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sabato 24 settembre 2011

La Ogun Record tra profili sudafricani e jazzmen inglesi



Alla fine degli anni sessanta il jazz stava vivendo uno dei suoi momenti migliori in termini di espansione geografica. In Sud Africa in quegli anni nacquero dei movimenti autonomi che costituivano l'alternativa al jazz statunitense ed europeo: accanto ad artisti naturalmente di esportazione come il pianista Abdullah Ibrahim, fioriva una ricca scena di strumentisti che mischiava la natalità musicale sudafricana con il jazz: "Blue Notes" fu il gruppo che riuniva questi nuovi talenti del jazz e comprendeva il pianista Chris McGregor, il batterista Louis Moholo, il bassista Johnny Dyani e il sassofonista Dudu Pukwana, ma il factotum del movimento fu un misconosciuto bassista bianco di nome Harry Miller: fu proprio costui che assieme alla moglie pensò di costituire una nuova etichetta discografica, la Ogun Records, che raccogliesse queste istanze mostrando il lato migliore dei suoi partecipanti: la propensione "live". (in tal senso vedi la prima registrazione dell'etichetta nel 1964 che in verità accoglie ancora registrazioni non mature). In verità quegli esperimenti molto più al confine di quelli del pianista Ibrahim, fatti di esoticità sudafricana e free jazz anche più sperimentale, non attecchirono in madrepatria, perciò questa piccola carovana di musicisti fu quasi costretta a spostarsi in un ambito geografico dove potesse avere un maggiore ed adeguato consenso: essendo colonia inglese, i sudafricani si trasferirono in Inghilterra dove contemporaneamente le prospettive del free jazz si stavano allargando: oltre al polo più radicale costituito da musicisti come Evan Parker, Stevens, etc., e a quello proveniente dalla commistione con il rock (Soft Machine, Mike Westbrook, etc.) si individuò una nuova aggregazione fatta da musicisti free jazz che inglobavano chiari riferimenti alle tradizioni africane e che ad un certo punto intersecarono le loro strade cercando punti di contatto tra di loro. Prendete il batterista Louis Moholo, che utilizzava la sua propensione poliritmica sia per le suites jazzistiche dei Blue Notes e dei Brotherhood of Breath, ma che si prestava altrettanto bene a supportare i nuovi esperimenti di libertà creativa che venivano da inglesi eccellenti come Keith Tippett e Elton Dean. L'etichetta dello scomparso Miller aveva proprio questo compito: tentare nuovi approcci stilistici tra i musicisti per ottenere qualcosa di diverso.
Oggi la Ogun è tenuta in vita dalla moglie, la quale, dopo il forte interesse per la stampa in cd della piccola e preziosa discografia, ha ritenuto di puntare solo sull'interessamento dei musicisti coinvolti e sulla scoperta di perle del passato (quasi sempre rigorosamente dal vivo) che le hanno dato l'immagine di un' aurea isola di musica dalla dimensione atemporale. Nell'ambito della produzione Ogun, si segnala l'ultima uscita in Cd di un live del 1978, suonato da Moholo, Dyani, Pukwana e dallo statunitense Frank Wright in Eindoven: si compone di due lunghi brani che si impongono per la loro creatività, ma che si inseriscono in quella ricerca di libertà espressiva che non attinge solo dalla cultura sudafricana. Se tutti gli albums dei due gruppi per eccellenza del jazz sudafricano, i Blue Notes e i Brotherhood of Breath trasudano quelle qualità, (così come lo stesso dicasi per le prove solistiche dei suoi principali membri, Dyani, Moholo, Pukwana) "Spiritual knolewdge and grace" si avvicina più alle prove european free style, che cercavano nel gruppo una sorta di "potenza" da trance strumentale, oggettivamente figlia dell'Ascension di Coltrane: e in quella dimensione lo scopo era trovare delle novità compositive e strumentali. In questo senso le uscite discografiche Ogun di Elton Dean e sopratutto alcune fatte dal pianista Keith Tippett con gli Ark e il Septet sono eloquenti. Louis Moholo e Harry Miller, ossia la base ritmica, saranno i reali punti di intersezione tra musicisti free di estrazione diversa: Moholo, la cui originalità è stata compresa più tardi rispetto ai tempi, era batterista dai toni ardenti, poliritmico e con largo uso dei piatti, riusciva a dare la sensazione di un "fornello" a gas sempre acceso; la Ogun Records è stata sicuramente il suo approdo per la maggior parte della sua carriera, prima come militante nei gruppi citati, poi in tanti duetti con numerosi artisti appartenenti a quell'emisfero musicale ed infine le esperienze con le aggregazioni di musicisti sudafricani, Viva La Black e la Dedication Orchestra.
Harry Miller invece era uno splendido contrabbassista con molta madrepatria dentro il suo stile: il suo primo album in solo "Children at play" è uno dei più valenti episodi di jazz suonato al contrabasso, ma Miller era anche un compositore e ne darà sfoggio nei successivi episodi in coabitazione, magnificamente raccolti in un triplo cd che è ormai la storia dell'etichetta e che penso debba essere nettamente rivalutato anche per altri aspetti.
Per ciò che riguarda il free meno esotico, devo ricordare ancora oggi, positivamente, il disco jazz-rock inciso dal trombettista Harry Beckett con un notevolissimo Ray Russell alla chitarra, il trio inglese Skidmore/Surman/Osborne in Sos, le evoluzioni di Radu Malfatti e Lox Coxhill, mentre al contrario, troppo radicale è la tensione di Parker e Stevens in "The longest night".


Discografia consigliata:

-Blue Notes, The Ogun Collection (racchiude tutti gli albums della formazione)
-Harry Miller: the collection
-Chris McGregor's Brotherhood of Bread: Live at Willisau e Procession, nonchè il solo "In his good time"
-Louis Moholo, Spirits Rejoice!
-Harry Beckett's Joy Unlimited, Memory of bacaries
-Keith Tippett con gli Ark: Frames, in Septet con Loose Kite..., e con Ovary Lodge
-Elton Dean's Ninesense, Oh for the edge!/Happy daze
-Skidmore/Surman/Osborne, Sos




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