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lunedì 21 novembre 2011

Le basi stilistiche della chitarra jazz



La chitarra jazz ha avuto un fondamentale supporto storico nello strumento del violino: l'incrocio tra chitarra jazz e violino avviene grazie all'opera di due ex-italiani immigrati: Eddie Lang (Salvatore Massaro) e Joe Venuti portano a New York la propensione melodica del canto operistico italiano e la miscelano con le istanze "nere" che in quell'epoca si stanno affermando: ecco che ne deriva uno stile (sia alla chitarra che al violino) che è una mediazione tra istinti musicali europei ed elementi propri del territorio americano tra New Orleans e New York, quindi con tanto blues distillato nei brani. E' la più antica forma di ripescaggio della chitarra jazz che si basa su una facile condivisione della depressione di alcune etnie ma che nel caso di Lang getta il primo ponte sul ruolo solista (da singole note e non da accordi) della chitarra nel jazz; musica immortale, ispirazione per centinaia di chitarristi, che risentita oggi produce ancora un certo effetto non solo nostalgico. Con l'entrata in scena dello swing bianco, paradossalmente furono ancora un duo violino-chitarra a produrre l'ulteriore estensione nello sviluppo della tecnica chitarristica: l'Hot Club de France negli anni trenta/quaranta vede nella figura di Django Reinhardt e Stephane Grappelli un'altro connubio memorabile: Django suonava con due dita in meno ma aveva sviluppato un favoloso rimpiazzo solistico nelle dita rimanenti, mettendoci in più il suo originale senso gitano della composizione. Bene!, era stato messa in piedi gran parte dell'ossatura solistica dello strumento. Ma mancava ancora una tecnica libera, scevra dai ritmi: a questo ci pensò Charlie Christian, che in quegli anni decodificò il solismo basandolo su scale "libere". Tutti i chitarristi da allora furono delle sostanziose evoluzioni di quella embrionale e quasi invisibile attività del chitarrista di colore statunitense: tutti i chitarristi venuti dal be-bop in poi furono espressione di questa nuova sensibilità allo strumento. Tuttavia è da rimarcare un aspetto che forse molta critica non pone nella dovuta considerazione, abbagliata forse dalla passione per quel genere, ed è il fatto che spesso l'improvvisazione era una derivazione costituita dalla manipolazione di semplici basi di standard jazzistici; tutti i più importanti chitarristi dagli anni cinquanta in poi si troveranno a cavalcare in maniera difficile le proprie tendenze compositive (che spesso risultano ben evidenti ed originali solo negli esordi discografici) per intraprendere per tutta la carriera una solida improvvisazione in brani consolidati e rifacimenti altrui che se da una parte esaltano il nuovo ruolo dell'"artigiano" delle corde, dall'altra mette in crisi la loro personale opera di contribuzione al jazz dello strumento: Herb Hellis, Barney Kessel, Jimmy Raney, Joe Pass, etc. sono tutti esempi di chitarristi che dopo esordi scoppiettanti, costruiti su brani di propria composizione si fecero prendere la mano dalla "cover", forse incapaci di poter insistere sul proprio status compositivo. E' una sorta di "felice" limite dal quale tutti i chitarristi di un certo tipo se ne dovettero occupare, scontrandosene ancora oggi; se rimaniano esclusivamente nel campo jazzistico ed escludiamo quelle poche eccezioni (penso a Kenny Burrell o a Wes Montgomery) che hanno costruito una più proficua carriera compositiva o a quei chitarristi che hanno filtrato la lezione del jazz con altri generi (Metheny, Frisell, etc.), l'attività dei chitarristi jazz degli ultimi sessant'anni risente di queste fondamenta "tecniche" che non consentono un agevole differenziazione dei valori in essere se non a patto di una adeguata e considerevole struttura musicale dei brani. Fu questo anche uno dei motivi per cui i chitarristi ad un certo punto cercarono altre strade, incrociando quelle provenienti dalla musica rock e dalla classica e sviluppando anche nuove tecniche di estensione allo strumento per cercare nuovi traguardi (vedi miei articoli precedenti sulla chitarra moderna). Tuttavia sarebbe inopportuno pensare, anche, che risultino tutti uguali: la storia ci ha insegnato che è necessario un approfondimento per evitare di cadere nell'errore stilistico: ognuno di questi ha una propria sensibilità che va valutata a prescindere dal fatto che si appartenga musicalmente ad un periodo musicale già vissuto e basta guardare le nuove generazioni (Lund, Moreno, Kreisberg, etc.) che incorporano vecchie e nuove convenzioni della chitarra senza fare troppi riferimenti storici.


Discografia consigliata:

Eddie Lang, Jazz Guitar Virtuoso, Yazoo
-con Joe Venuti, New York Session 1926-1932, Jsp
Django Reinhardt, The Quintessential Django Reinhardt & Stephane Grappelli: Quintette Du Hot Club de France (25 classics 1934-1940), Asv Living Era
Charlie Christian, Genius of the electric guitar, Columbia Jazz
Barney Kessel, Easy like, vol. 1, Ojc, 1953
Jimmy Raney, A, Ojc 1955
Herb Ellis, Ellis in Wonderland, Verve 1956
Kenny Burrell, Blue lights (2 volumi), Blue Note 1958/Midnight blue, Blue Note 1963/Guitar forms, Polygram 1964
Wes Montgomery, The incredible jazz guitar of WM, Riverside 1960/So Much Guitar, Ojc 1961
Charlie Byrd (con S. Getz), Jazz Samba, Polygram 1961
Grant Green, Grantstand, Blue Note 1961
Jim Hall, Undercurrent (con B.Evans), Blue Note 1963/Concierto, Sbm sp., 1975
George Benson, The new boss guitar of GB, Ojc 1964
Pat Martino, El Hombre, Ojc 1967
Joe Pass, Virtuoso, Pablo 1973

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