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venerdì 14 ottobre 2011

Unione di intenti: Tim Berne e Marc Ducret




L'avanguardia newyorchese nel jazz degli ottanta vide nella figura del sassofonista alto Tim Berne una delle sue più riuscite manifestazioni: concetrandosi sul sax alto e sulla composizione, Berne si riconosceva per la sua aggregazione di free jazz, avanguardia ed eccelso solismo in cui però vi erano anche accenni ritmici funk e segnali di "mainstream" nell'asse portante della composizione. Il suo stile è limpido, quasi cool, che erige, a seconda delle situazioni, scatti improvvisi o combinazioni di suoni senza tirar fiato; l'incedere è spedito, serrato e si caratterizza per le originali reiterazioni costruite al sax. Una dimostrazione di talento che coinvolgerà tutti i musicisti che suoneranno con lui, che nelle registrazioni a suo nome, daranno vita ad alcune delle loro migliori prove, spesso turbinose, su di giri e virtuose (si pensi a John Carter, Vinnie Golia, Nels Cline, Olu Dara, Mack Goldsbury). Tutti i suoi primi lavori per la Empire attestano questa innata condizione: ogni ascoltatore può apprezzare Berne e scegliere il disco più vicino al suo gusto: in particolare gli amanti del jazz più convenzionale apprezzano il suo "Songs and rituals in real time" dove c'è meno avanguardia e più respiro melodico, ma dove non mancano, grazie all'apporto di Paul Motian (in versione più tradizionale) e allo splendido sax tenore di Goldsbury fanfare e battaglie strumentali tra i sax e le percussioni. I due albums per la Soul Note ("Ancestors" e "Mutant Variations") confermeranno questo stato di grazia e si caratterizzano per lo splendido tenore strumentale degli assoli del leader e di Goldsbury, Herb Robertson e Ray Anderson.
Da "Theoretically"in poi, disco in duo con Bill Frisell, la musica di Berne accentua il grado di espansione, diventa ancora più dissonante, spesso oscura, come in un caos organizzato dove però sono di moda gli slanci strumentali e gli spazi misteriosi. "Fulton street Maul" è il marchio di fabbrica di questa notevole fase, che lo avvicina ad un moderno jazz da camera (Frisell, Hank Roberts al cello e Alex Cline alle percussioni); ma Berne, sta già pensando ad una nuova idea di composizione e al quel punto aumenta nei suoi lavori il potenziale "artistico" inserendo nella scrittura una chiarissima bizzaria strumentale, un'avvicinamento ai temi dadaisti e al Frank Zappa più ironico, con una proiezione ben udibile che sfocia in una sorta di teatro musicale dell'assurdo, ma senza che tutto questo sclerotizzi troppo il suono. "Fractured Fairy Tales" sarà incensato da molta critica per aver sposato queste nuove caratteristiche, e rappresenterà uno dei punti di arrivo dell'intera avanguardia americana.
Berne, dopo questa esperienza, forma nuovi gruppi e diventa al pari di Zorn, un'inconsapevole scopritore di talenti: i progetti sono chiaramente molto simili a quello che l'artista propugnava, quello però che si nota è una maggiore democrazia nella composizione, che tende qualche volta a privilegiare gli strumenti altrui e soprattutto verranno spesso a mancare quei lampi di genio che avevano accompagnato Berne fino a quel momento; sta di fatto, che già parzialmente, la musica di Berne comincia a soffrire di un'intensa attività live e da una più ridotta e moderata esposizione del pensiero compositivo, che non può evitare le inutili ripetizioni. Comunque sia, gli episodi in gruppo più importanti del sassofonista resteranno quelli intrapresi con il chitarrista francese Marc Ducret, che si ritroverà quasi sempre nelle sue pagine migliori: cinque formazioni in particolare seguiranno il connubio artistico dei due:
-i Chaos Totale, in cui si continuano gli esperimenti di ricostruzione del caos organizzato che pur avendo un grado di intellegibilità intricato (vedi in tal senso la maggior parte dei brani di "Pace Yourself"), mostrano un sound più compatto e specie in "Nice View" si ripropone un affresco artistico sonoro pieno di particolarità e dovizie strumentali.
-i Bloodcount, in cui si sposa una dimensione live da jam session;
-i Big Satan, che risultano più in linea con la media progettuale dello standard di Berne.
-i Sevens, dove Berne e Ducret imbastiscono un vero e proprio trattato moderno di contrappunto strumentale;
-l'esperienza dei "Science friction" in cui l'artista americano riscatterà un periodo di torpore ed indifferenza, e dove ormai è diventato prioritario il lavoro di Ducret alla chitarra elettrica che lo aiuta a riportarsi nei territori originali ed ambigui degli anni ottanta, oltre alla notazione di un'espansione intelligente nell'uso dell'elettronica.
Marc Ducret inizierà la sua carriera solistica qualche anno prima dell'incontro con Berne: se nelle prime registrazioni si presenta poco interessante per via di una risaputa fusion d'atmosfera, sarà solo con "News from the front" che raggiungerà unitarietà di intenti con le idee di Berne: in questo lavoro oltre al suo raffinato scalare musicale compare la dissonanza ed un funk di base distorto; il chitarrista si fa apprezzare per un originale miscuglio di cromatismo e atonalità che dà spazio anche alla ricerca acustica. Ducret pubblicherà, immediatamente dopo, due albums in solitudine, uno per chitarra acustica "Detail", piena dimostrazione del suo stile, e l'altro per chitarra elettrica "Un certain malaise", che riproduce il climax del chitarrista Sonny Sharrock, ma in un contesto stilistico decisamente più personale e in debito con la ricerca. Si potrebbe dire una via di mezzo tra il chitarrista di colore e Nels Cline: "L'ombra di Verdi", in trio con Chevillon ed Echampard, è la conferma del suo talento e del suo ormai maturo stile che richiama costruzioni d'arte, tant'è pieno di sfaccettature. Tuttavia, sebbene Ducret non si senta un'avanguardista, ma solo un costruttore di suoni di diversa natura, è proprio in quel periodo che lo stesso raggiunge maturità artistica, una maturità anche intellettuale ma nient'affatto sterile. "Qui parle?" aggiunge una squadra nazionale di musicisti per un lavoro di sintesi che mette in luce le sue qualità di chitarrista che sa dosare l'uso dello spazio e dei silenzi. Ducret e tutti i chitarristi dell'area di New York venuti dopo il movimento degli anni ottanta, sono ormai imbevuti delle moderne teorie provenienti dalla musica colta e suppliscono con la loro produzione a quella parsimoniosa dei compositori provenienti da quell'area. (Cline, Frisell, Torn, etc.). Dopo alcune collaborazioni e la raccolta ambigua di "Le sens de la marche", Ducret e Berne sono tornati insieme per il secondo dei due volumi di "Tower", un album incentrato sulle impressioni di un romanzo dello scrittore russo Vladimir Nabokov: musica sempre creativa, ma forse senza che la stessa arrechi importanti aggiornamenti nella carriera dei due musicisti.

Discografie consigliate:

Tim Berne:
-Empire Box, contiene i primi albums dell'artista per la Empire R., tra cui 7X (1980) e "Songs and ritual in real time" (1981)
-Ancestors, Soul Note 1983
-Mutant Variations, Soul Note 1984
-Theoretically, Minor Music 1984
-Fulton Street Maul, Koch Jazz 1987
-Sanctified Dreams, Koch Jazz 1988
-Tim Berne's Fractured Fairy Tales, Jmt 1989

Berne/Ducret
-Nice view, Chaos Totale, Jmt 1993
-Lowlife, Bloodcount, Paris Concert, Jmt 1995
-I think they liked it, Big Satan, Winter & Winter, 1997
-The sevens, New World R., 2002
-Science Friction, Screwgun 2002

Marc Ducret:
-News from the front, Jmt 1991
-Detail, Winter & Winter, 1996
-Un certain Malaise, Screwgun 1997
-L'ombra di Verdi, Screwgun 1999
-Qui parle?, Sketch 2003

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