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martedì 9 agosto 2011

L'improvvisazione jazz in Giappone: ministoria


La gran fetta degli appassionati di jazz si è accostata a quel del Giappone grazie alla popolarità di Toshiko Akijoshi, ma in verità già molti jazzisti occidentali avevano cominciato a prendere in considerazioni melodie e trame popolari da poter utilizzare nelle loro composizioni. La lunga suite di Ellington dedicata al Far East, pur nella sua appartenenza ad un territorio geografico più vasto dell’Oriente ne era un esempio cosi come i viaggi fatti in Giappone da Dave Brubeck negli anni quaranta/cinquanta (le sue Impressions of Japan) portarono a dischi che erano già intrisi di quelle esperienze filtrate attraverso la lente del jazz di matrice americana. Nella musica classica molti compositori giapponesi subirono quel processo di occidentalizzazione della loro musica, e quando questa risultava non prevalente rispetto alla componente “orientale”, dava vita a nuove forme d’incrocio che si ponevano in una scia di originalità rispetto a quelle meramente ossequiose del mondo occidentale. Nel jazz la Akiyoshi, sfruttando due matrimoni con personaggi di spicco del mondo americano jazzistico (prima Charlie Mariano, poi Lew Tabackin), cercò di infettare le composizioni con la tradizione giapponese, rimanendo, allo stesso tempo, ben salda nel mainstream americano e la prova erano i suoi dischi che mostravano una pianista giapponese “osservante” nel panorama del be-bop: tra i tanti albums, decisamente ingombranti di covers, quello con il trio di Paul Chambers e Ed Thigpen e quello in quartetto con Mariano oggi sembrano essere quelli più rappresentativi di quel periodo. Con Mariano nel 1963 ci fu il primo riferimento esplicito alla contaminazione tra il mondo occidentale e quello giapponese: “East West”: l’album che risentiva del fervore “modale” in cui in quegli anni versava il jazz americano di spicco, vedeva nel parco strumentisti oltre a Mariano, il gotha dei musicisti jazz giapponesi di lì a venire. (Sadao Watanabe, Masabumi Kikuchi, Masahiko Togashi, Masanaga Harada suonano nei 14 minuti del brano di Mariano “Stone garden of ryoan temple”). La Akijoshi prese però subito altre strade e si inventò una totale e differente carriera di arrangiatrice orchestrale che non aveva nulla da invidiare agli organici che il jazz da Duke Ellington in poi aveva prodotto. Con la big band di Lew Tabackin, la pianista mise assieme modalismo, tradizione ed improvvisazione orchestrale, con una esuberanza che si poneva a metà strada tra l’Ellington più “etnico” e il Gil Evans pirotecnico; la Akiyoshi fece quasi un decennio con questo tipo di orchestra jazz con sporadici accenti alla tradizione, poi dal 1984 in poi si diresse in modo più deciso verso un jazz di sapore antico che però spesso era scevro da rilevanti episodi di grido.
Akiyoshi però fu vittima anch’ella dell’evoluzione del jazz che Miles Davis compieva in quegli anni: Davis rappresenterà in Giappone una sorta di “divinità” musicale che andava seguita pedissequamente. (a tal proposito interessante è il commento di Julian Cope nel suo libro dedicato alla musica giapponese "Japrocksampler"), ma questo non toglieva che ci fossero coloro che andavano controcorrente: negli anni sessanta il jazz giapponese si divideva ormai tra coloro che aderivano al modello di Davis (cool e be-bop) e quelli che invece cominciavano ad esplorare il free di Cecil Taylor, Albert Ayler e John Coltrane. In verità negli anni settanta, complice anche lo sviluppo in Giappone del progressive rock e della musica sperimentale, molti musicisti che inizialmente avevano aderito al modello davisiano, fecero un decennio di escursione nel campo di un’improvvisazione più tendente al free. Uno di questi fu Sadao Watanabe, che da sommesso session-man fece il suo primo passo adulto con l’album del 1971 “Paysages” che rappresenta un'altra aggregazione di valore con Kikuchi, Togashi e Peacock. In quegli anni , sta diventando evidente il fenomeno che vede molti musicisti jazz americani trasferirsi (per varie ragioni) in Giappone per alimentare la scena che si stava creando. Gary Peacock ad esempio registrò i suoi migliori albums proprio lì, prima di passare nelle grazie della Ecm Records, ma lo stesso dicasi per Dejohnette, Corea, Vitous, etc. “Paysages” toglieva Watanabe dal regno della bossanova contaminata e lo proiettava nell’imperante regno della fusion ai confini del free. Con i successivi, Watanabe continua nella formula di Paysages nel successivo omonimo album del ’73, mentre in “Open Road” cercherà un sound più elastico tra dinamismo e scultoreità ; ma già mostrava un crescente interesse nella fusion etnica, che sarà portato a pieno compimento nelle operazioni di "Mbali Africa" dove risalta il lavoro di accostamento tra il suo jazz e la tribalità di alcuni regioni dell' Africa. “California shower”, invece, rappresenterà la sua svolta verso una forma di jazz elegante ma con un impatto più commerciale e meno interessante.
Un altro improvvisatore molto conosciuto all’estero sarà Terumasa Hino, trombettista che mantiene intatta una certa coerenza jazzistica almeno fino a “Fuji”, così come ancora la fusion rapisce la composizione dell’ottimo chitarrista Kazumi Watanabe, e assorbe quasi totalmente la carriera del pianista/organista Masabumi Kikuchi, che paradossalmente sembra esprimersi meglio nelle aggregazioni che nella carriera solistica. Ma il free jazz farà la sua parte da leone nella nazione grazie all'operato di due fantastici musicisti rinvenienti nelle figure del pianista Yosuke Yamashita e del percussionista Masahiko Togashi, ed in una serie di splendidi comprimari.(continua)





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