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lunedì 5 dicembre 2011

Keith Jarrett: Rio e il piano solo




Con molto rispetto per il musicista, Jarrett ha una personalità spaventosa: a tutti gli italiani suoi fans ed appassionati di jazz non può sfuggire la sua intolleranza ai riflettori e flash dei giornalisti e del pubblico che lo indusse a lasciare il concerto di Perugia qualche anno fa, dopo anni di onorata presenza. Tuttavia molto gli viene perdonato dal fatto che indiscutibilmente ci si trova davanti ad una "vera" leggenda del pianoforte che travalica il genere jazz. Nelle discussioni sull'artista spesso ho dovuto sottolineare come Jarrett possa considerarsi tecnicamente uno dei picchi massimi che il jazz abbia espresso alla fine del secolo scorso e di come originale si presenti la sua struttura stilistica; al di là dei ghigni della voce che corrispondono al principio "massima compenetrazione" e "massimo sforzo fisico" (invero di solito prerogative di tutti i più bravi musicisti), ancora oggi Jarrett è sorprendente per la visione "intellettuale" che nutre per il piano e per quella forza "nervosa" che viene impressa dai polpastrelli delle sue mani, in maniera da farci pensare che abbia dei martelletti mobili nelle dita. Jarrett ha creato un sound unico, zeppo di riferimenti storici, classicheggiante come tutti i pianisti dal punto di vista della formazione, ma che è stato veicolo per un potente crossover per tutta la musica contemporanea qualsiasi sia il genere voi prendiate in considerazione. Non si parla solo ricuciture nel caso di Jarrett, è qualcosa di più, è cercare di trovare un'anima e un dialogo "possibile" con lo strumento del piano: pochi pianisti sono riusciti a dimostrare che con la forza e la tecnica si può aspirare ad una diversa profondità del piano, che è parte integrante dell'animo e delle emozioni di colui che lo suona....nel romanticismo questi aspetti non erano certo sconosciuti e di questi Jarrett se ne nutre, ma con lui in questo processo di trasposizione entrano in gioco le modernità musicali. Grazie alla sua esplosiva concentrazione, tenuta ad alti livelli tecnici per ore, Jarrett può considerarsi come un meraviglioso ammodernamento del pianismo storico dal barocco fino alla fine del novecento. E, aspetto da non sottovalutare, Jarrett porta nel jazz la cultura "statunitense", quella dell'America storicamente più emarginata, diventando nel contempo, grazie ai suoi intermezzi "spirituali" un factotum anche per gli hippies degli anni settanta e per i cultori della new age pianistica.

"Facing you" il suo primo disco solo al piano è probabilmente il meno complicato dei suoi dischi in solo piano, ma è anche il suo più esplicativo: Jarrett porta a compimento e nel migliore dei modi quel percorso di avvicinamento che si stava compiendo tra il jazz post tradizione, il rock e le nuove correnti spirituali. E' registrato in studio ed è forse quello che serviva all'artista americano per entrare nel circolo dei musicisti che contano.
I concerti di Bremen e Lausanne nel 1973, rappresentano la sua prima apparizione al piano solo registrata dal vivo e indiscutibilmente questa dimensione è quella congeniale a Jarrett, perchè non gli tappa le ali e quel modo di improvvisare senza nessuna barriera precostituita lo ingigantisce: ho sempre pensato che questi concerti siano probabilmente il suo top dal punto di vista pianistico, capaci di coniugare tutte le caratteristiche stilistiche in una inaudita complessità di visioni "emotive" racchiuse a mò di cristallo: uso superlativo della mano destra che da sola simula parecchi strumenti di un'orchestra, e tecniche di improvvisazione che si ripropongono in varie forme: da quella sincopata del rock, a quella reiterata di un consunto minimalismo, arpeggi intrecciati che tendono nel tempo a scavare spazi infiniti dove i pensieri possono arrivare. Molti ritengono che il "Concerto di Colonia" del '75 sia il suo top: forse è così se pensiamo alla portata storica, e indubbiamente si fa fatica a pensare che un suo concerto in quegli anni non rasenti l'eccellenza. La prova più evidente di questo suo stato di grazia fu l'Oriente: il Giappone ispirò i sei bellissimi volumi di "Sun Bear Concerts". Tutti i concerti enunciati sono quelli fondamentali per avvicinarsi al suo mondo e rappresentano la migliore fotografia dell'enormità della proposta del pianista americano*.
"Staircase", di nuovo in studio, è più rilassato, geometrico, alla ricerca dell'equilibrio tra la dissonanza, la libertà espressiva jazz e la ricerca melodica, mentre "The moth in the flame" recupera estaticità ed imbastisce arpeggi che sono tentacoli free immersi nel romanticismo ed impressionismo classico. I concerti di "Bregenz" e "Munich" sembrano invece tentativi di accostare la moderna pratica jazz con accenti classici di tipo misto, con un'ottima presenza di elementi barocchi e neoclassici, tant'è che alla fine si resta nel dubbio sulla valenza quantitativa del jazz proposto. Nonostante le critiche ricevute, l'inventiva comunque è sempre intatta.
"Dark Intervals" è nordico (nostalgico) nel sound ed oscuro nelle intenzioni che vuole rivelare: un disco quasi basilare per tutti i pianisti "modern classical" di oggi: qui sono più le combinazioni sonore "senza tempo" a prevalere attraverso accordi appositi a sfavore del suo solito solismo sfavillante. Quegli intervalli in chiaroscuro sono presenti anche nelle registrazioni bachiane di Paris Concerto, in cui ormai sembra netta la divaricazione tra pianista classico e artista jazz in ensemble, se non fosse per il più conciso e normalizzato episodio di "Blues". Nel concerto di Vienna, invece, sprazzi free intervallano lunghe cadenze musicali "mistiche". Molto delicato si presenta il concerto offerto alla Scala, prima esibizione tenuta da un jazzista nel tempio della musica lirica italiana: Jarrett ha incominciato ad estrarre le sue versioni di standard e qui purtroppo l'idea è che si cerchi una personale rilettura dei temi ad impianto operistico/teatrale che però è sterile se confrontata a quello che Jarrett riesce ad esprimere normalmente. Quella delicatezza romantica è la base dei brani di "Melody at night, with you" completamente assorbita dalla riproposizione altrui. Qui forse le critiche sono più giustificate, perchè la brevità sopravvenuta dei brani comincia ad essere sinonimo di stanchezza compositiva, come se Jarrett fosse preso da un "etude" tutto da verificare. "Radiance", che costituisce il punto di svolta del pianismo di Keith, acclara quella brevità con episodi che sono anche esposti all'elegiaco rispetto alla prevedibile melodicità dei temi di "Melody....". La verità è che l'esaurimento di Jarrett, così come viene presentato dalla stampa, influisce su quella improvvisazione "fuori dal normale" che era il leit-motiv spettacolare di un tempo. C'è chi ha apprezzato anche questo nuovo Jarrett del dopo sindrome da affaticamento, ritenendo che il frazionamento dei brani e conseguentemente dell'improvvisazione abbia portato giovamento alla composizione, ma è questa forse è un'illusione per i fans che hanno visto in questi nuovi episodi il tentativo di coniugare un più serrato free jazz e le tendenze più avanguarde del piano classico, basate su ostinati e clusters dominanti. Il Carnegie Hall del 2005 recupera la sua dimensione jazzistica e blues, soprattutto quella anima free che molto raramente era stata esaltata nei suoi dischi in solo. Ne viene fuori un concerto teutonico, quasi ermetico nella struttura, con pochi episodi melodici alla maniera delle sue ultime pubblicazioni, che sembra il disco di un compositore americano dei nostri giorni. "Testament" riprende le intuizioni di "Radiance" mostrando un rinnovato interesse per le strutture obblique, così come "Rio" fa parte ancora di questo corso che attribuisce a Cecil Taylor e Stravinsky un posto preponderante nelle scelte artistiche e sensitive del musicista americano.

Discografia piano solo:
-Facing you, Ecm 1971
-Solo concerts: Bremen/Lausanne, Ecm 1973
-The Koln Concert, Ecm 1975
-Sun Bear Concerts, Ecm 1976
-Staircase, Ecm 1976
-Concerts: Bregenz/Munich, Ecm 1976
-The moth and the flame, Ecm 1981
-Paris Concert, Ecm 1990
-Vienna Concert, Ecm 1991
-La Scala, Ecm 1997
-Melody at night, with you, Ecm 1999
-Radiance, Ecm 2005
-The Carnegie Hall Concerto, Ecm 2006
-Testament, Paris/London, Ecm 2009

*riprendo considerazioni da mio vecchio post "....il primo grande esempio di new age al riguardo nacque proprio in Europa grazie alle registrazioni in casa Eicher dei primi dischi di piano solo di Keith Jarrett, pianista emergente negli anni settanta che condensava nella sua musica echi di gran parte del pianismo conosciuto fino a quel tempo: in particolare il suo più esteso e libero nella forma “Koln Concert”, specie in alcune sue parti sparge già i semi della contaminazione tra pianismo rock (ossia pianismo teso a recuperare melodicità e timbriche atte a rimescolare i generi tradizionali americani rinvenienti dal blues, country, etc.), pianismo jazz (quello che Jarrett ha assimilato tenendo presente le lezioni dei boppers, modalisti e quelli del free jazz) e surrettizie colorazioni pianistiche tendenti alla musica ambientale e classica.
New Age piano solo prima parte 31/12/2010

2 commenti:

  1. Buongiorno Ettore, complmenti per il blog. Sono un pianista e i invio qualcsa di me. A presto.
    Profilo artistico


    Giuseppe Perna, pianista, come molti colleghi europei, è passato dall’avantgarde degli anni ’60 e ’70 uscita dalla dodecafonia e serialismo post-Webern, attraverso la combinazione di neoclassicismo e armonia modale e gradualmente si trasformato in un improvvisatore in uno stile che combina il classicismo contemporaneo e il jazz modale d‘avanguardia. La poetica musicale e melodica di Giuseppe Perna come lui stesso la definisce è “un tentativo di immersione in me stesso per essere in grado di toccare la bellezza” .
    Nell’arte di G.P. si coglie anche il suo scetticismo sulla società contemporanea, è la musica del fermarsi in tempo, materializzazione nel suono di un vuoto sorprendente, dove l’azione ritmica e melodica spesso è rallentata volutamente per indurre alla riflessione.
    A tratti la musica del maestro assume fisionomia dionisiaca con ritmo forte energetico ed incessante.
    L’improvvisazione modale libera dal prevedibile e spinge verso l’ignoto di una performance dove l’orchestrazione tipica proposta dalla modernità ufficiale si indebolisce per l’oscuramento dell’ elemento musicale di gravitazione tonale.
    http://www.youtube.com/watch?v=W2K7GyECYVg&feature=mfu_in_order&list=UL
    info: pino.perna@yahoo.it

    Sito didattico: http://www.armoniamodale.blogspot.com/

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  2. Gentile Giuseppe,
    non pensavo che ci fosse ancora qualche "vero" musicista nella mia provincia.... Ho visitato il tuo blog e visto i tuoi video amatoriali e sono molto interessanti. I tuoi studi sull'improvvisazione modale non sono affatto fuori moda come qualcuno vuol far pensare, almeno per coloro che amano la musica e compiono un processo di ricerca e sviluppo per essa. D'altronde le teorie della modalità sono una nostra antica tradizione, che possiamo capire meglio degli occidentali, e il mio orecchio è indiscutibilmente sbilanciato verso quel percorso che va da Debussy fino a Scelsi e alle evoluzioni dei nostri giorni. Data la vicinanza mi piacerebbe ascoltarti in maniera più estesa o direttamente dal vivo, se possibile. Grazie comunque per i complimenti del blog.

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