuto di puntare solo sull'interessamento dei musicisti coinvolti e sulla scoperta di perle del passato (quasi sempre rigorosamente dal vivo) che le hanno dato l'immagine di un' aurea isola di musica dalla dimensione atemporale. Nell'ambito della produzione Ogun, si segnala l'ultima uscita in Cd di un live del 1978, suonato da Moholo, Dyani, Pukwana e dallo statunitense Frank Wright in Eindoven: si compone di due lunghi brani che si impongono per la loro creatività, ma che si inseriscono in quella ricerca di libertà espressiva che non attinge solo dalla cultura sudafricana. Se tutti gli albums dei due gruppi per eccellenza del jazz sudafricano, i Blue Notes e i Brotherhood of Breath trasudano quelle qualità, (così come lo stesso dicasi per le prove solistiche dei suoi principali membri, Dyani, Moholo, Pukwana) "Spiritual knolewdge and grace" si avvicina più alle prove european free style, che cercavano nel gruppo una sorta di "potenza" da trance strumentale, oggettivamente figlia dell'Ascension di Coltrane: e in quella dimensione lo scopo era trovare delle novità compositive e strumentali. In questo senso le uscite discografiche Ogun di Elton Dean e sopratutto alcune fatte dal pianista Keith Tippett con gli Ark e il Septet sono eloquenti. Louis Moholo e Harry Miller, ossia la base ritmica, saranno i reali punti di intersezione tra musicisti free di estrazione diversa: Moholo, la cui originalità è stata compresa più tardi rispetto ai tempi, era batterista dai toni ardenti, poliritmico e con largo uso dei piatti, riusciva a dare la sensazione di un "fornello" a gas sempre acceso; la Ogun Records è stata sicuramente il suo approdo per la maggior parte della sua carriera, prima come militante nei gruppi citati, poi in tanti duetti con numerosi artisti appartenenti a quell'emisfero musicale ed infine le esperienze con le aggregazioni di musicisti sudafricani, Viva La Black e la Dedication Orchestra.
Harry Miller invece era uno splendido contrabbassista con molta madrepatria dentro il suo stile: il suo primo album in solo "Children at play" è uno dei più valenti episodi di jazz suonato al contrabasso, ma Miller era anche un compositore e ne darà sfoggio nei successivi episodi in coabitazione, magnificamente raccolti in un triplo cd che è ormai la storia dell'etichetta e che penso debba essere nettamente rivalutato anche per altri aspetti.
Per ciò che riguarda il free meno esotico, devo ricordare ancora oggi, positivamente, il disco jazz-rock inciso dal trombettista Harry Beckett con un notevolissimo Ray Russell alla chitarra, il trio inglese Skidmore/Surman/Osborne in Sos, le evoluzioni di Radu Malfatti e Lox Coxhill, mentre al contrario, troppo radicale è la tensione di Parker e Stevens in "The longest night".


Discografia consigliata:

-Blue Notes, The Ogun Collection (racchiude tutti gli albums della formazione)
-Harry Miller: the collection
-Chris McGregor's Brotherhood of Bread: Live at Willisau e Procession, nonchè il solo "In his good time"
-Louis Moholo, Spirits Rejoice!
-Harry Beckett's Joy Unlimited, Memory of bacaries
-Keith Tippett con gli Ark: Frames, in Septet con Loose Kite..., e con Ovary Lodge
-Elton Dean's Ninesense, Oh for the edge!/Happy daze
-Skidmore/Surman/Osborne, Sos




domenica 18 settembre 2011

Bill Wren e Frank Ralls: Journey around the sun: a Mayan Odyssey


Bill Wren & Frank Ralls : Journey Around the Sun: A Mayan OdysseyCome già detto in precedenti posts la new age music ancor oggi divide la critica sul fatto di rivestire i panni di un genere musicale: se è indubbio che la stessa è un crogiuolo di generi consolidati (classica, jazz, rock, etc.) rivisitati spesso in chiave di "spiritual relax", è anche vero che per distinguersi da questi diventa fondamentale l'uso degli strumenti e l'aroma che gli si deve imprimere. Da tempo penso che per giudicare un disco new age rimangono necessari i soliti criteri; quindi superflui mi sembrano quei reiterati tentativi di creare "rilassamento" a tutti i costi, bisognerebbe concentrarsi più sui fattori musicali, in modo da far emergere l'elemento musicale e prendere in considerazione il sapore "new age" che ne deriva: in uno slancio coordinato tra tipo di tecnica e subdoli profumi di nuova spiritualità, dovrebbero rivelarsi quelle caratteristiche che possono fare emergere la new age a rango di "genere" autonomo. Se vogliamo esemplificare, pensiamo ad assi come Keith Jarrett, Pat Metheny, Lyle Mays, etc., che usarono a loro modo il proprio jazz spesso introducendo quei "sapori" di benessere fisico di cui si parlava prima, in alcuni casi con prodotti che si avvicinavano più a quel gusto che a quello di formazione stilistica. Ma il panorama è variegato poichè coinvolge gli artisti in modo trasversale: è il caso di Bill Wren e Frank Ralls (il suo produttore) che già ebbero modo di evidenziarsi nel loro primo sforzo "One day in a life": musica "scontata" per molti, i due mostravano riferimenti nella musica da camera e orchestrale e un livello compositivo semplice (direi popolare) ma di quelli che funziona, con pochi episodi al canto; in particolare Wren esibiva un "romantico" fraseggio chitarristico (figlio di un Metheny minore) che lo conciliava anche con gli intransigenti. "Journey around the sun: A Mayan Odyssey", dedicato alla profezia del 2012 ma imperniato su una visione non apocalittica della previsione dei Maya, ricalca ancor meglio questo stile musicale che è solo musica, certo non innovativa, ma che fa un screening piuttosto ampio delle sonorità banali della new age music. E in questo momento di arretramento e confusione mi sembra tanto.

Duetti con diversa prospettiva in casa Marsalis



Una delle più controverse realizzazioni di successo della musica jazz appartiene alla famiglia Marsalis: i due fratelli Wynton e Branford, riconosciuti spesso come jazzisti di spessore, hanno sempre diviso pubblico e critica in virtù di una semplice prerogativa comune a tanti altri musicisti: la voluta accondiscendenza agli stilemi del passato e la totale abnegazione per quelli futuri; ma qui il problema era diverso, poichè si trattava di musicisti con le più alte qualificazioni tecniche mai sperimentate. Il trombettista Wynton Marsalis viene ancora oggi liquidato come una controfigura di Miles Davis o anche come un trombettista di valore ma senz'anima; il sassofonista Branford Marsalis viene molto trascurato per via della somiglianza sonora a Coltrane e ha dovuto attendere anni per poter dare una svolta concreta alla sua carriera; gli altri fratelli musicisti (Jason e Delfeayo) sono praticamente ignorati, anche da parte di molti addetti ai lavori.
In realtà le cose vanno lette un pò diversamente: mettendo anche da parte la formazione musicale dei due fratelli in questione (che si basa sull'esplorazione di molto repertorio classico anche risalente al periodo barocco) c'è da sottolineare come gli stessi abbiano sostanzialmente portato a livelli di perfezione formale i loro strumenti invero caratterizzando per certi versi le loro produzioni musicali.
Wynton, soprattutto, si può considerare dal punto di vista tecnico, la migliore espressione della tromba mai vissuta nella storia del jazz, e se è indubbio che lo stesso fosse filiazione di trombettisti già sperimentati (specie nel sound di New Orleans e nel be-bop) è anche vero che nessuno è riuscito a dare alla tromba un livello di perfezione tecnica così alto: estensione di registro e timbrica, facilità di movimento e di passaggio da toni alti a quelli bassi, precisione e chiarezza nell'arrivare sulle note, fanno di lui il probabile punto d'arrivo dei trombettisti di una intera generazione di jazzisti. Ma il jazz come inteso da Wynton è solo quello che scaturisce dalla "tradizione" e non è possibile scomettere su nient'altro che non sia il jazz così come da lui riconosciuto: se l'aver accantonato a priori lo sviluppo della tromba moderna può essere un peccato grave, è anche vero che non si può condannare un musicista che suona a quei livelli: quello di Wynton è un atteggiamento da virtuosi, che a dire il vero trova ancora una sua motivazione d'essere e un suo spessore (gli attacchi e il venir via dei fiati New Orleans, il feeling creato da un blues sound di antica ispirazione e con molti riferimenti a quello orchestrale di Duke Ellington). E' in questa contraddizione si gioca tutto il personaggio: la carriera iniziata subito in grande stile avrà un sussulto nei dischi dove non si limiterà ad aggiornare e a dare versioni "definitive" di standards, ma in quei lavori dove le composizioni sono a suo nome: tra tutti spicca lo splendido "Black Codes" che rappresenta il tentativo di coniugare tecnica ed emozioni, nonchè il lungo sermone musicale di "The majesty of the blues", l'episodio artisticamente più variegato della sua carriera, al limite di quella gabbia stilistica da lui richiamata.
Wynton è stato spesso al centro di polemiche per via delle sue opinioni sulla musica ed in particolare fu attaccato per la freddezza del suo jazz: Keith Jarrett lo criticò aspramente per via anche della composizione scarna, salvo poi affrontare una lunga parte della sua carriera (ancora oggi presente) imperniata sullo standard. Così come in "From the Plantations to the Penitentiary" Wynton critica ferocemente gli sviluppi della storia della sua razza che, dopo aver raggiunto uno status culturale frutto di tante battaglie sociali, si è lasciata trasportare da mode (musicali) effimere e denigrative. Ma invero quei caratteri di negatività si riscontravano anche nei bianchi e nella loro musica.
Wynton poi ha cercato anche di dare una dimensione "classica" al suo modo di organizzare il vecchio buon jazz, cercando di estendere l'uso dei fiati assieme ad un'orchestrazione di tutto punto, riproponendo la formula Ellington-Evans in tempi moderni: se i tanti episodi in tal senso non gli garantiranno certo una certa popolarità ("Blood on the fields" che vincerà il premio Pulitzer, primo disco di jazz a vincere in una gara di scontata prevalenza classica cadrà nel dimenticatoio) , una serie di incursioni più "leggere" hanno tentato di bilanciare la sua serietà espressiva. "W.Marsalis e E.Clapton play the blues live from Jazz at Lincoln Center" fa parte di quest'ultime registrazioni, in un ambito di serio anonimato.
Branford, che era il braccio destro di Wynton, nella prima parte della sua carriera, faceva fatica a trovare un suo stile, finchè nei novanta, grazie all'inserimento di un piano evocativamente classico e un suono di sax dal risvolto barocco (cosa che impreziosirà il miglior disco di Sting "The dream of the blue turtles") ne trova uno più personale: più robusto, muscoloso ed etereo a seconda dei casi, Branford si emancipa parzialmente da Coltrane per elargire assoli di elevato spessore artistico seppur riconducibili ad una formula jazzistica ben consolidata: da "The beautyful ones are not yet born" l'artista di New Orleans crebbe di spessore, lasciò anche il gruppo del fratello maggiore lanciandosi anche in iniziative poco jazzistiche (le registrazioni hip-hop con il dj Buckshot le Fonque, il trio rock-funk di "Dark Keys"); ma lo faceva caratterizzando il suono. L'espansione artistica di Branford trova pieno compimento nel decennio passato con l'entrata al piano di Joey Calderazzo che conferisce il quantum "classico" voluto: "Eternal" è l'espressione massima del sassofonista che riesce, accanto ad una scrittura jazzistica di raffinato valore tecnico, a produrre in maniera mirabile quell'esaltazione del suono lento da "ballad" che spesso tanti musicisti hanno provato nella loro carriera senza potergli dare una giusta definizione (forse nemmeno Coltrane). Il disco con Calderazzo "Songs of mirth and melancholy" riprende questo concetto, (dopo un paio di registrazioni più "muscolose"), fornendo anche una "nuova" versione di Eternal; l'ideale connubio tra classicità della musica e "feeling" del jazz viene così riaffermato.

Dischi consigliati:
Wynton Marsalis:
-Black Codes, 1985
-J Mood, 1986
-The majesty of the blues, 1989
-Blue Interlude, CBS 1992
-City Movement, 1992
-In this house on this morning, 1994
-Blood on the fields, 1997

Branford Marsalis:
Crazy People Music, Columbia 1990
The Beautyful Ones Are Not Yet Born, 1991
Requiem, Sony 1996
Contemporary jazz, Columbia, 2000
Eternal, Rounder, 2004

mercoledì 14 settembre 2011

James Carter e il sassofono nell'ambito classico




Il jazzista James Carter ha di recente pubblicato il suo primo tentativo di incursione nella musica colta "Carribean Rhapsody", collaborando con il compositore Roberto Sierra al suo concerto per sassofono: Carter ha posto in essere un'operazione datata, in cui il suo eccellente status di musicista spesso deve fare i conti con una scrittura compositiva (quella classica) che non è sempre all'altezza dell'abilità tecnica ai suoni. E' un concerto comunque che affonda le sue basi nella cultura classica europea di fine ottocento ed inizio novecento e questo mi dà lo spunto per fare il punto della storia. Il sassofono, per tutto l'ottocento, pur esistendo grazie ad Adolph Sax, non fu preso pienamente in considerazione (Berlioz ne decantava le qualità utilizzando 12 sassofoni nei suoi "Chant Sacrèe", molti altri compositori ne tentarono un approccio romantico). Si trattava di scoprire a pieno quelle potenzialità che potessero inserirsi in un adeguato contesto: perciò se nel periodo romantico veniva usato in forma di concertino, suite, fantasia, variazioni (in tal senso c'è un ottima rappresentazione fatta dal sassofonista Claude Delangle in "Historic Saxophone") è solo nel nuovo secolo che se ne cominciano ad allargare le prospettive grazie ad una scrittura di tipo orchestrale che si stringeva attorno alle prime vere evoluzioni virtuosistiche allo strumento (molto più usato era il sax alto); questa combinazione con l'orchestra dominò i primi cinquanta anni del novecento dando vita alla stragrande maggioranza del repertorio in circolazione: l'attitudine stilistica di Debussy fu uno di quegli impulsi che sviluppò il sassofono in concertazione rimarcando un gusto tipicamente francese, anzi si può affermare che è grazie ai compositori francesi (impressionisti, neoclassici, etc.) che il sassofono acquista un primo vero livello di emancipazione, con qualche eccezione al di fuori di quei confini (Glazunov, Villa Lobos, Hindemith e pochi altri). Di lì a poco si sarebbe sviluppato il jazz in America e compositori come Gershwin cominceranno nelle loro opere migliori ad utilizzarlo secondo gli schemi di raccordo "jazzistico". Non è lo scopo di questo articolo sottolineare che sarà proprio il jazz a dare la migliore veste al sassofono e a ricavarne musicalmente i contorni migliori, ma certamente è necessario ricordare che di fianco alla scuola francese se ne creò un'altra parallela, quella americana, che avrà modo di consolidarsi non solo attraverso l'uso concertistico dello strumento, ma anche con la prospettiva di un maggior intimità musicale in duo o quartetto e con la presenza di uno strumento a legare (di solito il piano): in questa prospettiva si va quindi dai lavori di Gershwin a quelli di Creston, Hovhaness, Carter fino a Glass.
Ma dopo il 1950, il concerto perde di interesse e viene accantonato da una produzione musicale basata su altre forme concertanti (come detto prima), ma soprattutto si distinguerà per creazioni "solitarie": in tal senso si svilupperà anche per il sassofono quella corsa alla ricerca timbrica che vedrà autori come Berio, Scelsi, Grisey da una parte e Stockausen e Cage dall'altra puntare il dito su una nuova impostazione di suono, del tutto svincolata dai canoni tradizionali, ciascuno seguendo le proprie innovazioni; Berio per le sequenze, Scelsi per l'orientalizzazione dei suoni, Stockhausen per i suoi contrasti (in realtà "In Freundschaft" fu scritta originariamente per clarinetto) e Cage per la sua indeterminatezza (anche qui notevole è stato il lavoro recente fatto da Ulrich Krieger per presentare versioni aggiornate di composizioni scritte per altri strumenti). Quasi dimenticato il sax basso se non fosse per gli episodi di "Maknongan" di Scelsi e per le armoniche di "Anubis-nout" di Gerard Grisey. In Giappone il sassofono si misurerà tra vecchio e nuovo attraverso le composizioni avanguarde di Tore Takemitsu e quelle recenti, più occidentalizzate e multistilistiche di Takashi Yoshimatsu.
Il jazz, che aveva ormai effettuato all'epoca del free un'esplorazione tonale/atonale completa dello strumento, cominciò a seguire le orme dei compositori classici grazie all'apporto della musica "creativa" di Chicago che cominciava ad intersecarne le strade. (vedi miei post precedenti su Roscoe Mitchell, Antony Braxton, etc.)

Discografica consigliata:
-Historic Saxophone, Claude Delangle, Bis
-Saxophone Concertos, Harle, Emi Classics
-Le French Saxophone, Rakhonen, Bis
-American Saxophone Music, Alex Mitchell, Naxos
-The American Muse: a century of American Music for Saxophone quartet, Electra
-The solitary Saxophone, Claude Delangle, Bis
-A cage of Saxophone, 4 vol., Ulrich Krieger, Mode R.

domenica 11 settembre 2011

John Adams




Nel giorno di ricorrenza del decennale dell'attentato alle Torri Gemelle, non posso fare a meno di non ricordare uno dei più bei lavori sul tema, "On The transmigration of souls" di John Adams, il che mi dà lo spunto anche per introdurvi il personaggio. Tecnicamente orientato alla composizione di tipo minimalista, di cui viene riconosciuto come uno dei suoi migliori iniziatori, Adams in realtà è colui che ha umanizzato il movimento dei minimalisti americani: se Glass, Reich, etc. sono compositori rigorosi nel nuovo approccio stilistico, Adams ha saputo mescolarlo nella tradizione classica, e specie nello sviluppo delle sue opere la tonalità così come l'abbiamo conosciuta nel passato accompagna la partizione "avanguardistica" del pattern minimale. Se i primi lavori (dal 68 al 75) suscitavano un interesse dell'autore nella musica elettronica, è con "China Gates" e "Phrygian Gates" del 77 che Adams entra stabilmente di diritto nel novero dei grandi compositori classici. Due lavori pianistici che lo introducono in una personale dimensione della scrittura classica contemporanea, in bilico tra tendenze e mode contemporanee e subdola ripresentazione del passato, specie quello post-romantico, rappresentando l'anello di congiunzione più vicino alla teoria che vuole in termini pratici che il minimalismo sortisca effetti simili alla musica nata un secolo prima (e che il pubblico indistinto ha accettato con più facilità); Adams costruisce quindi movimenti moderni che si tramutano in movimenti antichi: il "trickster", ossia il particolare uso delle misure musicali, è l'adattamento che egli fornisce per completare questa formula. Da "Phrygian Gates" in poi, Adams acquisterà stabilità in quel tipo di composizione e si cimenterà con tutte le modalità di espressione della classica, tirando fuori dei lavori "semplici" e spesso efficaci nei risultati: se nell'opera (cominciando dal discutibile "Nixon in China") nel concerto (quello per violino), nelle opere da camera e sinfoniche (la "Chamber Symphony" del 92, Naive and sentimental music" del 98), l'apporto del minimalismo si fa più sfumato e quindi la composizione che ne risulta è più "normale" e in definitiva meno affascinante, è in quelle orchestrali e corali che Adams elargirà versioni di alto profilo della sua musica che, sebbene per parte della critica non risulta pienamente innovativa, coglierà però nel segno per l'elevata professionalità della composizione. Perciò accanto alle originali prove al pianoforte (anche più concertante), in cui va inclusa la rilevante prova di "Grand Pianola Music", non si può fare a meno di non menzionare "Harmonielehre", "The chairman dances", "Road Movies", "Light over water", etc. Adams, poi, metterà su la partitura magnifica di "Harmonium", che finirà per diventare il punto di riferimento storico del minimalismo nel genere "corale".
Nell'ultimo decennio l'ispirazione di Adams risulta essere un tantino cronicizzata se rapportata ai suoi periodi più fulgidi, ma è a lui che si deve riconoscere la migliore idea/musica con riferimento all'attentato dell'11 settembre tra coloro che si sono cimentati sull'argomento: grazie all'episodio di "On the Transmigration of souls", in cui riesce perfettamente ad unire voci, cori e brevi commenti pre-registrati nel suo idioma stilistico, in un pathos difficilmente eludibile e che presenta risvolti spirituali non solo per coloro che la persero la vita in quei luoghi, ma anche per tutto il genere umano, poichè quella migrazione tende a modificare ed adattare anche le coscienze dei vivi in una nuova dimensione.

Discografia consigliata:

-Road Movies, Novacek, Nonesuch
-Grand Pianola Music, R. Wilson, Emi Classics
-Orchestral Works, Simon Rattle, Emi Classics
-Harmonium, S.Francisco Symphony Orch., De Waart, ECM
-On the trasmigration of souls, N.Y.Philarmonica, Mazel, Nonesuch
-John's book of alleged dances/Gnarly buttons, Kronos Quartet, Nonesuch
-Shaker Loops/Light over water, Vari, New Albion R.

venerdì 9 settembre 2011

Ry Cooder



Nel 1970 uno stupefacente musicista di Los Angeles pubblicava il suo primo album omonimo: quel disco che era un incredibile vetrina di tutti i generi americani (rock'n'roll, blues, raggae, tex-mex, hawaian songs, country, folk, soul, R&b, gospel, jazz periodo dixieland) apriva ufficialmente al mondo musicale la porta dell'America più concreta, quella fatta dagli uomini normali, quella delle storie genuine della gente dal nordamerica fino al Messico. Quel musicista era Ry Cooder, fino ad allora conosciuto per alcuni assoli di chitarra slide (di cui era uno dei più validi precursori insieme a Duane Allman) nei dischi di Captain Beefhart e Taj Mahal. Il primo periodo musicale corrispondente (1970-1982) risalterà le qualità compositive e chitarristiche di Cooder che riesce ad essere uno splendido rifagocitatore di pezzi-canzoni di antiquariato della sua nazione con un garbo, una grazia ed una perizia strumentale che lo rendono immediatamente riconoscibile: in sostanza, diventerà subito un gigante del rock. (difficile scegliere una raccolta prevalente). Cooder, con una serie di valenti registrazioni imperneate sulla riscoperta del patrimonio culturale musicale americano, incarnerà la figura dello studioso/scopritore che attentamente ricostruisce in chiave moderna l'anima musicale di un mondo di uomini (e di musicisti) in grado di imporsi nella storia per la loro semplicità e saggezza.
Con "Bop til you drop" il tiro si sposta con maggior sostanza sul R&B ed la soul music, e grazie all'avvento delle registrazioni digitali permette a Cooder di mettere in evidenza la sua slide come mai aveva fatto prima (ormai storica è la prima facciata di questo disco che non a torto viene considerata come una delle più belle della storiografia rock). Insisterà ancora con "Borderline" (con la presenza di Hiatt) e con "Slide Area", episodi validi ma nettamente inferiori nell'insieme rispetto a "Bop till you drop".
Parallelamente, Cooder si appassiona alle vicende di confine con il Messico e compone una serie di colonne sonore sul tema: "The long riders", "Borders", "Paris Texas" sono qualcosa di più che semplici visualizzazioni sonore: utilizzando strumenti canti e strumenti originali di quella zona, riesce (forse per la prima volta nella storia del rock) a far godere gli ascoltatori indipendentemente dalla fruizione cinematografica; questa intensa attività dai risvolti "filmografici" lo impegnerà per tutto il decennio degli ottanta, deludendo gli appassionati più legati alla presenza rock dell'artista.
Nei novanta l'attività di scopritore e cosmopolita musicale si fa più pressante: il suo artigianato rock cede il passo alle collaborazioni rivelatrici: con "Meeting by the river" porta alla ribalta i suoni dell'est indiano duettando con Wishwa Mohan Bhatt, va in Africa e dà popolarità ad uno dei più dotati musicisti africani, Ali Farka Toure per il notevole "Talking Timbuktu", compie la straordinaria operazione cubana con il gruppo dei vecchietti del Buena Vista Social Club, racconta le storie sudamericane assieme a Manuel Galban in "Mambo sinuendo", ritorna nel centro-america, tra Messico e Cuba per narrare le vicende della comunità di "Chavez Ravine" (con un cast stellare di musicisti). E in tutti questi episodi è sempre presente la sua mano, il suo stile che educatamente si insinua rispettando l'etnicità delle proposte.
Gli ultimi episodi discografici lo vedono ritornare al rock delle origini, sebbene sia "My name is buddy" che "I, Flathead" sono versioni "leggere" della produzione discografica dei settanta. "Pull up some dust and sit down" riguadagna lo spirito di quelle registrazioni, con una diminuzione del fattore folk (story-teller) ed un aumento dell'aspetto soul/blues (stavolta da crooner da denuncia) delle composizioni, ma ha un difetto vagante, quello di proporre clichè troppo scontati (il blues di John Lee Hooker, la vocalità di Tom Waits, la frivola song tropicale), che alla fine ne riducono il valore intrinseco.

Discografia consigliata:

Solista:
-Ry Cooder, Reprise, 1970
-Into the purple valley, Reprise 1971
-Boomer's story, Reprise 1972
-Paradise and lunch, Reprise 1974
-Chicken Skin Music, Reprise 1976
-Bop till you drop, Warner 1979

Colonne sonore:
-Long Riders, Warner 1980
-Borders, Warner 1984
-Paris Texas, Warner 1985

Progetti Etnici:
-Meeting by the river, Water Lily 1993
-Talking Timbuktu, Hannibal, 1994
-Buena Vista social Club, Wordl Circuit, 1997
-Mambo sinuendo, Nonesuch 2003
-Chavez Ravine, Nonesuch 2005

giovedì 8 settembre 2011

Vladislav Delay


Uno dei compiti principali dei musicisti che compongono con l'elettronica è quello di cercare linfa vitale da suoni, rumori, ritmi che apparentemente non sono in grado di emetterne: il finlandese Sasu Ripatti, artisticamente conosciuto sotto diversi pseudonimi (Luomo, Uusitalo e quello ben più sfruttato e famoso di Vladislav Delay), si è guadagnato una copertina della rivista Wire (magazine realmente alternativo dal punto di vista musicale) grazie alla sua timidezza da anti eroe pop e alla sua personale decostruzione della musica: se nei progetti Luomo e Uusitalo, il finlandese percorreva sentieri più vicini ai generi moderni della dance (dalla techno all'house) con la firma di Vladislav Delay si è dedicato alla costruzione di una nuova forma di elettronica che potesse avere anche risvolti "subliminali": la sua prima raccolta di suites "Entain" si componeva di pulsazioni dub con un leggero filo di synth da ambient music che realmente dava l'impressione di muoversi tra i rottami di un paesaggio post-distruzione. I suoni "sordi" di tipo industriale evocano viaggi nella materia e nelle sue modificazioni. Delay mette in piedi la triade "Entain" - "Multila" - "Anima", dove quest'ultimo sposta il baricentro della sua ricerca verso una compenetrazione "minimale" degli accordi di base con effetti di "ritaglio" glitch, in assenza di ritmo: per molta critica "Anima" costituisce il punto più alto della sua carriera poichè questa viene attratta da un ipotetico "botta e risposta" che si instaurerebbe tra accordi e effetti processati al computer, in grado di produrre una meditazione filosofica grazie all'assenza di battiti dance. Sebbene questa affermazione sia molto discutibile specie se raffrontata alla maggior chiarezza di "Entain", Delay nel decennio scorso ha proseguito la sua attività di ricerca sonora con progetti sempre più eclettici: "Naima" era una versione aggiornata dell'elettronica casuale di Subotnick con inserimenti di giochi "elettrici" disseminati e di voce confidenziale alla maniera di Ashley, condita con le sue caratteristiche sonore; la programmazione della voce sarà anche una prerogativa del progetto elaborato assieme al musicista tedesco Antie Greie (AGF) "Explode baby", in un più misurato ambiente dub. I validi episodi di "Whistleblower" e "Four Quarters" lo ripropongono nelle stesse vesti della triade discografica prima citata, ma ora è in difetto la novità della proposta. Forse anche per questo motivo, Delay si rammenta di essere anche un batterista jazz e si circonda di alcuni musicisti come Lucio Capece al clarinetto e sassofono, il compositore Craig Armstrong (vedi mio post precedente) per "Tuumaa", dove scompare il dub per dar spazio ad un paesaggio più acustico e "concreto" che cerca di ricreare le condizioni di vita e di poca luce vissute in una sua permanenza in un'isola del Baltico. "Debut" del Vladislav Delay Quartet si incentra sulle possibilità catartiche degli strumenti (usati con tecniche estensive) con prevalenza di fondo del noise: qui è coadiuvato dal Pan Sonic Mika Vainio, da Capece e Derek Shirley al basso, ossia tutti musicisti "sperimentali" che impongono una scelta "oscura" con rari accenni ad un free jazz comunque non convenzionale, con risultati a dir poco futuristici.


Discografia consigliata:

-Entain, Mille Plateaux, 1999
-Anima, Mille Plateaux 2001
-Naima, Staubgold, 2002
-Tuumaa, Leaf 2009
-Debut, Vladislav Delay Quartet, Honest Jon's, 2011

mercoledì 7 settembre 2011

Ryan Francis: Works for piano




Tra i compositori delle ultime generazioni che si distingue per freschezza d'intenti musicali e per l'apprezzamento delle maestranze, l'americano Ryan Francis, classe 1981, sembra aver assunto un posto stabile: nato nel "pastiche" musicale del multistilismo, allievo di Bright Sheng, George Tsontakis e Steven Stucky, è ben sostenuto da molte organizzazioni che vedono in lui un interessante continuazione di alcuni temi da sempre cari ai canoni della musica classica (preludi, notturni, concerti) riveduti con l'ottica del musicista attuale che ha l'obbligo di affrontare questi argomenti tenendo conto anche delle istanze odierne; Francis ha cominciato a comporre nel 2001 e sembra prediligere lo strumento del pianoforte, usato in maniera tradizionale, senza l'utilizzo di tecniche estese: il suo approccio, però, è del tutto particolare poichè molte delle sue migliori composizioni non si basano sulla scrittura carta e penna ma sulle disposizioni statistiche dei midi. Sebbene nella sostanza le cose non cambino molto, questo scrittura impropria con veloci improvvisazioni di note che richiamano una struttura ipotetica di file midi, ha attirato l'attenzione di molti validi musicisti tra i quali la conoscenza con John Zorn, che è stata indispensabile per registrare il suo primo cd di musiche al piano; quindi allo stato attuale, le fonti sonore per ascoltare Francis sono il download gratuito dal sito del Metropolis Ensemble del suo concerto per piano e orchestra da camera (assieme ad altre due composizioni) e questo disco ufficiale per la Tzadik Records. "Works for piano" offre uno spaccato ideale delle prerogative di Francis che mette assieme i preludi e notturni di Chopin, quelli di Debussy, gli studi di Ligeti e Nancarrow, nonchè evidenti dosi di sperimentazione e minimalismo. La sua musica raggiunge un ottimo obiettivo di raccordo storico, e sebbene talvolta il risultato spesso sia "amarcord" (per dirla alla Fellini) e non produca sempre innovazione, nulla si può obiettare sulle qualità tecniche dell' esecuzione e sul sapore eterogeneo della proposta.

martedì 6 settembre 2011

Friedrich Cerha





In un post dedicato a Karl Heinz Gruber indicavo come Friedrich Cehra potesse essere considerato come uno degli elementi fondamentali della terza scuola viennese (in tal senso vedi il concerto per violoncello); rispetto a quel movimento, però Cerha può appartenergli per alcuni aspetti, dato che l'austriaco ha battuto anche altri sentieri diversi da quelli che in apparenza cercano di chiudere il cerchio tra Haydn e Schoenberg. Cerha è uno dei fautori dell'ordine organizzato del caos sonoro, e i suoi spartiti sono l'opposto delle partiture "formicaie" di Beethoven; sono droni di pentagramma. Fondatore dell'ensemble "die reihe", stabile movimento d'avanguardia tedesco, uomo di letteratura e filosofia, Cerha ha regalato alla storia musicale moderna senz'altro il capolavoro di "Spiegel": in questo la sua figura è emblematica: il lavoro orchestrale è di un fascino mostruoso, e tende a considerare le interfacce musicali che in quegli stessi anni (anni sessanta) alcuni compositori d'avanguardia come Varese e Ligeti stavano adottando: l'uso "timbrico" dell'orchestra viene deturpato anche dei suoi aspetti seriali per affrontare un vero e proprio afflato biologico. Tutti gli strumenti si uniscono in una spirale di mistero ed inquietudine, che si basa su splendide invenzioni elettroacustiche che cercano di ricreare un inaspettato mondo "sognante" di musica. Gli specchi non sono altro che le constatazioni sul mondo e sul cosmo fatte in maniera tale da "trasportare" l'ascoltatore in un'altra dimensione, una successione di visioni naturali e artistiche, così come ben descritte da Kurtag nei commenti di copertina (le superfici di Rotko, i dipinti di Munich, i paesaggi familiari che si mescolano). L'aspetto "suono" qui è teso alla creazione di un definitivo approdo delle tematiche orchestrali moderne cominciate con Stravinsky e portate avanti da tutto il modernismo classico. E gli "Spiegel" non sono stati certo scritti dopo le esperienze similari fatte da Ligeti o Penderecki, per cui si può ritenere che Cerha, almeno nell'idioma orchestrale, sia stato un originale riorganizzatore di suoni con diversità sostanziali rispetto a Ligeti o Penderecki. Non ci sono molte incisioni del compositore austriaco, invero, ma quelle disponibili sono rilevanti anche sul piano squisitamente didattico, poichè incorporano passaggi strumentali di elevata difficoltà di esecuzione (vedi per esempio le Bagatalles for string trio): in definitiva un personaggio da valorizzare in maniera più ampia del dovuto, con un enfasi sulla scrittura orchestrale che non può limitarsi solo all'apprezzamento del completamento dell'opera Lulu di Alban Berg o le riproposizioni di pezzi di Varese, Ligeti, etc., teoricamente vicini alla propria direttiva artistica.


Discografia consigliata:

-Spiegel, Monumentum, Momente, SWR, Cambreling, Kairos
-Bruckstuck, Getraumt, Neun Bagatellen, Instants, Klangforum Wien, Cambreling, Rundel, Zebra Trio, Kairos
-Concerto per violoncello ed orchestra, Shift, Netherdland Radio Chamber, Ecm

I tributi di Iiro Rantala





Pianista finlandese tra i più conosciuti, Iiro Rantala non ha mai nascosto la sua passione per la composizione classica in stile romantico, il jazz (soprattutto quello primordiale diviso tra il blues/ragtime e lo swing), il tango di derivazione argentina ed un certo grado di ironia distillata nella musica. Per molti anni ha guidato il Trio Toykeat, un trio jazz piuttosto tradizionale dove spiccavano le sue sagaci scorribande al piano. Finita quell'esperienza (rimasta molto confinata sia nelle opinioni del pubblico che in quelle della critica), Rantala è passato ad un nuovo progetto "umoristico" in cui si univa ad un esordiente chitarrista finlandese dallo stile libero, Marzi Nyman, e a un vero e proprio beatboxer parlante Felix Zenger. Se le loro realizzazioni spesso davano l'impressione di non prendersi troppo sul serio, Rantala in parallelo, smussando quasi completamente il fattore divertimento, decise qualche anno fa di dedicarsi ad una più seria carriera solistica che vide il suo primo atto di compenetrazione nel disco realizzato per la Ondine e chiaramente riferito ai concerti per piano dell'era Gershwin; adesso la Act Music gli dà la possibilità di registrare un cd per piano solo che è un suo personale omaggio ad alcuni dei suoi miti "formativi": così come nel Trio Toykeat in "High standards" Rantala elargì sue versioni di classici molto vicine al suo stile, così con "Lost heroes" il pianista mostra (in una completa solitudine priva di orpelli pseudo-ironici) una vera alternativa ai suoi progetti jazzistici, mettendo in piedi delle registrazioni più importanti, molto sentite, forse non particolarmente rivolte al virtuosismo, ma certamente centrate se rapportate allo scopo di riverire grandi personaggi scomparsi come Bill Evans, Art Tatum, Michel Petrucciani, Esbjorn Svensson. Certamente, non penso che Rantala possa aspirare ai livelli raggiunti in episodi simili da famosi pianisti come Keith Jarrett, ma sicuramente colpisce la sincerità del prodotto, il suo pianismo misurato e privo di eccessi (languidi o scontati) che quasi sempre ha caratterizzato la sua discografia.


Discografia consigliata:

-Piano Concerto, Astorale, Tangonator, Final Fantasy, Ondine 2006

lunedì 5 settembre 2011

Jon Irabagon: Here be dragons




Il sassofonista filippino naturalizzato a New York, Jon Irabagon è venuto alla ribalta della cronaca grazie ad un concorso del 2008 dedicato a Monk, in cui l'artista, giudicato da una commissione stellare (Wayne Shorter, Greg Osby, Jane Ira Bloom tra gli altri), si guadagnò un contratto discografico e un pò di fama e denaro; personaggio all'apparenza eclettico ...."..c'è un sacco di gente che si chiede come possa piacermi allo stesso tempo suonare standards e dedicarmi al free-noise più estremo...", Irabagon ha da sempre incrociato musica "mainstream" delle migliori fattezze (con brani da lui composti) con un free jazz spesso di difficile collocazione (tra i suoi progetti la partecipazione al gruppo Mostly Other People Do the Killing). "Outright" e "I don't hear nothing but the blues", episodi pubblicati per la Innova Records, svelavano già un professionista dello strumento che grazie all'ausilio di tempi ritmici al confine del jazz di ascendenza blues e di scale più avventurose, riusciva a fornire un prodotto perfettamente in linea con quella irreprensibile voglia di costruire a tutti i costi qualcosa di nuovo che non c'è. Il cd derivante dal contratto vinto per il premio Monk, "The Observer", poi realizzava a caratteri cubitali quella capacità di replica dei bei tempi che furono per via del mostruoso aggancio stilistico a cui faceva riferimento: insomma grande slancio tecnico, perfezione formale, ma se lo ascoltassimo senza sapere che prima di lui ci sono stati Coltrane e Rollins, lo confonderemmo con questi. "Foxy" (con una copertina ambigua che in verità fa pensare a Papetti), è stato il suo sforzo "free", una dimostrazione di efficacia strumentale, con un continuo ripetersi di assoli in asse, che danno l'idea di qualcosa di granitico, senza pause, che quasi si fa fatica a pensare che il musicista possa avere tanto fiato in corpo; e se quell'idea di libertà alla fine risulta un pò affaticante per l'ascolto (che avrebbe bisogno di pause nell'arco di 78 minuti) dà comunque la dimensione esatta dell'artista per quanto riguarda l'aspetto "tecnica".
"Here be dragons" è accreditato ad un gruppo di musicisti dell'area di New York, in realtà sembra tanto un suo disco ben mascherato: si pone nella falsariga di "The observer", è ben suonato ma scatena (almeno in quelli come me) il pensiero che la sua ricerca di coniugare periodi stilistici diversi del jazz sia un tantino in difetto di originalità e che forse sarebbe ora di fare un disco in linea come tanti colleghi della sua generazione che hanno "rischiato" un proprio suono attraverso la confluenza dei generi di formazione. Però la valenza tecnica di Irabagon e il suo moto perpetuo sono fuori discussione.

Discografia consigliata:
-I don't hear nothing but the blues, Innova 2008
-The observer, Concord 2009
-Foxy, Hot Cup R. 2010