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giovedì 6 ottobre 2011

Waterboys ed un certo rock scozzese



Prima che la moda grunge e post-rock prendesse piede in Inghilterra, molti artisti appartenenti alla Gran Bretagna, ma di nazionalità scozzese ed irlandese, crearono uno di quei movimenti "occulti" della storia del rock a cui nemmeno la critica più attenta forse seppe dare una giusta valutazione. Dopo l'esplosione del punk negli anni settanta, il decennio successivo si aprì con generazioni di musicisti che dovevano ancora smaltire il carico di energia che proveniva da quel genere; ma alcuni di loro tentarono (tra le tante riformulazioni) di ammaestrare i ritmi veloci con un melodismo pop invero già conosciuto. In particolare in Scozia nacquero una serie di bands tutte incentrate sull'inasprimento chitarristico delle loro songs, batteria comunque incalzante e soprattutto un senso dell'epico che richiamava non solo la migliore letteratura inglese tout court, ma si spingeva indietro nella mitologia, sebbene questa fosse solo un termine di paragone per una espressività moderna. Ciascuno con proprie caratterizzazioni, gruppi come i Simple Minds di "Sparkle in rain", come i Big Country di "Steeltown", gli Hot House Flowers di "Home", e i Waterboys al loro esordio, mostravano di avere una passionalità musicale marcata, ma anche di rispettare le loro tradizioni, considerando la base di partenza (il folklore scozzese ed irlandese) sia il punto d'arrivo (il pop di Wilson, McCartney, etc.)
Per i Waterboys di Mike Scott, un musicista preparato anche in letteratura, il quid caratteristico stava nella capacità di relazionare moderne e semplici poesie in musica, facendole scaturire da una particolare voce (tipico incedere anglossasone di cantante da racconto) che doveva emergere in un'epica e pressante presenza di chitarre elettriche: molto bistrattato dalla critica, Scott incarnava la nuova spiritualità nascente dei giovani, che cominciavano a proporre alla comunità il loro nuovo ideale di religione, risultante di pratiche diverse, senza discriminazioni. L'obiettivo di tali considerazioni è la creazione di un uomo sensibile, comunque colto, razionale e teso alla ricerca della verità; questo era il leit motiv delle comunità musicali di quei tempi in Inghilterra. Scott, poi con "Fisherman's blues" cambiò registro, accantonando quasi totalmente quell'impeto musicale da "guitar rock" ed abbracciando la tesi di un cantautore (con gruppo) alla scoperta delle proprie radici musicali, dando spazio ad una nuova ondata di revival del folk irlandese. Quel disco rimarrà il suo capolavoro, risultando una mediazione moderna del primissimo Van Morrison e di una riscoperta popolare coinvolgente al limite del bluegrass. Ma se "Room to roam" era un condensato di "Fisherman's blues", i successivi lavori che lo vedono anche registrare i suoi primi due albums da solista, sono letteralmente imbarazzanti, vuoti ed anonimi (specie il secondo in solo): c'era spazio per gli argomenti dei suoi detrattori che non avevano mai visto in lui un un vero talento. Solo nel 2007, il risveglio delle musicalità di Fisherman's blues, in "Book of lightining" risolleva le sue sorti e quelle del gruppo, spingendo ormai inesorabilmente verso quello che sanno fare meglio, ossia una composizione che cerca di abbinare testi poetici ed una propria musicalità: di questa pasta è costruito il suo ultimo episodio "An Appointment with Mr. Yeats", che sebbene sia "innocuo" in alcuni passaggi, dimostra che Scott ha il suo piglio, riconoscibile, che riesce ad unire canovacci poetici ad un songwriting melodico ma nient'affato leggero, memore della lezione data da tanti importanti autori folk negli anni sessanta.

Discografia consigliata:
-The Waterboys, Island 1983
-A pagan place, Island 1984
-This is the sea, Island 1985
-Fisherman's blues, Chrisalis 1988
-Room to roam, Chrysalis 1990
-Book of lightining, Puck 2007

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