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mercoledì 10 agosto 2011

L'improvvisazione jazz in Giappone: ministoria (parte 2)


Terumasa Hino nel suo "Journey to the air" aveva raggiunto formalmente quella difficile sequenza da caos organizzato che fu la prerogativa del progetto immenso di Coltrane di "Ascension", così come il sassofonista Kaoru Abe assieme al chitarrista Masayuki Takayanagi misero in piedi uno di quei duo tanto leggendari quanto dissonanti, avvicinando il free giapponese alle esperienze radicali europee e alle psicosi alla Zorn. Abe vince il premio dell'abrasività del sax nel jazz, Takayanagi è un esempio di energia e di abilità tecnica alla chitarra. Ma in verità quel barlume di originalità e tradizione che serviva per rendere unica l'improvvisazione jazz del paese nipponico, venne da uno dei suoi pionieri, Yosuke Yamashita. In possesso di uno stile unico, che metteva dentro Cecil Taylor, il pianismo a cascata di McCoy Tyner, le obliquità di Tristano e sprazzi di pianismo classico da inizio novecento, Yamashita comincia a registrare alla fine degli anni sessanta con il suo trio, dividendosi tra albums in studio (ben fatti ed esplicativi del suo turbinoso modo di aggredire il pianoforte) e albums dal vivo (spesso poco lodevoli dal punto di vista delle registrazioni). Tra i primi degni di nota sono "Mokujiki", "Mina's second theme", tra i secondi i più lodati dagli appassionati sono il primo album ufficiale del '69 "Concert in jazz" e il Live '73", ma sicuramente la cavalcata "free" di "Chiasma" rappresenta uno dei suoi momenti musicali tecnicamente migliori. Yamashita produrrà per tutti i settanta altre raccolte di valore, affronterà senza particolari innovazioni le soluzioni discografiche al piano solo, condividerà con altri connazionali (tra cui Toshinoro Kondo Shigeharu Mukai, Tomoki Tagahashi) un'esperienza totalmente diversa dal suo standard con il gruppo di "IE", dove il suo contributo è più di tipo compositivo e volgente ad una sperimentazione che coinvolge l'elettronica, scampoli di progressive e di space music, con inserimento di esplicative voci pre-registrate, e un atmosfera decisamente amena dal suo jazz.
Yamashita subirà l'inevitabile decennio di collaborazioni e progetti talvolta estemporanei, che ridurrà al lumicino le novità artistiche (decennio '80-'90), ritornando in piena attività nel 1990 con l'album "Sakura" che inaugurerà un nuovo gruppo, molto più tradizionale, con composizioni sempre di ottimo livello, ma con un sound pianistico che nel frattempo ha perso un pò della carica posseduta agli inizi della carriera. In questa nuova esperienza parteciperanno personaggi di altissimo livello come Joe Lovano e Cecil McBee. Con lo scioglimento del gruppo (quasi un decennio) Yamashita registrerà solo live mostrando un certo appagamento creativo.
L'altro grande improvvisatore del Giappone fu Masahiko Togashi. Dopo un'iniziale rodaggio jazzistico in formazioni dove non ha chiaramente la voce del leader, Togashi subisce la sfortuna di perdere l'uso delle gambe in un incidente, e suonando le percussioni, dovrà reinventarsi un modo per compensare quella perdita. Togashi è un percussionista splendido, che matura il suo sound già da "Isolation" nel '69: accanto ad un free jazz molto avanguardistico, Togashi inserisce il suo "spiritual sound", una mistica soluzione di rintocchi, pause, timbri misteriosi, che è figlia di un personale modo di espressione che va dall'ancestralità ritmica alle enigmatiche tradizioni giapponesi, che è simbiosi fisica prima che musicale. Togashi non sbaglierà un colpo almeno fino a "Valencia" del 1980, poichè dopo quell'album, il percussionista entrerà in una fase di registrazioni con un maggior contenuto di tradizioni jazz convenzionali e spesso effettuate dal vivo (le ricercate incisioni con Steve Lacy, quelle preziose in Ecm-style con Richie Beirach e T. Hino, quelle con i J.J. Spirits, etc.)
Tra le tante collaborazioni indispensabili ed in linea con la propria personalità musicale si riveleranno quelle con Yamashita nel duo di "Kizashi" ed assieme a Hozan Yamamoto nel trio di "Breath". Yamashita e Togashi, poi, costituiranno spesso l'ossatura di molte valenti collaborazioni con altri giapponesi illustri, tra i quali impossibile non menzionare il pianista Masahiko Satoh e il suonatore di shakuhachi Hozan Yamamoto. Quest'ultimo in particolare viene da molta critica ricordato come uno degli iniziatori della new age etnica, grazie alla partecipazione nel disco seminale di Tony Scott "Music for zen meditation": discografia breve, essenziale quella di Yamamoto che vede il suo acuto in "Silver World" (chiamato anche "Ginkai") dove grazie al suo sapiente uso dello shakuhachi si respira un'inebriante e sconvolgente aria di jazz trascendentale di chiaro stampo nipponico. In questo disco fondamentale per la riuscita del progetto, si rivelerà il piano di Masabumi Kikuchi. (continua)

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