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domenica 18 settembre 2011

Duetti con diversa prospettiva in casa Marsalis



Una delle più controverse realizzazioni di successo della musica jazz appartiene alla famiglia Marsalis: i due fratelli Wynton e Branford, riconosciuti spesso come jazzisti di spessore, hanno sempre diviso pubblico e critica in virtù di una semplice prerogativa comune a tanti altri musicisti: la voluta accondiscendenza agli stilemi del passato e la totale abnegazione per quelli futuri; ma qui il problema era diverso, poichè si trattava di musicisti con le più alte qualificazioni tecniche mai sperimentate. Il trombettista Wynton Marsalis viene ancora oggi liquidato come una controfigura di Miles Davis o anche come un trombettista di valore ma senz'anima; il sassofonista Branford Marsalis viene molto trascurato per via della somiglianza sonora a Coltrane e ha dovuto attendere anni per poter dare una svolta concreta alla sua carriera; gli altri fratelli musicisti (Jason e Delfeayo) sono praticamente ignorati, anche da parte di molti addetti ai lavori.
In realtà le cose vanno lette un pò diversamente: mettendo anche da parte la formazione musicale dei due fratelli in questione (che si basa sull'esplorazione di molto repertorio classico anche risalente al periodo barocco) c'è da sottolineare come gli stessi abbiano sostanzialmente portato a livelli di perfezione formale i loro strumenti invero caratterizzando per certi versi le loro produzioni musicali.
Wynton, soprattutto, si può considerare dal punto di vista tecnico, la migliore espressione della tromba mai vissuta nella storia del jazz, e se è indubbio che lo stesso fosse filiazione di trombettisti già sperimentati (specie nel sound di New Orleans e nel be-bop) è anche vero che nessuno è riuscito a dare alla tromba un livello di perfezione tecnica così alto: estensione di registro e timbrica, facilità di movimento e di passaggio da toni alti a quelli bassi, precisione e chiarezza nell'arrivare sulle note, fanno di lui il probabile punto d'arrivo dei trombettisti di una intera generazione di jazzisti. Ma il jazz come inteso da Wynton è solo quello che scaturisce dalla "tradizione" e non è possibile scomettere su nient'altro che non sia il jazz così come da lui riconosciuto: se l'aver accantonato a priori lo sviluppo della tromba moderna può essere un peccato grave, è anche vero che non si può condannare un musicista che suona a quei livelli: quello di Wynton è un atteggiamento da virtuosi, che a dire il vero trova ancora una sua motivazione d'essere e un suo spessore (gli attacchi e il venir via dei fiati New Orleans, il feeling creato da un blues sound di antica ispirazione e con molti riferimenti a quello orchestrale di Duke Ellington). E' in questa contraddizione si gioca tutto il personaggio: la carriera iniziata subito in grande stile avrà un sussulto nei dischi dove non si limiterà ad aggiornare e a dare versioni "definitive" di standards, ma in quei lavori dove le composizioni sono a suo nome: tra tutti spicca lo splendido "Black Codes" che rappresenta il tentativo di coniugare tecnica ed emozioni, nonchè il lungo sermone musicale di "The majesty of the blues", l'episodio artisticamente più variegato della sua carriera, al limite di quella gabbia stilistica da lui richiamata.
Wynton è stato spesso al centro di polemiche per via delle sue opinioni sulla musica ed in particolare fu attaccato per la freddezza del suo jazz: Keith Jarrett lo criticò aspramente per via anche della composizione scarna, salvo poi affrontare una lunga parte della sua carriera (ancora oggi presente) imperniata sullo standard. Così come in "From the Plantations to the Penitentiary" Wynton critica ferocemente gli sviluppi della storia della sua razza che, dopo aver raggiunto uno status culturale frutto di tante battaglie sociali, si è lasciata trasportare da mode (musicali) effimere e denigrative. Ma invero quei caratteri di negatività si riscontravano anche nei bianchi e nella loro musica.
Wynton poi ha cercato anche di dare una dimensione "classica" al suo modo di organizzare il vecchio buon jazz, cercando di estendere l'uso dei fiati assieme ad un'orchestrazione di tutto punto, riproponendo la formula Ellington-Evans in tempi moderni: se i tanti episodi in tal senso non gli garantiranno certo una certa popolarità ("Blood on the fields" che vincerà il premio Pulitzer, primo disco di jazz a vincere in una gara di scontata prevalenza classica cadrà nel dimenticatoio) , una serie di incursioni più "leggere" hanno tentato di bilanciare la sua serietà espressiva. "W.Marsalis e E.Clapton play the blues live from Jazz at Lincoln Center" fa parte di quest'ultime registrazioni, in un ambito di serio anonimato.
Branford, che era il braccio destro di Wynton, nella prima parte della sua carriera, faceva fatica a trovare un suo stile, finchè nei novanta, grazie all'inserimento di un piano evocativamente classico e un suono di sax dal risvolto barocco (cosa che impreziosirà il miglior disco di Sting "The dream of the blue turtles") ne trova uno più personale: più robusto, muscoloso ed etereo a seconda dei casi, Branford si emancipa parzialmente da Coltrane per elargire assoli di elevato spessore artistico seppur riconducibili ad una formula jazzistica ben consolidata: da "The beautyful ones are not yet born" l'artista di New Orleans crebbe di spessore, lasciò anche il gruppo del fratello maggiore lanciandosi anche in iniziative poco jazzistiche (le registrazioni hip-hop con il dj Buckshot le Fonque, il trio rock-funk di "Dark Keys"); ma lo faceva caratterizzando il suono. L'espansione artistica di Branford trova pieno compimento nel decennio passato con l'entrata al piano di Joey Calderazzo che conferisce il quantum "classico" voluto: "Eternal" è l'espressione massima del sassofonista che riesce, accanto ad una scrittura jazzistica di raffinato valore tecnico, a produrre in maniera mirabile quell'esaltazione del suono lento da "ballad" che spesso tanti musicisti hanno provato nella loro carriera senza potergli dare una giusta definizione (forse nemmeno Coltrane). Il disco con Calderazzo "Songs of mirth and melancholy" riprende questo concetto, (dopo un paio di registrazioni più "muscolose"), fornendo anche una "nuova" versione di Eternal; l'ideale connubio tra classicità della musica e "feeling" del jazz viene così riaffermato.

Dischi consigliati:
Wynton Marsalis:
-Black Codes, 1985
-J Mood, 1986
-The majesty of the blues, 1989
-Blue Interlude, CBS 1992
-City Movement, 1992
-In this house on this morning, 1994
-Blood on the fields, 1997

Branford Marsalis:
Crazy People Music, Columbia 1990
The Beautyful Ones Are Not Yet Born, 1991
Requiem, Sony 1996
Contemporary jazz, Columbia, 2000
Eternal, Rounder, 2004

3 commenti:

  1. Esatto. Chiunque parli di rarefazione della creatività ed eccessivo attaccamento alla tradizione (per poi magari egli medesimo pubblicare duecento dischi di standards) non s'è letto la parte iniziale dell'avventura Marsalisiana, con album splendidi ricchi di innovazione e tensione a reinventare il nuovo. Senza dire di tutte le giovani promesse sponsorizzate dal nostro, grintose e graffianti.
    E' che adesso Wynton s'è consapevolmente inabissato alle radici del tutto, intanto perchè a dispetto dei malignanti la musica la conosce alla perfezione, in teoria e pratica, e poi perchè sa benissimo che le radici sono tutto. Il futuro l'ha scritto allora; ora si dedica, e con sommo diletto - basta goderlo dal vivo, vedendo la gioia e umiltà con cui suona - all'abc del Jazz. D'altronde anche i maggiori pianisti classici dicono che si parte da giovani con Chopin, per allontanarsene durante la maturazione musicale e personale, e tornarci infine da consumati esecutori dello strumento onde finalmente poterlo rendere appieno. E poi ha cinquant'anni santiddio: il fatto che ora si occupi di classicità non significa che non possa benissimo tornare ad innovare in futuro, quando a lui parrà opportuno.
    Le diatribe lasciano sempre il tempo che trovano. A volte mi chiedo se non sia meglio per certa gente contare sino a cento, prima d'aprir bocca e dare sfogo a piccoli rancori da gente invidiosa.

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  2. Sono perfettamente d'accordo con te... anzi, per quanto riguarda la "classica" sono indotto a pensare (a livello compositivo) che non sia la sua parte migliore, sebbene molta critica lo ha accettato per questa sua dimensione...Lo apprezzo per la sua coerenza musicale e lo aspetto per un ritorno al jazz di gran livello (le due vere uscite discografiche degli ultimi 12 anni sono "Magic Hour" (certamente non esaltante) e "From the plantation..." che è molto meglio di quanto la critica abbia fatto pensare.

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  3. E la classica quella vera, certo, il tuo virgolettato m'ha ricordato delizie. Il suo Hummel concerto, tra le altre cose, è tra i migliori di sempre; per quanto anche a suo dire quella sia una parentesi perlopiù chiusa. Musicisti a tutto tondo, davvero eclettici, ce n'è ben pochi; gli altri saranno pure bravissimi, ma se scendono al livello della zuffa borgatara per dir male di qualcuno senza reale motivo, beh, bravissimi o meno per me perdono interesse seduta stante - ragione per cui non ascolto più nulla di Jarrett.
    Ormai Wynton riproduce musica viscerale, dalla pancia del tempo, o ne compone di descrittiva, come il Plantation o il triplo che gli ha fatto meritare il Pulitzer. E scrive libri. E dà lectures nei posti più disparati, carceri comprese, che io sappia spesso gratuitamente, magari dopo lettera-invito spedita dalla tal bambina della tal scuola. Ed è talmente alla mano che se ti capita di trovarti con uno strumento nei pressi di una sala d'incisione, lui lì per qualche motivo, tu strabuzzante tanto d'occhi lì a pensare ma è davvero Marsalis?, lui ti dice: let's play together - aneddoto realmente accaduto.
    Io non so come faccia a fare tutto ciò che fa, ma sono contento che ci riesca. E la volta che mi riesce di sentirlo dal vivo quello per me è il giorno più bello. Siamo qui per godere dell'ascolto di buona musica, non per farci menate cerebrali finendo per smarrire il senso primario.

    Mi piacerebbe approfondire disamina anche del fratello sassofonista, bravissimo pure assieme agli altri componenti della famiglia, ma per sentirlo e leggerlo lo conosco meno, così temo toccherà farti bastare queste mie due parole.
    Bella analisi la tua comunque.

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