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venerdì 2 dicembre 2011

Franz Koglmann




L'accostamento tra musica classica e jazz ha subito notevoli differenziazioni nel passaggio tra generazioni: se Gershwin, Ellington e la prima truppa di compositori americani costituivano le prime incursioni del jazz nel mondo della musica colta, lo sviluppo intrapreso negli anni successivi dai musicisti jazz sostituì al mondo dello swing e del be-bop, quello del free jazz; gli incroci diventavano sempre più difficili e non passavano solo dall'ammirazione delle tematiche di Debussy, Stravinsky e post-romanticismo, ma anche nelle zone più addentrate nella dodecafonia di Schoenberg, Weber, Berg e poi in quelle degli avanguardisti americani. Ma se questo pasticcio sembra stimolante per compositori e musicisti, è reale il fatto che molti si sono limitati ad una semplice catalogazione di elementi da assemblare oppure hanno cercato di inserire nuovi e moderni elementi che in verità si ponevano in netto contrasto con una buona ed efficace soluzione armonica, melodica o timbrica. L'austriaco Franz Koglmann rappresenta una delle migliori espressioni di questa ricerca di sintesi musicale che tende ad un più proficuo bilanciamento tra classica e jazz: trombettista sostanzialmente diviso nella formazione tra la preparazione classica (data dalla naturale provenienza geografica) e quella degli ambienti del jazz liberale più in vista del tempo (Will Dixon, Steve Lacy con i quali inciderà il suo primo disco nel 1973), Koglmann rappresenta una mirabile sintesi di quello che la musica ha offerto nel novecento musicale: la seconda scuola viennese, la sinfonia di Mahler, Cowell e le dinamiche timbriche, la passione per il teatro espressionista tedesco degli anni trenta, accenti di Stockhausen, la composizione di transito orchestrale di Ellington e delle big bands di Beiderbecke e soprattutto il cool jazz di Mulligan, Baker, Konitz west-coast orientato; sono gli ingredienti fondamentali di una formula musicale che quasi offusca il lato "suonatore" a favore di quello del "compositore". Se nello stile allo strumento Koglmann ha dei riferimenti formativi ben precisi e dove forse non si caratterizza per particolari innovazioni per esso, ben più pregnante si presenta la sua idea di fornire un dialogo ad elementi musicali diversi ma coerentemente diretti ad una estatica forma di avanguardia jazzistica: l'aspetto che più colpisce dell'austriaco è quella sua capacità di decostruire suoni e stringhe di assoli per crearne dei nuovi più articolati nella loro struttura armonica e timbrica. Spesso confuso dalla stampa come autore di musica classica (Koglmann ha inciso soprattutto per la HatHut, l'etichetta svizzera dedita alla pubblicazione di musicisti al confine tra jazz e musica contemporanea) con altri musicisti presi anch'essi dalla voglia di costruire suoni che si addentrassero nella storia della musica, Koglmann ha creato un suo giro che comprende molti viennesi eccellenti (tra cui Burkhard Stangl e Peter Herbert profondamente influenzati da Franz anche nelle loro esibizioni). Inoltre, fondamentale si rivela il processo ispirativo che va verso la decisione di infiltrare le arti nell'asse portante delle sue idee musicali, arti intese in varie accezioni così come ben sottolineato nell'intervista rilasciata ad AllAboutJazz e a cui vi rimando per un ulteriore approfondimento del personaggio, vedi http://www.allaboutjazz.com/php/article.php?id=20858; si va dalla pittura espressionista alla dedica di Magritte, dalla letteratura di Cummings, Ezra Pound e Cocteau, al cinema per il regista Truffaut, o soggetti come la Monroe, nonchè al teatro moderno naturalmente con molti riferimenti musicali a Weill e a quel periodo. Molti lo definiscono uno dei punti fondamentali di collegamento tra la vecchia arte musicale e quella moderna, ma questa definizione ha bisogno di essere sviscerata nell'ambito della sua parca discografia: se la prima parte della sua carriera, da "Flaps" a "Ich" lo vede con una produzione di alto livello tecnico, ma ancora un pò acerba dal punto di vista dei risultati emotivi, quella centrale che inizia con il notevole "Orte der Geometrie" fino a "Cantos I-IV" è la parte migliore e la più completa fotografia della sua musica, poichè quella successiva o in corso (che chiamiamo così solo per necessità) mostra Koglmann più interessato all'opera o ad un jazz con meno ossessioni per la ricerca sintetica tra generi. Comunque, sta di fatto che i suoi lavori sono sempre oggetti da maneggiare con cura, poichè sono lontani da qualsiasi manierismo di sorta e pieni di un "professionismo" musicale donato dallo spessore dei musicisti a cui è legato.

Discografia consigliata:

  • Orte Der Geometrie, hatART, 1990
  • The use of Memory, hatART, 1990 (con i Pipetet)
  • A white Line, hatART, 1990
  • L'Heure Bleue, hatART, 1991
  • Cantos I-IV, hatHUT, 1995
  • Make Believe, Between the Lines, 1999
  • Let's make love, Between the lines, 2005

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